La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

«Il mistero di un abbaino», alle “Cà Neire”

Il 27 gennaio del 1901 si conclude alla Corte d’Assise di Torino il processo per omicidio che il cronista giudiziario Cini ha battezzato «Truce dramma delle “Cà Neire”» e «Il mistero di un abbaino».

Siamo nel misero quartiere torinese delle “Cà Neire”, sul quale ci siamo già soffermati in un precedente articolo, in particolare nella casa situata al civico 69 di via Cottolengo, ovvero nel secondo isolato a sinistra dell’attuale via Don Bosco, ricordando che l’aspetto della zona è stato modificato dalle demolizioni per tracciare il corso Umbria ad andamento diagonale.

L’omicidio di nostro interesse è avvenuto domenica 13 maggio 1900, verso le ore 21:00.

A quell’ora, un inquilino della casa, Carlo Aimone, mentre è al gabinetto sul balcone della sua abitazione, vede un individuo che precipita dall’alto e cade al suolo.

Spaventato, Aimone dà l’allarme ai molti inquilini, che accorrono agitati presso il caduto, che viene riconosciuto come Domenico Bertorello, detto Meneghin, operaio conciatore quarantenne dello stabilimento Gilardini. Bertorello non abita nella casa ma vi è conosciuto perché assiduo frequentatore della soffitta n. 1, al quarto piano, dove abita il muratore Francesco Magnone con la sua convivente Domenica Crosa.

Malgrado l’ora serale in un quartiere periferico, l’intervento delle forze dell’ordine è sollecito. Il brigadiere dei carabinieri Angelo Ferrari, residente in Sicilia, ma temporaneamente a Torino per una licenza di convalescenza, è ospite della sua famiglia in via Cottolengo. Ferrari, avvertito della caduta mortale, prende in mano la situazione, entra nel cortile, fa chiudere il portone e manda ad avvisare i colleghi della vicina caserma, in via Ceva, n. 7. Accorre subito il tenente Villa con alcuni militari e frattanto giunge anche il delegato di P.S. di Borgo San Donato, Tommaso Bouvet.

Bertorello ha battuto il capo sul selciato ed è rimasto morto sul colpo; giace in mezzo al cortile in una pozza di sangue, con la parte superiore del capo letteralmente fracassata; è in maniche di camicia e calza una sola scarpa.

È il brigadiere Ferrari, accompagnato dal portiere Domenico Moltini a salire fino alla soffitta N. 1. Con la coppia Francesco Magnone e Domenica Crosa si trovano i coniugi Giuseppe Blandino e Maria Perucca, sposati da soli sei mesi, che abitano in una soffitta attigua, e Giovanni Damasino.

Appena vedono il brigadiere, prima che questi dica una parola, tutti costoro esclamano quasi in coro A l’é campasse giù chiel [Si è gettato giù lui, N.d.A.].

Il brigadiere, di fronte alla numerosa comitiva, non contesta questa versione, ma dal disordine che osserva nella piccola soffitta ha subito l’impressione che si tratti di un delitto. Vi sono le tracce di una lotta accanita: bicchieri e bottiglie rotti sparsi al suolo, molto vino che corre a rivoli, sedie rovesciate, ecc. Vicino alla finestra si trova ancora l’altra scarpa di Bertorello.

Secondo i componenti della comitiva, Bertorello è salito su una sedia per fare pipì sul tetto attraverso l’abbaino, ha perso l’equilibrio ed è caduto nel vuoto: questa ipotesi appare assurda, sia per l’altezza del davanzale, sia per la distanza fra il davanzale stesso e la grondaia.

Poco dopo giungono un altro brigadiere e un Carabiniere. Tutti i cinque presenti sono dichiarati in arresto e la soffitta viene chiusa. I tre uomini sono ricoverati nella caserma di via Ceva mentre le due donne sono accompagnate più tardi alla sezione di P.S. di Borgo San Donato.

Vengono subito sottoposti ad interrogatorio ma lì per lì si può ricavarne ben poco perché sono tutti ubriachi. Più tardi, quando i fumi del vino si diradano, si riesce ad accertare che Magnone già da diverse settimane sospettava della fedeltà della sua convivente Domenica Crosio - di 41 anni e tutt’altro che avvenente, come annota il cronista - pensando che lo tradisse con Domenico Bertorello, il quale si recava troppo spesso a casa loro.

