Cronache criminali del passato

La strage di Bagnara di Romagna - 16 novembre 1988

Intorno alle ore 12:00 del 16 novembre, i Carabinieri di servizio nella caserma di Bagnara di Romagna, comune di circa 1.800 abitanti della provincia di Ravenna, in via Garibaldi, sono riuniti nell’ufficio del Comandante, brigadiere Luigi Chianese, di 30 anni, nato a Minturno (Latina), sposato e padre di due bambine, che ha assunto il comando nell’agosto del 1987.

Col Comandante vi sono il Carabiniere scelto Angelo Quaglia, di 27 anni, nato a Controguerra (Teramo), celibe, in servizio a Bagnara da sei anni, appena rientrato da una licenza; Paolo Camesasca, ausiliario di 21 anni, nato a Giussano (Milano), in Romagna dal maggio 1988; Daniele Fabbri, ausiliario di 20 anni, nato a Cesena e trasferitosi a Bagnara nell’agosto 1987 dopo il corso e infine, Antonio Mantella, Carabiniere scelto, di 31 anni, di Vibo Valentia, sposato e padre di due figlie, una di due anni ed una di pochi mesi, a Bagnara da tre anni.

È assente, perché in licenza, il sesto militare, il Carabiniere scelto Alessandro Trombin, di 25 anni, tre di servizio a Bagnara, nato a Gavello (Rovigo) dove si trovava in casa dei genitori.

Il motivo di questa riunione, che a quanto pare è stata voluta dal Comandante Luigi Chianese, non sarà mai chiarito.

Unica certezza è che nella caserma si scatena l’inferno.

Dalla finestra dell’ufficio del comandante escono nove colpi, sparati ad altezza d’uomo da una mitraglietta M12 in dotazione ai Carabinieri. Uno dei proiettili colpisce il finestrino posteriore della Fiat 126 del postino del paese, che sta transitando. L’uomo si ferma, scende e va verso l’ingresso della caserma per chiedere aiuto.

Alle 12:20 arriva alla caserma di Lugo la telefonata di un civile che avverte come nella caserma di Bagnara qualcuno stia sparando e dieci minuti dopo questi militari arrivano. Alle 12:40 sopraggiunge l’ambulanza e in zona pervengono elicotteri, pattuglie, ufficiali dell’Arma, da Faenza, Ravenna e Bologna. Vi sono anche uomini del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare).

La porta centrale della caserma è chiusa, ma si può entrare da un ingresso laterale che è stato aperto dalla moglie del Comandante, Lucia Conte, che dispone di un alloggio al primo piano della costruzione. Qualche secondo dopo l’inizio della sparatoria, alle 12:15, la donna si è precipitata fuori della caserma, dice di essere stata colpita da «qualcosa di rovente» poi si è rifugiata in casa di amici.

Quando le forze dell’ordine e i soccorritori riescono a entrare, scoprono i cadaveri dei cinque Carabinieri, quattro crivellati da proiettili: il comandante Chianese, il Carabiniere scelto Quaglia, gli ausiliari Camesasca e Fabbri.

Il quinto corpo presenta una sola ferita alla tempia destra, provocata da un colpo esploso a distanza ravvicinata con una pistola Beretta d’ordinanza: è quello del Carabiniere scelto Mantella.

Cosa è successo?

A Roma, il ministro dell’Interno, Antonio Gava è sollecitato da parlamentari comunisti e missini a fornire spiegazioni.

Questa la ricostruzione degli avvenimenti della mattina, precedenti alla strage.

Verso le 8:00 Antonio Mantella e Daniele Fabbri hanno preso servizio davanti alla locale sede del Credito Romagnolo, in piazza della Repubblica. Li vede il Sindaco che non nota niente di strano.

Mentre Mantella e Fabbri sono di guardia al Credito Romagnolo, in caserma giunge un impiegato del Comune latore di una richiesta di permesso per una gara ciclistica: parla con Chianese, Quaglia e Camesasca e gli pare tutto a posto.

Mantella e Fabbri dovevano rimanere di guardia alla banca fino alle 13:00. Si accerta che alle 12:00 ricevono una chiamata del comandante Chianese che dice loro di rientrare, ordine di cui non si conoscerà mai la motivazione.

Mentre ritornano, Mantella e Fabbri si fermano per la spesa, chiacchierano con la panettiera e col vigile urbano. Parlano di calcio, Mantella commenta ironicamente la difficile situazione del Bologna e del Cesena a rischio retrocessione.

Si dimostrano così sereni e tranquilli, anche se hanno ben presente la prossima riunione. Due operai dell’Azienda Rifiuti di Imola si rivolgono a loro per denunciare un piccolo furto: qualcuno ha forzato il loro furgone per asportare due tute da lavoro. Siamo negli anni di piombo e si pensa al terrorismo. I due militari consigliano ai due di rivolgersi per la denuncia alla stazione di Mordano, poco distante, dicendo «Noi abbiamo da fare, ci ha chiamati il comandante».

