Il Vittoriale: Tempio laico dell'universalitą

di Alessandro Mella

Quando si parla di D’Annunzio i più iniziano a sciorinare luoghi comuni che vanno dalle fantasie più piccanti alle facili e scontate, ma sbagliate, etichette politiche. Molti non capiscono che lui fu essenzialmente dannunziano e null’altro. La sua figura non si può aggregare e nessun’altra vera espressione dell’animo umano.

Per capirlo occorre, anzitutto, scoprire la sua figura non solo sui molti libri ma anche andando a fargli visita la dove il suo spirito ancora permane in ogni angolo, oggetto, contorno e colore.

Lasciata la strada che corre a lato del Lago di Garda e presa la piccola stradicciola in salita già iniziano emozioni indescrivibili e abbandonata l’auto nei parcheggi la smania di trovarsi di fronte ai due archi d’ingresso diventa ingestibile. Passata poi la biglietteria il primo incontro è con l’anfiteatro magnificamente collocato sullo sfondo d’una suggestiva veduta sui paesaggi lacustri.

Si scende poi, avendolo assai vicino, al Museo D’Annunzio Segreto ove sono esposti cimeli relativi alla vita privata del comandante. Dalla cancelleria agli ex libris, dalla passione per Dante agli strumenti di cucina fino al suo pittoresco e sempre brillante guardaroba ove non mancano cimeli ricchi di fantasiosa ironia.

A questo punto la nostra esperienza, poiché la visita agli interni è ad orario, si è divisa in tre fasi. Nella prima abbiamo esplorato la prima parte dei giardini risalendo alla Fontana del Delfino e da qui all’area coperta che custodisce il Mas 96 con cui D’Annunzio, unitamente a Costanzo Ciano e Luigi Rizzo, si rese protagonista della celeberrima Beffa di Buccari.

Il natante, magnificamente conservato, si mostra in tutta la sua bellezza e chissà quante avventure potrebbe raccontare se gli fosse concesso il dono della parola. All’ingresso il motto celeberrimo: Memento Audere Semper (Ricordati di osare sempre).

Da qui si sale verso il Mausoleo che svetta poco lontano e dove sono sepolti, nelle are innalzate in cima, lo stesso D’Annunzio ed i suoi legionari ed amici più fidati tra cui lo stesso architetto Giancarlo Maroni che del Vittoriale fu il creatore materiale. Il tutto è inserito in un contesto bucolico tra viali, corsi d’acqua e giardini in armoniosa pace con la natura ed i paesaggi sempre più incantevoli e suggestivi.

Avvicinandosi l’ora dell’ingresso alla Prioria, vera casa del Vate, ci siamo portati nel cortile ed accompagnati da una guida appassionata e cortese abbiamo iniziato la visita ove, purtroppo, non è possibile fare fotografie. Premetto che la visita stessa è molto ben organizzata, con personale preparatissimo, ma purtroppo molto rapida per lasciare spazio agli altri gruppi. Ciò pesa un poco alle persone d’animo e pensiero che qualche minuto in più da dedicare alla riflessione lo desidererebbero davvero ma bisogna capire le necessità di una struttura che riceve duecentomila turisti l’anno.

La Prioria è un susseguirsi di stanze ognuna con precise caratteristiche, ognuna con sorprese, ognuna con colori, cimeli e luci che raccontano, svelano, rivelano. La costanza è l’armonia nelle cose, la quale si forma malgrado un accavallamento incredibile di stili, rappresentazioni, oggetti ed opere solo apparentemente in contraddizione ma in realtà legate da una sensata e meditata continuità. Anche sul piano spirituale e religioso la mescolanza di richiami voluta da D’Annunzio crea le premesse per una sorta di pace universale.

Difficile spiegare a parole il bombardamento di emozioni e sensazioni che si provano di camera in camera, attraverso la ricchissima biblioteca, gli studi, gli oggetti esposti in numero incredibile.

