Arduino Baietto e le «Stagioni di Cristina»

Di Alessandro Mella

Con il volume “Il Sale delle Capre” ci aveva già stupito nel senso più bello e nobile dell’espressione. Ora Arduino Baietto è tornato a raccontarci le nostre valli ma non più attraverso i vigorosi occhi paterni bensì con quelli di una donna straordinaria figlia di anni tanto lontani e tanto vicini.

Il volume si apre con la prefazione del celebre prof. Giovanni Tesio e, poco dopo, il testo prende per mano e trascina il lettore lungo un cammino raccontato con un linguaggio singolare. Un italiano arricchito di tante parole piemontesi italianizzate alla meglio come facevano i nostri “vecchi” fino a pochi anni fa.

Questo “grammelot” ha un ruolo fondamentale nella lettura perché aiuta il lettore ad incontrare più intensamente la protagonista, a leggerla come se ne ascoltasse la voce viva e pulsante, a scrutarne i moti dell’anima.

Cristina parla e noi la si ascolta affascinati mentre racconta le sue vicende straordinariamente travagliate ed incredibilmente vere. Una vita lunga e difficile, di un grande donna, la cui scoperta ci permette di calarci nella quotidianità novecentesca dei nostri monti e di quelle frazioni tra selve ed alture. Storia e storie, come tante certamente ci furono nelle montagne di tutta Italia ma del nostro Piemonte in particolare.

Ci sono diverse costanti nel libro di Arduino Baietto e nella vicenda umana di Cristina.

La prima è senz’altro la fatica di una vita che non è solo rurale ma anche alpestre. In montagna è più difficile qualunque minima cosa. Fare il fieno, condurre il bestiame al pascolo, cogliere le castagne, trovare l’acqua fresca, falciare l’erba su per le rive e così via.

La fatica non manca mai nella vita di Cristina e non fa che crescere mano mano che gli anni e le sventure passano.

L’altra costante è il tema del “distacco”.

Prima dal giovane marito, poi dalle figlie, poi dalla sua gente, dalla pace di una quotidianità sconvolta dalla guerra, dalla storia che passa, il distacco preventivo da una rinnovata possibilità di ritrovare serenità e calore umano ed infine quello più doloroso di tutti. Il distacco dalla sua frazione di Pessinea di Viù, dai monti, dai castagni, dai pascoli, dagli alpeggi, dal panorama sul monte Civrari e della cresta del Grifone.

Vedendo le frazioni svuotarsi, spegnersi, perdersi in un silenzio assordante.

Cristina sopporta con melanconico stoicismo anche questi frammenti di paesaggio umano e naturale che si spezzano e le sfuggono via sempre più spesso e sempre di più.

Eppure, reagisce, reagisce sempre, non si lascia vincere, non si incattivisce, non giudica mai gli altri ma solo se stessa mettendosi alle volte in discussione.

Lo fa con ingenua semplicità di contadina e montanara. Non giudica nemmeno i fatti straordinari che travolgono le persone in anni difficili.

Racconta quel che sente, quel che vede, le idee e le opinioni, con ammirabile onestà intellettuale e semplicità, senza pregiudizi.

Lei sopporta il passaggio del conflitto, la paura dei rastrellamenti, la diffidenza poi superata verso i partigiani, i tedeschi che si fanno nutrire nel suo “ciabot” e che lei non riesce a detestare. Perfino in quei ragazzi lontani da casa e che fanno paura lei riesce a scorgere un’umanità fanciullesca.

Il paradosso è che nemmeno con la liberazione e la pace finiscono le sue “tribolazioni”, anzi gli anni del benessere generalizzato sembrano condurla sul viale del tramonto verso il quale lei si avvia a testa alta con dolce, melanconico, rassegnato ma fiero, coraggio.

Se il primo libro di Arduino Baietto ci aveva accarezzato l’anima questo ci ha toccato piano piano il cuore costringendoci a molte riflessioni. Anche sul nostro modo di rapportarci con i fatti della vita, le piccole e grandi miserie e le persone. Il cuore di Cristina è così pieno di amore incondizionato; per la sua terra, le persone care, gli affetti perduti, quelli lasciati sfuggire; da costringerci a chiederci se mai noi, così piccoli, potremmo arrivare ad avere un cuore così grande.

In conclusione, questo è un volume da leggere, conservare, riprendere e rileggere per ritrovare qualcosa di noi stessi, delle nostre radici, di quel passato che rendeva la vita della gente dura ma l’anima grande e forte. Come quella di Cristina e di Arduino.

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 28/12/2021