“E vissero felici e contenti” di Roberto Marchesini

Un piccolo manuale sul matrimonio per vivere felici e contenti

Non capita spesso leggere un libro che ti aiuta ad essere felice e contento. Del resto quello della felicità e della pace è uno stato d’animo che interessa tutti. Questo libro che può sembrare pretenzioso è stato scritto da Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, “E vissero felici e contenti”, pubblicato da Sugarcoedizioni di Milano nel 2015. Il testo è completato da un saggio di suor Roberta Vinerba.

Al dottor Marchesini che è impegnato giornalmente anche con coppie in crisi, sono in molti a chiedergli supporto e consiglio per il loro rapporto nelle fasi più delicate del loro matrimonio. Così gli è venuta l’idea di raccogliere in un libro, tutti i suggerimenti che di solito propone ai suoi clienti. In questo modo Marchesini evita di ripetere sempre le stesse cose ai suoi pazienti e poi è utile per tutte quelle altre coppie che non può incontrare personalmente.

Non solo ma secondo Marchesini il libro potrebbe essere utile anche per i fidanzati, lo conferma nella prefazione, don Andrea Brugnoli che scrive: “lo regalerei innanzitutto ai fidanzati dei numerosi corsi prematrimoniali che organizzo, perché scoprano l’impegno delle parole del patto che stanno per compiere”. Peccato che non avevo questo ”manualetto”, quando tanti anni fa, padre Adelino Affannato, parroco di Letojanni, mi ha incaricato di tenere due relazioni nei corsi di preparazione al matrimonio che aveva organizzato per la sua parrocchia.

Molte coppie purtroppo si sposano senza conoscere il vero e profondo significato del matrimonio. “Molte coppie si sposano senza sapere, o con una consapevolezza limitata di quello che stanno facendo, minando seriamente le basi della loro futura vita coniugale”. “E vissero felici e contenti” è un libro che non puoi perderti scrive la giornalista Costanza Miriano, autrice di due pamphlet molto discussi, soprattutto, “Sposati e sii sottomessa”. Il libro ha avuto diversi effetti nella giornalista, intanto è stato scritto bene, poche cose semplice e soprattutto da memorizzare, un piatto pronto alla perfezione, da utilizzare e “regalare alle persone a cui non riesco a dire quello che vorrei”.

Il libro non è la solita noiosa ode alla famiglia, perché sostiene che il motivo per cui vale la pena sposarsi è l’amore, finalmente qualcuno lo dice, scrive la Miriano nell’invito alla lettura. Ma soprattutto il libro di Marchesini è lo “smascheramento dei meccanismi culturali che hanno portato la famiglia alla crisi attuale. Una lettura della storia e del pensiero comune davvero ricchissima di elementi, una miniera di frecce da tenere pronte da scoccare col nostro arco quando ci si trova a confrontarsi con chi la pensa diversamente (pressoché tutti)sul tema della famiglia”.

Certamente la Miriano si riferisce ai capitoli 1 e 2: “Perché ci si lascia”, e “Perché ci si sposa”. Ma la parte del libro, la più indispensabile secondo la Miriano, è quella in cui si analizzano, in modo divertente e lieve, i più frequenti errori, i meccanismi sbagliati in cui incorrono le coppie…”. E’ un libro che la giornalista regalerà a mezzo mondo, facciamolo anche noi, contribuirà a migliorarlo.

Ma prima di parlare del matrimonio occorre capire perché i giovani hanno perso il desiderio di sposarsi e forse questo testo può aiutare qualche giovane a far ritornare il desiderio.

Intanto il libro di Marchesini si domanda: “perché molti matrimoni vanno in malora”. Lo psicologo parte da lontano, quando negli anni cinquanta del secolo scorso in Italia, per mezzo di una vasta letteratura che va dai fotoromanzi, ai rotocalchi, dalla radio, alla televisione e passando per il cinema, si giunge ad una nuova concezione dell’amore, del sesso e soprattutto del matrimonio.