Soffermandosi per un attimo alla scrivania della Zambracca ove il nostro si spense la fatale sera del 1° marzo 1938:

 

Martedì sera 1 marzo alle ore 20,5 a Gardone Riviera è morto improvvisamente Gabriele D’Annunzio in seguito a emorragia cerebrale. Il poeta si trovava nella sua stanza da lavoro quando fu colto da improvviso disturbo di vertigini e pochi minuti dopo spirava senza proferire parola. Accorse tosto col medico anche l’Arciprete di Gardone che gli impartì l’assoluzione sub conditione.

La notizia della sua morte gettò nel lutto oltreché i famigliari, tutta la nostra Nazione, che nel D’Annunzio riconosce il poeta cantore della nuova Italia fascista e imperiale e l’eroico soldato della guerra mondiale.

Aveva 75 anni, essendo nato a Pescara in terra d’Abruzzi il 12 marzo del 1863. La sua salute per quanto scossa non faceva però presagire così repentina la sua fine. (…) A salutare la sua salma accorsero col Duce le più alte Autorità dello Stato alle cui spese si svolsero, giovedì, i solenni funerali religiosi e civili al Vittoriale. (1)

Dopo aver percorso gli ambienti privati si prosegue verso l’area del complesso detta “Schifamondo”. Da qui si giunge, quindi, all’aula magna ove si libra ancora, in statico ma perpetuo volo, lo Sva con cui si compì il Volo su Vienna che stupì il mondo nel 1918. Un percorso permette di osservarlo anche da più vicino lungo una pratica scala.

Si passa quindi al Museo D’Annunzio Eroe ove sono esposti cimeli di natura per lo più politica e militare tra cui le molte armi bianche d’onore che gli furono donate, alcune sue uniformi, bandiere e labari, ricordi anche di Rizzo e Ciano. Testimonianze anche del legame con la Real Casa di Savoia tra cui i gemelli dono del Duca d’Aosta.

Lasciata la palazzina abbiamo ripreso, quindi, la visita ai giardini attraverso la suggestiva limonaia per poi portarci, successivamente, verso la Regia Nave Puglia che fu portata da La Spezia con un gran numero di vagoni ferroviari.

Le sue bocche da fuoco, inertizzate ovviamente, puntano sul lago come la prua dalla quale uno scorcio che strappa il fiato si scorge. Anche qui molti ricordi di foto ed immagini d’epoca sovvengono rinnovando il turbinio di emozioni e sensazioni.

Tutto il Vittoriale è un monumento vivente, pulsante, che quasi respira. Che tiene vivo il suo creatore spirituale, che ne perpetua la parola ed il complesso pensiero. Si percepisce, in ogni angolo più minuto, l’universalità della sua mente sconfinata. Un uomo eclettico, dai mille pensieri, dal gusto della bellezza e dell’estetica, dalla sensualità sfrenata sebbene non privo di qualche difetto.

Avventuriero certo, con il mio caro Giolitti a suo tempo spietato, ma coerente come dimostrò quando, dopo aver fomentato l’intervento in guerra nel 1915, vi partecipò coraggiosamente senza mai mancare d’esporsi a rischi e pericoli al punto da procurarsi i danni alla vista assai celebri.

A Gardone si ritirò dopo il fallimento della pur entusiasmante impresa fiumana e qui contemplò la violenza morale che il nascente fascismo esercitò sulla sua retorica, sui suoi riti, sulle sue creazioni visive e verbali. Nel 1925 ricevette Mussolini, già presidente del consiglio, con rara freddezza facendolo accomodare lungo il percorso degli ospiti poco graditi. Tentò ancora di metterlo in guardia, alla stazione di Verona nel 1937, contro i pericoli dell’ammiccamento con la Germania nazionalsocialista che detestava, ma tutto fu vano e sempre più lontano egli fu da quel regime che lo eclissò, lo trattò come un sorvegliato speciale, lo temette ed alla sua morte lo strumentalizzò quanto più possibile.

