I problemi della Russia e dei “piedi Rossi” : milioni di russi senza Patria

La fine dell’Urss ha lasciato una grande parte dei russi nella condizione di minoranza nei paesi postsovietici.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica 25 milioni di russi sono rimasti fuori dai confini della Federazione Russa.

Gente che soprattutto per lavoro aveva scelto di vivere in una delle altre repubbliche dell’Unione Sovietica si è improvvisamente ritrovata straniera in una terra che sentiva anche sua, parte di quell’immenso impero sovietico di colpo svanito.

Da minoranza privilegiata perché appartenente alla nazione dominante, da possessori della lingua ufficiale, da rappresentanti di quel ceppo slavo così pomposamente ridipinto dai soviet, i russi sono rimasti soli nelle rispettive realtà repubblicane, costretti ad affrontare problemi mai vissuti. In alcuni paesi ex sovietici il passaggio da cittadini di serie A a membri di una delle tante minoranze non è stato drammatico, come per esempio in Bielorussia. In altri Paesi, come l’Ucraina o la Georgia, però si è rivelato un incubo.

Un incubo dal quale non ci si può svegliare se non fuggendo il sogno di aver vissuto in un impero incrollabile e tentando ora di tornare in una delle tante patrie che compongono il puzzle delle ex terre sovietiche. Non tutti però lo fanno. Molti preferiscono rimanere nel nuovo Stato divenuto indipendente, dove, più o meno integrati, ancora vivono insieme alla progenie.

Essi sono testimoni, e al contempo vittime, di quelle strategie sovietiche individuate dal regime per forgiare una comune identità (l’ “Homo Sovieticus”) per le decine e decine di etnie che componevano l’Unione, e allo stesso tempo annacquarne il sentimento nazionale e l’attaccamento alla propria terra.

Il ‘mondo russo’ evocato da Putin e reinterpretato dal patriarca Kirill si fonda anche su di loro.

Tuttavia, la loro patria era l’Urss, e adesso che non c’è più la Russia appare lontana e aliena.

Tutti però formano quella diaspora d’eredità sovietica con cui la nuova Russia avrà un approccio complicato e un rapporto che muterà col passare del tempo e in conseguenza della distanza che si misurerà nelle relazioni con l’Occidente e coi paesi ex sovietici che ne entreranno a far parte.

Se la caduta dell’Unione Sovietica fissa i confini terrestri della Federazione Russa, i «piedi rossi» rimasti fuori arrivano a disegnare quelli d’appartenenza a un mondo russo (russkij mir) che li travalica e che Mosca intende salvaguardare.

«La nazione russa», spiegava il presidente Putin nel marzo 2014 a crisi ucraina esplosa e riconquista della Crimea quasi completata, «è diventata uno dei più grandi, se non il più grande gruppo etnico al mondo a essere diviso da confini».

Un universo frammentato che storia, cultura e lingua comuni sono chiamate a tenere insieme, punto di riferimento per milioni di compatrioti all’estero da difendere contro vessazioni e politiche discriminatorie messe in atto da alcune delle repubbliche ex sovietiche. Diaspora da utilizzare sul posto a difesa degli interessi della Federazione, specie di quinta colonna attraverso la quale influenzare strategie e politiche dei paesi «ospitanti»; o da convincere a tornare sfoggiando il passaporto russo, per poi utilizzarla come bacino dal quale attingere per rimpolpare la scarna demografa e per agevolare lo sviluppo di alcune regioni federate bisognose di fondi ma soprattutto di manodopera, meglio se qualificata come spesso lo è quello russa proveniente dai paesi ex sovietici.

Ma il problema dei “piedi rossi” o “sovietici” non sembra essere l’unico problema che dovrà affrontare la Patria russa.

Malgrado le politiche pronatalità dell’ultimo decennio, il ripiegamento demografico della Federazione resta il ‘tallone d’Achille’ geopolitico di Mosca.

Nel frattempo, le contraddizioni esistenti tra Russia e NATO continuano ad aggravarsi. L’alleanza atlantica si sta espandendo ulteriormente e le sue attività sul fianco orientale stanno aumentando. Il capo di stato maggiore delle forze armate Valery Gerasimov ne ha parlato in un briefing con gli addetti militari.

Per giustificare la politica di contenimento della Russia e l’importanza del blocco NATO, si utilizza un vecchio cliché propagandistico: la tesi sulla minaccia russa.

L’ipotetica minaccia viene attivamente impiantata nella coscienza pubblica della popolazione degli stati dell’UE. I paesi dell’Occidente, contrariamente al buon senso e alle intenzioni, stanno aumentando d’intensità nella guerra dell’informazione scatenata contro la Russia. Studiando le pubblicazioni dei mass media europei e americani, si può dedurre che la minaccia diretta alla sicurezza mondiale è la Russia, che tutto ciò che accade nel mondo è opera di servizi speciali russi o di hacker russi.

L’obiettivo di questa campagna di disinformazione è abbastanza ovvio: denigrare la Russia il più possibile e sminuire il suo ruolo nella risoluzione dei problemi internazionali e il suo posto nella politica mondiale. I paesi occidentali non dimenticano le loro aspirazioni nella regione del Pacifico: la creazione di un nuovo blocco AUKUS è un nuovo nodo di tensione; anche lì sono state create le precondizioni per un nuovo round nella corsa agli armamenti e un accumulo di potenziale bellico. La Russia è costretta a rispondere adeguatamente alla situazione e ad adottare le misure necessarie per rafforzare la propria sicurezza. Putin ne parlò già nel mese di luglio. Ora il Cremlino si appresta a contenere le minacce esterne, in Europa orientale come nel Pacifico.

Insomma, questo nuovo anno sarà pieno di turbolenze.

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Articolo pubblicato il 04/01/2022