In questi anni si è cercato di abbandonare quel modello matrimoniale borghese stipulato per ragioni di interessi e utilitaristici per passare a quello fondato sull’amore, dove l’attrazione fisica, e il piacere erano al centro del matrimonio. Per la verità, la Chiesa cattolica da secoli predicava il matrimonio fondato sull’amore umano e sull’amore divino. Già Leone XIII (1810-1903) nella prima enciclica interamente dedicata la matrimonio, criticava la visione borghese  e marxista del matrimonio come mero patto civile, riaffermando la natura spirituale del matrimonio.

Tuttavia gli anni cinquanta e sessanta, caratterizzati dal “boom economico”, le parole “dovere”, “dignità” e “sacrificio”, vennero lentamente sostituite con “piacere” e “divertimento”. Cambiamenti descritti dai grandi registi come Dino Risi e Federico Fellini, in “poveri ma belli” e “I vitelloni”.

Roberto Marchesini individua ben sei fattori che hanno contribuito a questo lento mutamento della concezione del sesso e del matrimonio. Il 1° è proprio la pubblicazione di due rapporti del biologo Alfred Charles Kinsey, dal titolo, “Il comportamento sessuale dell’uomo” e poi più tardi, Il comportamento sessuale della donna”. In questa ricerca Kinsey arriva a risultati dove si legittima qualsiasi comportamento sessuale come “naturale”, peraltro Kinsey allo scopo di fornire basi scientifiche per la sua nuova moralità sessuale, secondo marchesini ha manipolato i dati raccolti.

Il 2° fattore è il femminismo radicale. In pratica le femministe, facendo propria la dialettica marxista sfruttatori/sfruttati, al presunto sfruttamento maschile le femministe radicali opposero le più totali autonomia e indipendenza della donna, anche dal punto divista sessuale; da qui la valorizzazione della masturbazione e dell’orgasmo clitorideo in contrapposizione al rapporto sessuale e all’orgasmo vaginale”. Così la sessualità diventa funzionale al piacere della donna, escludendo l’uomo e i figli. Naturalmente una battaglia fondamentale delle femministe radicali è quella della liberalizzazione dell’aborto.

Il 3° fattore che Marchesini individua nel libro è quello del sesso ludico/ricreativo. E qui il riferimento va allo psicologo e sessuologo americano John Money che nel 1975 pubblicò un articolo sul prestigioso quotidiano “New York Times”, intitolato “Recreational and procreational sex”. Money sosteneva che la sessualità umana non ha una funzione solo procreativa, ma anche “ricreativa”, questa tesi è stata accolta anche in un certo mondo cattolico, soprattutto tra quelli che contestavano l’enciclica “Humanae vitae” del beato papa Paolo VI nel 1968.

 

LA RIVOLUZIONE SESSUALE CHE HA PORTATO ALLO SMANTELLAMENTO DEL MATRIMONIO.

 

Fra le cause che hanno condotto allo smantellamento del matrimonio il professore Roberto Marchesini, indica “la diffusione della psicanalisi freudiana”, siamo al 4° fattore di quel cambiamento sessuale iniziato negli anni cinquanta. Freud riteneva che la nevrosi nell’uomo consistesse nella repressione sociale delle pulsioni sessuali, pertanto occorreva liberare quella pulsione originaria che è la libido. Anche se per la verità, Freud, che Marchesini ha studiato bene, non voleva una liberazione incontrollata della libido. Piuttosto sono stati i suoi discepoli come Wilhelm Reich, a diffondere una versione delle teorie freudiane in netto contrasto con la morale sessuale tradizionale. Per Reich lo scopo per cui l’uomo vive è l’orgasmo. Pertanto tentò di coniugare il marxismo con la psicanalisi accusando le classi dominanti di reprimere una sessualità libera. Reich inizia ad usare l’espressione “rivoluzione sessuale”, e siamo al 5° fattore culturale che ha distrutto il matrimonio.

