La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Un omicidio a Porta Palazzo

Lunedì 28 novembre 1904: i lettori torinesi possono trovare nella cronaca nera de La Stampa il consueto bollettino delle coltellate domenicali che si sono scambiati gli operai e i giovani che hanno santificato la domenica con solenni sbornie, soprattutto nelle osterie dei dintorni di Torino.

Domenica 27 novembre il giornale si sofferma su un mortale ferimento alla Madonna di Campagna. Qui, all’Albergo Belvedere, le coltellate hanno coronato un dissidio scoppiato fra due dei molti operai qui riuniti per festeggiare il giorno festivo.

Questa notizia, riferita in modo dettagliato, occupa un certo spazio nella cronaca nera de La Stampa di quel 28 novembre. Più stringata la successiva notizia di un altro grave ferimento, avvenuto nella stessa notte nella zona di Porta Palazzo:

Un altro ferimento grave.

Verso le 1,30 della scorsa notte, due pompieri raccolsero in via Genè angolo corso Regina Margherita certo Agnello Giuseppe, d’anni 22, il quale giaceva sul lastrico con una profonda ferita all’inguine. Trasportato al San Giovanni, i medici lo giudicarono in istato grave.

L’Agnello disse di essere stato ferito da sconosciuti a Porta Palazzo, presso via Milano.

In realtà, il ferimento di Giuseppe Agnello, che morirà all’Ospedale per la ferita riportata, è avvenuto nella tarda serata di domenica 27 novembre a seguito di una clamorosa rissa avvenuta nella piazza Emanuele Filiberto, oggi Piazza della Repubblica, rissa che stranamente non ha destato l’interesse del cronista, il quale si è limitato a registrare il ritrovamento e il ricovero del ferito.

Dalla cronaca del processo celebrato l’anno successivo apprendiamo lo svolgersi dei fatti.

Quella fatale domenica due comitive di giovani si sono incontrati e azzuffati nella piazza Emanuele Filiberto: due di loro sono rimasti sul terreno: Giuseppe Agnello, ferito mortalmente e suo fratello Giovanni, accoltellato in modo meno grave.

I fratelli Agnello, in compagnia di altri giovanotti e di una ragazza, erano di ritorno dal Regio Parco, dove avevano trascorso allegramente il giorno festivo. I componenti del gruppo si sono fermati casualmente in piazza Emanuele Filiberto, a Porta Palazzo, forse per salutarsi e augurarsi la buona notte.

In quel momento giunge un giovanotto, il quale faceva parte di un’altra comitiva, uscita dal Caffè Italia di via Milano, noto come Caffè della Vespa. Il grosso di questa combriccola si era fermato davanti vicina alla Basilica Mauriziana. Il giovanotto cercava un amico, uscito poco prima dal caffè, e lo chiamava a gran voce: «Vigio, Vigio! [Luigi, N.d.A.]».

Si rivolge anche alla comitiva dei fratelli Agnello per chiedere: «È qui Vigiu ‘l fòl [Luigi il folle, N.d.A.]?».

Qualcuno ha l’infelice idea di rispondere con voce aspra, in tono di scherno: «Qui non c’è nessun folle».

Non avesse mai parlato! Quella risposta ha l’effetto di un grido di battaglia. Si ingaggia subito la zuffa, improvvisa, fulminea e terribile, nell’ombra e nel silenzio della notte. Come si sia svolta, chi abbia ferito per primo e chi abbia realmente inferto le coltellate mortali non si è saputo e non si saprà mai, come commenta amaramente il cronista giudiziario.

Si è udito un grido sinistro: «Questo è servito!», si è scorta una mano che brandiva un coltello dalla lama luccicante, poi c’è stato un fuggi fuggi generale.

Si direbbe che i fratelli Agnello non fossero abituati all’uso del coltello: nella rissa sono stati entrambi vittime. Giuseppe, come abbiamo visto, si è trascinato fino a via Genè dove si è accasciato ed è stato portato all’Ospedale da due pompieri, mortalmente colpito all’addome.

Il fratello Giovanni ha dovuto recarsi in una farmacia per farsi medicare una ferita e così, forse, ha perso i contatti con Giuseppe.