Non porta informazioni utili neppure il carabiniere Trombin, richiamato dalla licenza.

A Bagnara, tralasciate le ipotesi di un atto di terroristi o della criminalità organizzata, si inizia a parlare di «raptus» e di «dramma della follia».  

Antonio Mantella, il Carabiniere trovato morto per un unico colpo alla testa, sarebbe impazzito e avrebbe massacrato i colleghi per poi suicidarsi.

Dalla natia Calabria, Mantella ha raggiunto la Romagna, dove si trovava il fratello Nicola, comandante della caserma dei Carabinieri di Sant’Agata sul Santerno. Poi ha deciso di arruolarsi nell’Arma. Per spiegare il finimondo scoppiato nell’ufficio del Comandante, si devono raccogliere dei “si dice”. Mantella sarebbe stato tormentato da una sofferenza interiore, si parla di esagerata gelosia nei confronti della moglie, di attriti con Chianese, altri riferiscono che era perseguitato da telefonate anonime.

Così viene ricostruita la strage di Bagnara come un omicidio-suicidio.

Mantella avrebbe usato tre mitragliette M12, svuotandone i caricatori contro Chianese, Fabbri, Camesasca e Quaglia, quasi tagliato a metà dalle raffiche all’addome. Avrebbe poi infierito sui corpi dei colleghi, usando la pistola di Quaglia. Camesasca, già deceduto, ha ricevuto ancora due proiettili al capo. Dopo aver appoggiato mitra e pistole scariche sulla scrivania del comandante, avrebbe preso la pistola di Camesasca per spararsi.

L’autopsia parla di 96 colpi di mitra e 15 di pistola, 111 bossoli in tutto.

La prova del guanto di paraffina conferma che avrebbe sparato il solo Mantella.

Da sottolineare che nessuno ha tentato una reazione, estraendo l’arma per rispondere al fuoco.

Questa ricostruzione viene elaborata a tempo di record.

È concesso il nulla osta per la sepoltura e alle esequie, celebrate a Ravenna il 18 novembre, dopo due giorni. La cerimonia è rapida e imbarazzata, poi si svolgono le esequie private dei singoli morti.

Il giorno seguente si insediano i nuovi Carabinieri nella caserma, dove l’ufficio della strage è stato riportato molto velocemente alla normalità.

Nel volgere di pochi giorni, dei cinque morti si parla pochissimo e l’ipotesi dell’omicidio-suicidio si cristallizza. E dire che nel paese si raccoglie una voce consistente: i Carabinieri di Bagnara erano in armonia e affiatati, tanto che la sera prima della strage erano andati a cena tutti insieme, in un clima cordiale e sereno.     

I familiari di Mantella - il cui fratello Nicola appartiene all’Arma - non accettano la versione ufficiale: smentiscono che il loro parente soffrisse di depressione, aggressività, ossessioni e gelosia. Anche il fratello di Chianese, Giuseppe, denuncia la frettolosa chiusura delle indagini.

Ma tutto questo non modifica la situazione. Il 29 novembre 1988 i giornali informano che gli inquirenti considerano chiusa la vicenda con la versione ufficiale del raptus di follia.

Va anche detto che la versione ufficiale può trovare una conferma in un episodio avvenuto il 24 novembre dello stesso anno a Lisbona. In questa città, un caporale del centro di addestramento della Guardia Repubblicana spara sui cadetti uccidendone quattro. Si apposta sulla terrazza della caserma mentre un alto ufficiale li passa in rassegna, e fa il tiro al bersaglio. Spara per venti minuti, ne colpisce sedici, tre restano fulminati. Poi fugge per suicidarsi poco distante con la pistola d’ordinanza. Questo caporale era un ottimo soldato, non squilibrato. Anche in questo caso si parla di «follia» scatenatasi all’improvviso nella caserma.  

Il giornale l’Unità nel dare la notizia sottolinea le analogie con la strage di Bagnara.

Ma certo questo non chiarisce a fondo il mistero sulle sue reali cause.

A distanza di ventinove anni dalla strage, a Bagnara di Romagna l’Arma ha lasciato la caserma di via Garibaldi ed è stata inaugurata una nuova sede in via Madonna 14, il 28 luglio 2017.

Si conclude così la nostra ricostruzione di questo tragico avvenimento, ormai dimenticato dall’opinione pubblica. In un successivo articolo ne esamineremo il contesto: la strage di Bagnara è infatti avvenuta in un periodo decisamente oscuro per le forze dell’ordine.

 

 

Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere, Stampa alternativa, Nuovi equilibri, Viterbo, 2007.

Sandro Provvisionato, Giustizieri sanguinari, Pironti, Napoli, 1995.

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Articolo pubblicato il 18/01/2022