Negli anni sessanta attraverso la dialettica marxista si contrappone una sessualità più libera e spontanea al sesso coniugale che nel frattempo diventava un retaggio borghese. Per Marchesini la pubblicazione di un libro ha contribuito molto alla realizzazione della sessualità sfrenata, si tratta di “Porci con le ali”, che diventa peraltro un caso letterario. Il libro racconta di due studenti liceali impegnati politicamente a sinistra, i quali considerano come “normale”, qualsiasi pratica sessuale, e ben presto diventa un manuale della contestazione sessantottina.

Infine l’ultimo fattore che ha contribuito allo smantellamento del matrimonio, è stato il “Referendum sul divorzio”.

Marchesini ripropone una tesi interessante dello statistico Roberto Volpi, che ha dedicato un libro, “La fine della famiglia”, Mondadori (2007), al vertiginoso crollo della natalità italiana dalla metà degli anni settanta del secolo scorso al Duemila. Secondo Volpi, l’inizio di questa drammatica tendenza a non fare figli, non coincide con la legalizzazione dell’aborto, ma piuttosto con la legalizzazione del divorzio (1970).

La vittoria del no al referendum che confermò la legge sul divorzio, secondo Volpi, “contribuì in modo decisivo a una complessa trasformazione di atteggiamenti culturali, schemi mentali e perfino posizioni ideologiche sul matrimonio, la famiglia, i figli, le istituzioni e sulle relazioni fra tutti questi schemi fondanti la società”. Certo lo statistico non esclude che a distanziare il matrimonio dalle prospettive dei giovani, intervengono anche i fattori materiali, ma soprattutto è convinto che

“la prospettiva della coppia, checché ne dicano loro stessi, ha perso tra i giovani fascino e capacità di attrazione sul mercato delle possibilità e delle opportunità di vita, innanzitutto perché è sentita come troppo stringente;  perché sembra richiedere troppi sforzi, troppa dedizione, troppi sacrifici che, oltretutto, non garantiscono il risultato, non eliminano i rischi del fallimento, di rottura più o meno traumatica, di dissolvimento a volte impietoso di speranze, attese, progetti; perché sembra implicare un restringimento dell’orizzonte esistenziale piuttosto che un suo ampliamento: tutte cose, queste, che più si possono spostare in là con gli anni meglio è”.

Allora se questa è la situazione, su che cosa si deve fondare il matrimonio perché abbia successo? Molti dicono sull’amore, ma questo per Marchesini nella nostra società egoistica ed edonistica può essere quantomeno equivoco. Così il matrimonio diventa qualcosa di emotivo, di soddisfazione personale. Invece amare vuol dire “volere il bene dell’altro”. Mentre il “nuovo” matrimonio, per Marchesini, è fondato sull’innamoramento. “Ma l’innamoramento è solo una fase transitoria, esclusivamente emotiva, che deve lasciare il posto all’amore, duraturo e che coinvolge anche la regione e la volontà”. Un matrimonio fondato sull’innamoramento, viene costruito sulla sabbia, mentre occorre fondarlo sull’amore.

La rivoluzione sessuale per Marchesini sembra guidata da due principi: “il diritto all’amore e il diritto alla felicità nell’amore”. Pertanto se l’unione non funziona e si sbaglia nella scelta del compagno, si può, anzi si deve ricominciare con un altro, donde il moltiplicarsi di divorzi, delle unioni libere e anche la necessità di valutare con più attenzione il momento opportuno per la nascita dei figli (…)”.

Naturalmente questa rivoluzione ha reso più fragile il legame matrimoniale. A questo punto Marchesini sostiene che il 70% dei divorzi avvengono in famiglie a basso livello conflittuale (low-conflict), quindi “non ci si lascia perché si litiga: ma probabilmente, perché le aspettative di soddisfazione personale riposte nel matrimonio sono rimaste deluse”.