Nel marzo 1938 forse più d’uno, a Roma, tirò il fiato quando quella voce critica e “pericolosa” si spense.

L’ultimo affronto, l’ultima viltà, fu l’uso indiscriminato che della sua memoria fu fatto al tempo della Repubblica Sociale Italiana fino al suo crepuscolo quando, il 1 marzo 1945, proprio alla vigilia della fine, Mussolini si recò al Vittoriale ove tenne un discorso in cui riuscì, con la sua indubbia abilità oratoria ed in un capolavoro d’ipocrisia senza pari, a far passare D’Annunzio (principe di Montenevoso per concessione del 1924 del Re Vittorio Emanuele III) per fervente antimonarchico e soprattutto, incredibilmente, per filotedesco. Non sarà peregrino offrire il resoconto di quel giorno per capire fin dove ci si spinse:

Il Duce esalta al Vittoriale la memoria di Gabriele d’Annunzio. Al Vittoriale degli italiani è stato oggi celebrato con austero rito, il settimo annuale della morte di Gabriele d’Annunzio, al quale in quest’ora di aspra passione nazionale va il ricordo unanime degli italiani non immemori. Folle compatte di popolo fra cui si notavano numerosi combattenti italiani e germanici sono convenute al Vittoriale da tutti i centri vicini precedute da numerosi legionari di Ronchi. Poco prima delle ore 17, nella piazzetta antistante l’ingresso nel Vittoriale erano tutte le autorità nazionali e alleate invitate alla cerimonia. Insieme col maresciallo Graziani e il Segretario del Partito, Pavolini, erano l’ambasciatore Hidaka e il console generale Schaffer Rumelln In rappresentanza dell’ambasciatore Rahn, i ministri Zerbino Mezzasoma, Biggini, Pisenti, Pellegrini, i Sottosegretari Basile, Cucco, Fabrizi, Gemelli e Pini.

Alle ore 17 In punto è giunto il Duce salutato da una calorosa manifestazione di entusiasmo popolare.

Dopo avere passato in rivista i reparti armati della Legione «M» Guardia del Duce delle Brigate Nere Alpine e della Decima Mas schierati all’Ingresso, si è portato sulla piazzetta dove sorge il loculo provvisorio per accogliere le spoglie del comandante ed ha sostato in silenzio nell’interno della cappella.

Subito dopo il Duce accompagnato dall’architetto Maroni e dall’accademico Ercole e seguito dalle autorità si è portato attraverso i viali del Vittoriale sulla punta della nave «Puglia», quindi è salito al mausoleo tuttora in costruzione dove ha portato il suo tributo di omaggio alle arche che raccolgono le spoglie di dieci legionari fiumani. Il cappellano militare ha impartito la benedizione alle arche.  

Subito dopo il Duce si è recato sulla parte più alta del mausoleo stesso che dovrà raccogliere la definitiva tomba del comandante e ha pronunciato una breve orazione commemorativa del Poeta oggi più che mai vivo e presente negli spiriti degli Italiani che non hanno tradito e che non intendono sopportare l’onta della capitolazione, il Duce ha detto: «Da sette anni, assente presente, attende su questo eremo colui che durante 50 anni, con la poesia e con le azioni, sui campi di battaglia della terra, del mare e del cielo, esaltò, come nessun altro, le virtù della nostra razza.

Coloro che ebbero dimestichezza con lui diranno che egli non amava che lo si chiamasse poeta-soldato; ma egli lo fu nell’espressione più pura della parola, nell’incarnazione più eccelsa da Tirteo a Mameli.

Oggi egli è qui fra i suoi intrepidi legionari, che trovano definitivo riposo nelle arche marmoree che sfideranno il tempo e le generazioni; egli è qui tra noi, e non mai come in questi tempi di universale palingenesi abbiamo acutamente sentito la mancanza della sua voce.