Si può ritenere che la gelosia di Magnone, complici i fumi del vino, sia esplosa quella domenica sera, provocando una rissa, seguita da una accanita colluttazione, provata dal disordine della soffitta. Non si sa se abbiano partecipato tutti o soltanto qualcuno degli arrestati. Pare poco probabile che un uomo abbia potuto sollevare da solo il robusto Bertorello fino al davanzale e spingerlo nel vuoto.

Bertorello ha precedenti penali - ha subito sei condanne, di cui una di 7 anni di reclusione e 3 anni di sorveglianza per tentata rapina -, era sposato, ma separato dalla moglie che vive in America. Lascia tre fratelli e tre sorelle, una delle quali lo aveva invitato a pranzo per domenica. Lui ha declinato l’invito, preferendo quello di Magnone e dei Blandino.

Tutti i personaggi coinvolti sono molto bravi a rovinarsi da soli, con il loro contegno contraddittorio e con le loro insensate dichiarazioni.

Magnone, l’affittuario della soffitta, dice e continua a dire di non saperne nulla, poiché in quel momento si trovava al terzo piano del caseggiato insieme ad una donna, che non sa indicare.

Domenica Crosa sostiene che gli altri erano in casa, e che soltanto lei era uscita per comperare del vino in una vicina osteria. Blandino sostiene che si trovavano tutti nell’osteria tenuta dal portinaio Moltini, mentre Magnone era rimasto da solo nella sua soffitta a... conversare con una «vecchia» sconosciuta. Damasino dice di non saperne nulla, poiché si trovava nel corridoio delle soffitte. Contraddizioni a parte, queste risposte si possono facilmente confutare: da quando Bertorello è caduto al momento in cui il brigadiere Ferrari è salito nella soffitta è trascorso pochissimo tempo. Mentre Bertorello precipitava in cortile, gli altri salivano le scale per ritornare nella soffitta. Ma in questo caso, come potevano dire subito al brigadiere che Bertorello si era buttato giù da solo?

Le contraddittorie dichiarazioni sono smentite dalla stessa moglie di Blandino, Maria Perucca, la quale sostiene che si trovavano tutti in casa, pur parlando anche lei di una caduta casuale.  

Gli inquirenti accertano che durante la baldoria, durata tutto il pomeriggio, fra i «gozzoviglianti» ci siano state delle liti. Lo dimostra, oltre al disordine trovato nella camera, anche la testimonianza di un vicino, il vermicellaio - lavorante in un pastificio - Panetti, che abita in una soffitta attigua. Questi, per ore e ore, ha sentito gridare e rumoreggiare a casa dei vicini, però, al momento della tragica caduta, era già a letto.  

A questo punto il cronista non resiste alla tentazione di offrire ai lettori uno spaccato di vita alle “Cà Neire”. Anche se insignificante ai fini delle indagini, racconta che le liti erano abituali a casa di Magnone, notoriamente litigioso quando era ubriaco, anche se non aveva mai avuto guai con la Polizia. Pochi giorni prima, Magnone ha bisticciato con un altro vicino di casa, Brunetti, e lo ha schiaffeggiato. Per vendicarsi, questi, una sera che era ubriaco, si è recato alla porta della soffitta di Magnone e lo ha invitato a uscire, per «aggiustare i conti». Magnone, in quel momento, non era in vena di fare della... contabilità ed è rimasto tranquillo a letto. Brunetti allora si è messo a prendere a calci la porta, con l’intenzione di forzarla. Magnone, sentendo che un pannello era già rotto e la porta stava per cedere, impaurito, è fuggito sul tetto in camicia da notte, attraverso un abbaino ha raggiunto la scala, e, sempre in camicia, si è recato a chiedere aiuto nella vicina caserma dei Carabinieri, i quali sono accorsi e hanno arrestato l’esagitato Brunetti.

Adesso gli stessi militari sono intervenuti, ma non più in soccorso di Magnone, anzi considerandolo come principale responsabile di un omicidio. Le cronache cessano di occuparsi del caso mentre l’istruttoria prosegue.

All’apertura del processo in Corte d’Assise a Torino, il 22 gennaio 1901, dalle cronache di Cini apprendiamo che il numero degli accusati è salito a sette: è stata coinvolta anche la coppia formata da Lorenzo Barbié e sua moglie Antonia Bertello. Ma le cronache giudiziarie non forniscono informazioni più precise.