In conclusione si può sostenere secondo il professor Marchesini che non ci si sposa per vivere quel “ benessere psicologico dell’innamoramento, con le farfalline nello stomaco, il sorriso ebete stampato sul volto, l’ebbrezza alcolica senza aver bevuto una sola goccia d’alcool”. O per  “la soddisfazione dei propri bisogni affettivi e sessuali(…) o per “provare le grandi emozioni dei film hollywoodiani”. Se ci si sposa per questo, secondo Marchesini occorre prepararsi “ad una repentina separazione, ad un imminente divorzio”. Invece “ci si sposa per dare, per darsi. Se ci si sposa per ricevere, inevitabilmente il matrimonio diventerà una ‘partita doppia’: dare-avere”. Quindi nel momento in cui ci si accorgerà di non ricevere quanto si dà, o di non ricevere quanto ci saremmo aspettati nel giorno del nostro matrimonio, tutto viene messo in discussione.

 Ma allora perché ci si sposa?

 

PERCHE’ VALE LA PENA SPOSARSI.

 

Lo psicoterapeuta Roberto Marchesini scrive che l’unico motivo per cui valga la pena sposarsi è l’amore. Ma che cos’è l’amore? Per rispondere scomoda S. Tommaso d’Aquino:“l’amore è volere il bene dell’amato. Amare significa, dunque, volere bene a qualcuno, non volere che qualcuno ci voglia bene; amare vuol dire volere il bene di un altro, non il proprio”. Anzi per essere più precisi, amare significa “sacrificare se stessi per il bene dell’altro”. In pratica si tratta di quell’amore disinteressato e gratuito, che non vuole nulla in cambio.

Pertanto “l’amore ama incondizionatamente, cioè non pone condizioni”. E qui Marchesini cita anche San Paolo, dove l’apostolo della carità, scrive un inno all’amore, che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Tuttavia Marchesini stesso si domanda: “Ma è possibile amare così?”. “O si tratta di una utopia, un quadretto idilliaco ma completamente irrealistico, da pubblicità televisiva?”. Il professore ammette che oggi nel nostro mondo sia difficile trovare coppie che siano l’immagine dell’”amore gratuito e incondizionato, proprio perché la maggior parte di loro si sposa per avere una soddisfazione personale”. 

Per comprendere meglio a quale amore si fa riferimento, Marchesini fa riferimento all’amore dei genitori verso i figli, ma soprattutto quello dei nonni per i nipoti, che è, forse, l’amore più disinteressato. Si potrebbe pensare anche al legame che si instaura tra il cane e il padrone: totale, cieco, inscalfibile. Ma l’amore per eccellenza, è certamente “quello di Dio per l’umanità, che arriva a sacrificare il proprio figlio, tra sofferenze indicibili, per la salvezza degli uomini. Senza pretendere nulla in cambio”. Comunque sia per lo psicologo amare gratuitamente, totalmente e disinteressatamente, non solo è possibile ma è naturale. Anzi “la felicità dell’uomo, la sua piena realizzazione, consiste proprio nell’amare”.

A questo punto il libro fa una discettazione sull’idea di felicità, citando autorevoli filosofi come Kierkegaard, Aristotele, Bernardo di Chiaravalle, o Adam Smith, per concludere con il “paradosso della felicità”, per cui la felicità viene conseguita “soltanto da chi non la ricerca per sé”. “Questo paradosso della felicità, d’altronde, non è che la manifestazione del paradosso dell’amore: ‘si esce da se stessi senza distruggersi; anzi, uscendo da se stessi, si raggiunge la perfezione personale in grado massimo” Pertanto, “nel donarsi, si sperimenta un ‘un dare senza perdere’ (…) O un ‘acquistare donando’, in cui la persona ‘perfeziona e si perfeziona’. Insomma l’uomo, “non può vivere senza amare”. L’altro va visto non come un piacere da godere, ma da amare come dono. Del resto Gesù non diceva: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35).