Giovanni, guarito, e Giuseppe, prima di morire, dichiarano agli inquirenti che i loro feritori erano uno alto e biondo, di Porta Palazzo, e l’altro più basso, tarchiato e bruno.

In base a queste dichiarazioni vengono svolte le indagini. I due sono identificati come Gabriele Corno e Giovanni Vigoffi, presunti autori del duplice ferimento, mortale per Giuseppe Agnello.

Vengono arrestati entrambi dopo pochi giorni nello stesso Caffè della Vespa.

La Stampa del 1° dicembre ha dato notizia dell’arresto di uno di questi personaggi, Gabriele Corno (indicato col cognome di Como), mediatore di bestiame, abitante in corso Regina Margherita n. 134. Dell’arresto del secondo sospettato, Giovanni Vigoffi, il giornale non dà notizia.

L’istruttoria risulta insolitamente lunga perché i due accusati si accusano a vicenda: fra i due si scatena una lotta, si scagliano uno contro l’altro, palleggiandosi la grave responsabilità. Alla fine, resta incerto chi sia il reale autore del mortale ferimento e così Gabriele Corno e Giovanni Vigoffi sono entrambi rinviati a giudizio nel Tribunale Penale per omicidio in rissa e per ferimento lieve.

In aula nel novembre 1905, esattamente a un anno di distanza, si rinnovano con grande vivacità i confronti e gli scontri fra i due imputati, con la partecipazione dei loro avvocati difensori che rilevano le contraddizioni delle rispettive versioni e prospettano nuove ipotesi.

Ma neppure questo dibattimento riesce a far emergere le reali responsabilità.

Il Tribunale decide di condannare Gabriele Corno, come pregiudicato, a 3 anni di reclusione, e Giovanni Vigoffi, incensurato, a 2 anni e 6 mesi della stessa pena.

Un trionfo della Giustizia? Pare proprio di no, come commenta l’anonimo cronista giudiziario: «Una povera madre pianse la immatura perdita violenta del giovine figliuolo: questa fu la dura e sicura commovente realtà».

Il cronista ha saputo cogliere gli elementi essenziali di questa triste vicenda: la scarsa ricaduta dell’azione penale per prevenire e porre rimedio a questi scontri fra giovani di diverse aree cittadine che, nel nuovo secolo, fanno rivivere le nefaste prodezze delle Còche preunitarie, ovvero le bande giovanili dei diversi sobborghi torinesi.

Abbiamo voluto rievocare questa vicenda per confutare la falsa ma consolatoria convinzione di molti torinesi benpensanti che la nostra criminalità, sostanzialmente inoffensiva, sia stata “guastata” da elementi di importazione in tempi molto più vicini a noi rispetto a quelle descritti nella nostra storia.

Lo scriveva nel 1970 un lettore de La Stampa nella sua lettera inviata a Specchio dei Tempi:

 

Pensai alla Torino di tanti anni fa: [...] C’erano sì, i “barabba” e i “tajabôrse", armati solo di scaltrezza di mano e di sveltezza di gambe. Nelle risse, a “Porta Pila”, luccicava pure qualche lama: ma, ricordo, bastò l’effetto di un “dramma sociale in 4 atti” di Mario Leoni, “‘L côtel”, recitato al Rossini di via Po, perché gli inservienti del Teatro trovassero, poi, abbandonati a terra, numerosi “sacagn” (coltelli).

Più tardi, la delinquenza si esibì nelle imprese della “banda del buco”: foravano muri e soffitti, ma... pazienza! Ora i buchi li fanno, con efferata disinvoltura, nella pancia dei galantuomini e dei tutori della legge.

 

A parte il fatto che “‘L côtel”, non è di Mario Leoni ma di Luigi Pietracqua, quella dei coltelli abbandonati al teatro è una leggenda metropolitana d’antan: come abbiamo visto, a trent’anni di distanza dalla rappresentazione della commedia, nel nuovo secolo, vi erano torinesi disposti a bucare «con efferata disinvoltura» la pancia dei loro concittadini.

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Articolo pubblicato il 15/01/2022