L’Accusa ritiene impossibile che un uomo possa piombare giù dalla finestra, come Bertorello, se quattro od otto o dieci braccia vigorose non accelerano il suo volo. Sempre secondo l’Accusa, il vino ha scatenato lo spirito dongiovannesco di Bertorello che si è mostrato imprudente nei confronti delle donne presenti. È così scoppiato un fiero litigio e Bertorello, che lo ha scatenato, è stato preso, ucciso a bastonate nella soffitta e poi scaraventato fuori dalla finestra per simulare una caduta accidentale.

L’Accusa è severa nei confronti degli imputati, sulla scorta delle informazioni della Questura che li descrive come gente da galera.

I numerosi avvocati difensori vorrebbero invece presentarli alla giuria come «poveri perseguitati da un avverso destino», insistendo sul fatto che Bertorello sia davvero caduto dall’abbaino a causa delle sue gambe indebolite dal vino quando «alticcio, volle fare come Gulliver quando spense l’incendio della città lillipuziana». Impresa difficile nei confronti della giuria, sicuramente maldisposta nei confronti dei “selvaggi” delle “Cà Neire”, ma non impossibile.

Il problema è che anche in aula gli imputati continuano imperterriti a farsi del male da soli.

Lo descrive molto bene Cini:

Gli imputati come si discolpano? È impossibile seguirli nello loro risposte, perché non uno conferma quanto l’altro dice; così che, se uno afferma che la soffitta era vuota quando il Bertorello precipitò nel cortile, altri ribatte che c’erano tutti [...]; e se poi s’indugiano nei particolari, la confusione è così grande e le contraddizioni così frequenti, che gli innumerevoli battibecchi, le insolenze che le donne si vomitano l’una contro l’altra, gli spergiuri degli uomini fanno la gioia del popolino, che si diverte mezzo mondo.

 

Lo spettacolo prosegue per tutte le udienze del processo. Scrive Cini:

 

Quando nel gabbione siedono parecchi imputati e vestono la toga per la difesa o per la privata accusa molti avvocati, e la causa non ha risultanze precise ed ineccepibili, il dibattimento si svolge sempre appassionatamente e prodigo di incidenti.

Questo poi singolarmente è assai agitato per il contegno dei prevenuti, che si incolpano a vicenda per discolparsi e trascinano nel loro sistema barocco di difesa anche gli oratori.

 

Non è un caso che l’imputata che riscuote maggior simpatia, non solo del pubblico ma anche della Questura, della Pubblica Accusa e della Parte Civile, è Maria Perucca Blandino, la più giovane e la meno brutta di tutti gli orrendi ceffi che la circondano. La donna si dimostra più sincera dei coimputati, che invita ripetutamente a non mentire. Ma la sua esortazione cade nel vuoto, perché i coimputati, compreso suo marito, in istruttoria e in aula hanno persistito nel loro sistema di difesa molto pericoloso.

La Corte decide anche una ricognizione nella soffitta: «la Corte, i giurati ed i patroni si recarono sulla località, invasero la stamberga e la giustizia... si trovò sui tetti!».

Dopo cinque giorni di discussione, il 26 gennaio non si è riusciti ad avere luce, nemmeno relativa, sul gravissimo fatto. Gli interventi della Parte Civile, del Pubblico Ministero e dei numerosi difensori - che hanno tutti sostenuto l’innocenza dei relativi patrocinati - hanno occupato due giorni interi. I giurati finiscono per negare la responsabilità di due donne, Maria Perucca e Antonia Bertello; in quanto agli altri, ritengono che non si conosca l’autore vero dell’omicidio del Bertorello, e li giudicano complici in omicidio.

In base a questo verdetto, la Corte assolve Maria Perucca e Antonia Bertello; condanna invece Francesco Magnone, Giuseppe Blandino, Giovanni Damasino, Lorenzo Barbié e Domenica Crosio a dieci anni di reclusione ciascuno.

È molto verosimile che i giurati, nella loro decisione, siano stati influenzati dall’insensato comportamento processuale degli accusati, evidenziato anche dalle cronache. Non a caso è stata assolta Maria Perucca, la donna che si è dimostrata più sincera dei coimputati che ha invitato ripetutamente a non mentire.

Quest’ultima cronaca giudiziaria, firmata Vice-Cini, conclude la vicenda che ha portato alla ribalta le “Cà Neire”, che l’accusa ha definito «trista località a cui gravi delitti, per fatalità ineluttabile, hanno creata fosca fama». Ed è probabile che molti torinesi del tempo condividano questo giudizio.

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Articolo pubblicato il 27/01/2022