Lo psicologo si spinge a scrivere che addirittura non ci si sposa per essere felici (questa è semmai sarà una conseguenza del matrimonio)  bensì per rendere felice un altro. Per il vero amore, che non è l’innamoramento, o la ricerca di una soddisfazione dei propri bisogni emotivi. “Ci si sposa per amare, non per essere amati”, in pratica quello che la Chiesa ha sempre proposto agli sposi. Rileggete le promesse matrimoniali. Gli sposi promettono di dedicarsi, per sempre alla felicità della persona amata. Naturalmente nessuno è costretto, si decide liberamente di mettere tutta la propria vita al servizio di un’altra persona senza chiedere nulla in cambio. “Anzi – scrive Marchesini – proprio questa è una delle condizioni irrinunciabili per la validità del matrimonio cattolico”.

La solita obiezione che si fa alla promessa “per sempre”, è quella “che le persone cambiano, così come le circostanze: quando si è giovani, belli, sani ed attraenti è tutto facile, poi col tempo…”. Lo psicoterapeuta risponde che le promesse si fanno proprio per quando le cose vanno male, perché quando le cose vanno bene non servono: tanto è facile essere fedeli, amare ed onorare il coniuge. Infatti si promette di essere fedeli 2nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. E’ difficile, impossibile, irrealistico?

Il matrimonio è questo: dono totale di sé per la felicità dell’altro. E’ la forma più alta di amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”,(Gv 15,13) paragonabile senz’altro all’amore di Cristo per la Chiesa.

Infine un dato fondamentale, spesso dimenticato, nella vita di coppia occorre prendere coscienza che gli uomini e le donne sono diversi. Per esprimere questo pensiero semplicissimo, ma fondamentale, il dottor Marchesini utilizza un capitolo intero. Citando un celebre libro, “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” di John Gray, Marchesini sottolinea questa diversità. Ignorando questa differenza, spesso gli uomini e le donne sono condannati a vivere in uno stato di guerra.

E se ci sentiamo arrabbiati o frustrati è perché abbiamo dimenticato questa verità. “Ci aspettiamo che i rappresentanti del sesso opposto siano simili a noi. Ci piacerebbe che ‘volessero ciò che noi vogliamo’ e ‘sentissero come sentiamo noi’”. Pertanto occorre imparare a riconoscere e rispettare queste differenze per ridurre il più possibile le confusioni. Il marito e la moglie hanno ruoli diversi, non occupano lo stesso ruolo. Il matrimonio ha bisogno di due gambe diverse, una destra e una sinistra. Non di due gambe destre e due sinistre.

A questo punto Marchesini commenta polemicamente il clima odierno che si vive nella nostra società. E’ consapevole che si fa fatica ad apprezzare la diversità tra uomo e donna come una ricchezza. “Siamo immersi in un clima culturale che ci ripete in ogni occasione opportuna che uomini e donne sono uguali”. E qui non può mancare la forte critica alle cosiddette e tanto strombazzate politiche delle “pari opportunità”, le cosiddette “quote rosa”: pari opportunità nei consigli d’amministrazione?

E perché non in miniera o nei cantieri edili? Si interroga polemicamente Marchesini. Negli Usa ci sono college che hanno dovuto  chiudere diverse squadre sportive maschili perché non ce n’erano abbastanza omologhe femminili. Quella del “gender theory” è una bizzarra ideologia e chi la sostiene non si preoccupa che le sue affermazioni sono contraddette dalla biologia, dall’antropologia e dal senso comune.

Ma siamo ormai all’attualità, a quella battaglia quotidiana che vede da oltre un anno impegnati movimenti variegati di uomini e donne come le “Sentinelle in Piedi” , l’associazione “Si Alla famiglia”, il Comitato “Difendiamo i nostri figli” di Massimo Gandolfini.

 

 

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 07/01/2022