Quale Presidente, o quale Presidenza?

Sulla prossima elezione del presidente della Repubblica

Tra meno di un mese inizierà il più grande spettacolo della politica italiana: l’elezione del presidente della Repubblica. Poiché principalmente di spettacolo si tratta, articolato in un prologo fatto di trattative sopra e sotto il banco, finte sul ring, cambi e ricambi di nome, proposte e ritiro di proposte, veti e controveti; in un primo atto in cui per l’elezione è richiesta una certa maggioranza; in un secondo atto in cui ne è richiesta un’altra; in un finale in cui verrà consacrato qualcuno; e infine nei titoli di coda, in cui centinaia di opinionisti e commentatori diranno miliardi di parole su ciò che, secondo loro, è andato dritto e ciò che è andato storto.

L’unica cosa che sicuramente mancherà in tutta questa rappresentazione sarà una seria discussione su quali caratteristiche e quali compiti competono o dovrebbero competere alla prima carica della Repubblica. Tutto verrà ridotto ai nomi in ballo, alla giocosa competizione fra i partiti, ai significati più o meno elettoralistici della scelta auspicata e poi compiuta, e infine all’eterna conta di vincitori e vinti nella gara  appena conclusa, anzi solo dei vincitori, dal momento che ormai da decenni in questo paese nessuna battaglia politica contempla dei perdenti, almeno nelle dichiarazioni dei vari leader.

In fondo, a nessuno importa -e importerà- la statura politica, intellettuale ed etica del prescelto. A nessuno importa -e importerà- il progetto istituzionale di cui egli vorrà farsi artefice. E, soprattutto, a nessuno importerà la definizione, o ridefinizione, preventiva di questa figura istituzionale nel nuovo contesto che si è venuto a delineare in quest’epoca tormentata.

Conterà solo il nome e il carro politico-partitico che l’ha trasportato al Quirinale. Sotto di questo, il nulla. E tutto ciò la dice lunga sul livello intellettuale della politica italiana contemporanea.

E’ lecito chiedere oggi chi debba essere il presidente della Repubblica, inteso come organo costituzionale, e che cosa debba fare? O è una domanda oziosa nel generale declino della civiltà giuridica e istituzionale a cui stiamo assistendo?

Una lettura, anche superficiale, della Costituzione ci offre un’immagine del presidente ad un tempo vaga e tuttavia definita in un’articolata serie di poteri. Al di là della inconsistente definizione contenuta nell’art. 87 della Costituzione (“è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”) che significa poco, il presidente trova poi nell’attribuzione di poteri ben specificati, a lui riservati da altri articoli, una sua struttura molto più pesante e significativa che va dalla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri allo scioglimento delle Camere, dalla promulgazione delle leggi alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura, dall’autorizzazione dei disegni di legge governativi all’emanazione di atti normativi del governo stesso e altro ancora. La sua funzione essenziale, diciamo “riassuntiva”, sfugge però alla Costituzione, e va quindi cercata nella natura stessa del nostro stato, così come progettato e voluto a suo tempo dai padri costituenti.

E’ sicuramente vero che quella struttura, concepita e definita fra il 1946 e il 1947, è per molti versi datata e non più completamente funzionale alle sfide e alle esigenze del mondo contemporaneo: allora non vi era Unione europea, il diritto internazionale era profondamente diverso e meno invasivo, non esistevano emergenze sanitarie e ambientali (almeno percepite), la struttura sociale non era quella di una economia post-industriale, la globalizzazione era di là da venire, le ideologie erano ancora vive e vitali, e si può proseguire all’infinito.

Di fronte a questi temi, è inutile negarlo, la Costituzione sembra essere “fragile”, soprattutto sotto il profilo che oggi appare più drammatico: quello della tutela delle libertà individuali di fronte all’autoritarismo tecnocratico che rappresenta nel nostro tempo la vera e profonda emergenza per la democrazia.