Con quali parole egli avrebbe bollato col marchio rovente dell’infamia il gesto del re traditore e fuggiasco e dei suoi non meno miserabili complici detta resa a discrezione. E come, in un altro momento critico della nostra Patria, non avrebbe egli trovato le parole per risospingere il popolo percosso e sperduto verso la linea del fuoco, verso la linea del combattimento e dell’onore accanto ai camerati germanici che con un inesauribile coraggio tengono e terranno testa al mondo intero? (Acclamazioni).

E come non avrebbe egli data la sua aperta adesione alla nostra Repubblica, egli che nel 1920, con colui che vi parla in quest’istante, tracciò le linee di una marcia repubblicana verso Roma?

La morte improvvisa, quella che tutti i combattenti prediligono, lo colse al suo tavolo di lavoro ancora gagliardo perché il volgere degli anni non lo aveva toccato, al tavolo di lavoro per l’Italia e sempre per l’Italia.

I piccoli traditori di Roma, che non ne apprezzarono mai la multiforme grandezza, hanno tentato di inscenargli un postumo processo morale. Con ciò essi hanno dato la prova insuperabile della loro abiezione.

Per qualche tempo dopo la sua morte si fece alquanto silenzio attorno al suo nome.

I morti chiedono un po’ di solitudine.

Oggi il ritmo delle sue poesie suona incalzante ai nostri spiriti e noi lo consideriamo come il vessillifero della riscossa della Nazione.

E ora che vi ho parlato ho quasi l’impressione che lo spirito del Poeta aggirantesi fra questi olivi e cipressi e mi domandi: Perché mi hai commemorato? Sono forse così irreparabilmente morto che devo già essere commemorato? Perché veramente è difficile commemorare un uomo dall’anima molteplice come quella di Gabriele D’Annunzio.

Noi gli rispondiamo: No, comandante. Tu non sei morto e tu non morirai fino a quando, piantata nel mezzo del Mediterraneo, sta una penisola che si chiama Italia (Prolungati applausi. La folla acclama lungamente al Duce). Tu non sei morto e non morirai fino a quando nel centro di questa penisola vi è una città nella quale ritorneremo e che si chiama Roma».

L’orazione è stata più volte interrotta dalle acclamazioni specialmente quando il Duce ha esaltato l’incomparabile sforzo bellico del popolo germanico e ha riaffermato la sua certezza nel vittorioso ritorno delle nostre armi a Roma. Terminato il rito il Duce ha lasciato il Vittoriale fatto segno a rinnovate e sempre crescenti manifestazioni di entusiasmo da parte della folla. (2)

Negli anni che seguirono la Seconda guerra mondiale la figura di D’Annunzio si fece controversa e la faciloneria di giudizio non mancò di associarlo al fascismo ed ai suoi disastri dimenticando che egli, invece, vi si oppose. Eppure, fu proprio Lenin a definirlo come l’unico italiano capace di fare una rivoluzione. Di sicuro non fu definibile antifascista ma certamente ebbe il coraggio di opporsi all’infausta alleanza con la Germania, di cercare di prevenire la guerra ed il disastro, le conseguenze nefaste della china che s’era presa e che già ai suoi occhi pareva disperatamente inarrestabile.

La provvidenza, o chi per essa, non gli diede il tempo di far sentire con maggiore forza la sua voce.

Oggi il Vittoriale, così lodevolmente custodito e valorizzato dalla fondazione presieduta dall’amico Giordano Bruno Guerri, tutela questo complesso e nel permetterne la visita ai turisti ed appassionati concorre a raccontare una pagina di storia poco conosciuta. Frammenti di un passato italiano ed europeo ma soprattutto universale nell’intreccio tra poesia, mito, religioni, spiritualità e pensiero che si avverte tra quelle mura antiche. Da vedere, osservare, ascoltare, sentire e custodire nei ricordi più cari.

Alessandro Mella

 

NOTE

1)         Gazzetta d’Asti, 9, Anno XL, 4 marzo 1938, p. 1.

2)         La Stampa, 61, Anno LXXIX, 2 marzo 1945, p. 1.

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Articolo pubblicato il 05/01/2022