Quirinale. Urge discontinuità dopo la lunga e invasiva stagione di Napolitano e Mattarella.

Troppi i silenzi colpevoli e gli interventi discutibili a gambe tesa. Ritorniamo allo spirito della Costituzione

Le manovre per il Quirinale sono in fase conclusiva e si apre il periodo decisivo. Il banco di prova, in assenza di segnali entro le prossime ore, si consumerà a partire da lunedì 24 alle 15, quando i grandi elettori, già convocati dal presidente della Camera Roberto Fico, si riuniranno a Montecitorio.

 

Nei mesi scorsi i nostri politicanti, incuranti delle emergenze del Paese, dal caro bolletta, all’inflazione galoppante, alle scelte energetiche improcrastinabili, alle regole del PNNR, per citare le principali emergenze, si sono cimentati in stucchevoli balletti  quirinalizi senza costrutto, tutti interni al Palazzo, con cittadini  e relative aspettative, completamente ignorati.

 

Nell’ultima settimana ha tenuto banco la candidatura di Berlusconi, con la sinistra schifata, che non avendo di meglio da spedire  al Colle, continua ad oziare, in modo strumentale, sul duetto Draghi - Mattarella. Da lunedì, se Conte e Enrico Letta non daranno il placet al candidato del centro destra, Berlusconi o chi per lui, partirà un logorante muro contro muro, con l’aleggio dei  soliti ritornelli sulla superiorità morale della sinistra.

 

In questo momento, i leader dei partiti di sinistra non sono in  forma per produrre molte idee e quindi la situazione, mentre ci si avvicina al conto alla rovescia per il Quirinale, è piuttosto confusa, e sta emergendo la pochezza di coloro che con o senza elezioni, da sempre pretendono di governare il Paese.

 

Questo è l’aspetto maggiormente avvilente e vergognoso a testimonianza della nullità di idee prospettiche e volte al “Bene Comune” insite in Enrico Letta.

 

Se tra i maggiori del PD c’è ancora chi percepisce sussulti di dignità, il primo atto post elezioni, dovrebbe determinare la detronizzazione del loro leader.

E’ scandaloso constatare come un partito che, a prescindere dai risultati elettorali si ritiene  potenzialmente egemone, non possegga la serenità e la statura per giudicare la valenza di un candidato alla suprema carica dello Stato, se costui non ha appiccicato addosso lo stemma del PD.

 

In assenza di chi dovrebbe farlo, proviamo  almeno noi ad esporre un ragionamento e a produrre un quadro di valutazione politica. Cerchiamo di motivare il perché siamo lontanissimi, anzi deprechiamo il prolungarsi di un’oscura continuità.

 

Riteniamo che ogni considerazione sul futuro inquilino del Quirinale vada preceduta da una riflessione sul Quirinale.

Abbiamo trascorso una lunga fase buia, quella dell’era Napolitano-Mattarella. Lo diciamo ben sapendo che stecchiamo dal coro e l’opinione corrente largamente diffusa e fatta propria dai media dominanti è contraria.

 

Secondo gli evirati cantori, l’epoca Napolitano-Mattarella sarebbe stata caratterizzata dallo stato di salute delle istituzioni repubblicane.

 

Ma questa è la concezione degli apparati del potere ma non di tutti gli italiani.

 

In questi sedici anni - Napolitano governò per sette anni più due perché i partiti in ginocchio gli chiesero di rimanere dopo le elezioni del 2013. Invocavano, anche allora “ l’uomo della Provvidenza”, nonostante il Quirinale si fosse messo a fare politica diretta, anche se da dietro le quinte.

 

Il caso più evidente fu quando, alla fine del 2011, Napolitano impose agli italiani il governo Monti. Lo spread con i bund tedeschi saliva alle stelle, tutti parlavano di collasso imminente, Berlusconi fu costretto a dimettersi, Merkel e Sarkozy sogghignavano.

 

Napolitano nominò Monti in sordina senatore a vita e poi lo incaricò di formare il nuovo governo. Non fu un governo tecnico, fu un governo pesantemente politico. Ci sono prove che l’aumento vertiginoso dei bund tedeschi era frutto di manovre finanziarie ed europee. La regia di Napolitano era stata pressoché perfetta, essa partiva dal Quirinale ma raggiungeva Palazzo Chigi.

 

La politicità della presidenza della Repubblica continua con Mattarella in molte forme: intervenendo su questioni di politica europea, mettendo sostanzialmente a tacere lo scandalo cosiddetto “Palamara” sulle molteplici connessioni tra il Consiglio superiore della magistratura e il Partito democratico.

 

Ponendo il suo veto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia come chiesto dalla Lega nel primo governo Conte, incaricando Mario Draghi di formare il nuovo governo dopo le dimissioni del secondo governo Conte e procedendo in questo modo ad una soluzione ben vista, se non proprio voluta, dai poteri finanziari e politici europei e non solo europei.

Tutti i principi e le linee d’azione del neo-globalismo sono stati fatti propri da Mattarella.

 

Colpisce l’univocità di discorso dei due presidenti, come se ci fosse stata un’unica presidenza lunga sedici anni.

 

Molte le prese di posizione su Regeni, sul femminicidio, su un’ambigua parità di genere, sull’omofobia, silenzio sul caso Dj Fabo (“per non interferire con la Consulta”) e mai nessun cenno sulla difesa della famiglia naturale e sulla vita.

 

All’adesione alla linea culturale del neo-globalismo si è aggiunta quella sui nuovi diritti. Infatti, in questi anni, quante leggi ingiuste sono state firmate dal duo Napolitano-Mattarella, a cominciare dalla Cirinnà!

 

Due sono quindi le principali caratteristiche delle due lunghe presidenze da cui stiamo uscendo: un chiaro impegno politico che va ben oltre la funzione istituzionale del presidente della Repubblica e l’allineamento, anche questo politico, all’ideologia dei poteri dominanti a livello europeo e internazionale e al pensiero forte del globalismo e del radicalismo.

 

Tutto l’armamentario del politicamente corretto è stato confermato e tutelato. Molti gli interventi di Mattarella contro il sovranismo identitario (“Il vento del sovranismo non minaccerà l’esistenza dell’UE”), di appoggio ad un europeismo muscolare (“L’Europa è chiamata a un cambio di passo anche su politica estera e difesa”), di conforto ai progetti interessati alla transizione (“Non è più tempo di ambiguità, la transizione ecologica è urgente e impegnativa”), di incitamento all’immigrazione (“Italia e Europa devono fare di più”).

 

Non tutti gli italiani però la pensano così. La lunga ibernazione della politica con la scusa della pandemia e il collaborazionismo delle opposizioni hanno forse fatto dimenticare questi altri italiani, che però ci sono e sarebbe bene che il nuovo presidente della Repubblica si ricordasse di loro.

 

C’è bisogno di una forte discontinuità con l’era Napolitano-Mattarella!

 

C’è bisogno di indipendenza di giudizio rispetto alle formule prefabbricate dai poteri che contano, di coraggio per parlare di identità, libertà organica, famiglia, vita, nazione, popolo.

 

Occorre porre fine al tatticismo istituzionale che diventa tatticismo politico.

Aria nuova dunque al Quirinale, con buona pace alle piccole idee e strategie da ballatoio di Conte & Letta.

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Articolo pubblicato il 21/01/2022