Ed è questa la ragione per cui la Costituzione, soprattutto nella sua prima parte che appartiene non solo alla storia italiana ma alla più grande tradizione giuridica, civile, democratica dell’occidente liberale -e nonostante le sue inadeguatezze- deve essere difesa e preservata ad ogni costo, e con forza, in questi tempi di dissoluzione delle antiche regole.

Anche arrivando a quella disobbedienza civile che, si badi, non è disprezzo delle leggi ma supremo atto di difesa,  giuridicamente motivato, della democrazia e della libertà minacciate, come ben sottolineato pochi giorni fa, proprio su queste pagine, da Andrea Farina.

Ecco, di fronte a questo quadro è necessario appunto ridefinire anche la figura del presidente della Repubblica per cui, al di là della lettera costituzionale, sarebbe bello riservargli la definizione -peraltro non nuova- di “supremo garante della Costituzione”, cioè l’uomo, o la donna, che devono strenuamente difendere tre ordini di principi: i diritti costituzionali dei cittadini, le regole costituzionali di funzionamento delle istituzioni pubbliche, l’indipendenza e la sovranità del paese. Al di là delle convenienze, della politica politicante, delle mode culturali.

Un uomo, o una donna, che posseggano però anche la levatura culturale e morale per adempiere dignitosamente a questo compito, e non un qualunque vecchio o nuovo animale politico.

Purtroppo, e dobbiamo dirlo con grande amarezza, gli ultimi decenni non ci hanno offerto personaggi all’altezza di queste esigenze.

Il doveroso riserbo che competerebbe a questa istituzione si è sciolto molto spesso in verbose e retoriche esternazioni su qualunque argomento, forse nel tentativo di costruire una modesta ed elementare pedagogia civile troppo spesso sconfinante nel politicamente corretto.

E là dove sarebbero stati necessari forti richiami si è invece convenientemente taciuto: sulla magistratura palamarizzata, sul sovvertimento del sistema delle fonti del diritto, sul disinvolto utilizzo dello stato di emergenza, sulla compressione dei diritti costituzionali dei cittadini, sull’invadente e arrogante dittatura europea, sulla marginalizzazione del Parlamento, sul mancato e ostinatamente avversato confronto elettorale, sulla mancata legittimazione democratica dei capi di governo e -per andare indietro nel tempo- sulla faziosa ostilità verso le forze non di sinistra che, nell’ormai lontano 2011, si tradusse in un vero e proprio golpe politico-finanziario contro un capo di governo regolarmente eletto, e soprattutto col compiaciuto silenzio dell’allora presidente della Repubblica.

Qualche giorno fa Giorgia Meloni, uno dei più rappresentativi uomini del centrodestra, disse che si aspettava l’elezione di un presidente che fosse soprattutto un “patriota”.

Quella definizione, con un sapore di antico e di risorgimentale, scatenò ovviamente la reazione gastrica della sinistra che, dopo aver consultato il vocabolario, si rese conto della portata eversiva di quella parola.

Eppure la qualifica di “patriota” è esattamente ciò che è giusto aspettarsi da chi, ai sensi della Costituzione, deve rappresentare l’unità nazionale, deve difendere i suoi cittadini secondo i riconosciuti principi di uno stato di diritto, deve garantire l’indipendenza della nazione (perché altrimenti l’art. 90 prevederebbe il reato di alto tradimento?), deve impedire che i poteri dello stato esondino dalle loro funzioni e prerogative secondo gli altrettanto riconosciuti principi di uno stato costituzionale.  

Che poi qualcuno voglia a capo dello stato un “apatride”, nel senso spregiativo usato da De Gaulle, cioè un uomo o una donna radicati ovunque meno che nella nazione che dovrebbero  amare e difendere, questo rappresenta una delle tante storture di una mentalità politica senza cultura e senza la percezione etica di ciò che legittima veramente il potere.

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Articolo pubblicato il 01/01/2022