Torino - Rimborsopoli: storie di ordinaria ingiustizia

Dieci anni dopo ancora si parla di queste inchieste giudiziarie

La triste vicenda dell’ex assessore regionale Angelo Burzi ha riportato l’attenzione verso la questione giudiziaria che negli scorsi anni abbiamo imparato a conoscere come “rimborsopoli”.

Se per il dramma di Burzi è d’obbligo il silenzio per il dolore dei suoi cari e di chi lo ha conosciuto – ed è unanime la descrizione dell’ex assessore come persona retta ed estremamente preparata, cosa non scontata al giorno d’oggi in politica – si impongono alcune considerazioni.

I tempi innanzitutto.

Se dieci anni dopo siamo ancora qua a parlare di queste inchieste giudiziarie bisogna serenamente ammettere che questo non è un sistema giudiziario di un paese democratico occidentale ma una giustizia ai limiti del tribale degna di stati come lo Zimbawe.

Inoltre se questi fatti riguardavano l’utilizzo di fondi dei gruppi consiliari alla Regione non se ne sarebbero dovuti occupare proprio i gruppi stessi invece della Magistratura?

Già questa considerazione dovrebbe suggerire che le inchieste sulla cosiddetta rimborsopoli sono state una sorta di tiro al bersaglio fatto da magistrati che deliberatamente hanno deciso di mettere fuori dal gioco politico alcuni esponenti di una precisa parte politica salvando gli altri; il tutto con fondamenti molto traballanti.

Come spiegare, infatti, le trasferte per attività dei consiglieri regionali con annesse cene ed alberghi considerate un inaccettabile peculato perseguibile penalmente se allo stesso tempo gradevoli vacanze sulle splendide spiagge di Tel Aviv a carico del gruppo consiliare venivano considerate importante attività politica degna di essere sostenuta economicamente dal gruppo in Consiglio Regionale.

Inutile dire che le trasferte con cene politiche ( condannate) erano fatte da consiglieri del centrodestra mentre le splendide vacanze considerate attività politica rimborsabile erano fatte da consiglieri di Sinistra.

Ma ciò che più ha stonato in questi ultimi giorni dal drammatico suicidio di Burzi la vigilia di Natale, è stata l’intervista concessa dal PG di Torino, il dott. Saluzzo.

Il PG, non nuovo a indagini giudiziarie “politiche” che evidentemente hanno portato fortuna alla sua carriera in Magistratura, ha affermato che i magistrati hanno operato benissimo e sono immuni da ogni possibile dubbio di errore, quasi dei semidei, in pratica.

Sta il fatto che nel nostro ordinamento una sentenza di condanna dovrebbe essere emessa solo se ogni ragionevole dubbio è escluso, mentre molti dei condannati in secondo grado nelle inchieste di rimborsopoli erano stati assolti in primo; il dott. Saluzzo pensa forse che i giudici che hanno assolto gli imputati in primo grado fossero ubriachi? Non è un ragionevole dubbio una sentenza di assoluzione in un grado precedente di giudizio? Evidentemente non lo è se l’imputato è della parte politica “sbagliata”.

Ma ciò che più irrita nelle dichiarazioni rese alla stampa dal PG Saluzzo sono i subdoli avvertimenti a chi osa nutrire dubbi verso l’operato dei magistrati paventando la possibilità di ravvedere il reato di vilipendio della magistratura; quasi a dire: state attenti a come parlate altrimenti ci arrabbiamo e vi portiamo in tribunale. E saremo noi a giudicarvi.

Un avvertimento che non è difficile riconoscere nel modus operandi di alcune organizzazioni che ben poco hanno a che vedere con la Giustizia, ma non vado oltre non avendo alcuna voglia di essere sospettato dai compari di questo temibile clan di vilipendio alla “sacra casta”; soprattutto in considerazione del fatto che autorevoli esponenti del Tribunale torinese sono stati accostati nei mesi scorsi alla famigerata “loggia Ungheria”.

Per concludere se ci fossero ancora dubbi le inchieste relative alla cosiddetta rimborsopoli sono inquadrabili anche da un bambino di terza elemntare come il tentativo di eliminazione della classe dirigente regionale piemontese dei partiti di un determinato schieramento politico; tentativo riuscito, a quanto pare, se è vero, come è vero, che quasi tutti gli esponenti coinvolti sono stati messi fuori dai giochi politici.

Abbiamo visto commissioni d’inchiesta su tutto in questi anni, non stonerebbe di certo una commissione d’inchiesta su questi fatti, magari senza aspettare che si muova il parlamento romano e iniziando già a livello di Consiglio Regionale.

Ci sarà il coraggio di iniziare un percorso di questo tipo?

Perché una cosa è certa: questa roba qua non merita il nome di giustizia.

 

Luigi Cabrino

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Articolo pubblicato il 03/01/2022