L'economia del Paese dei faraoni
La produzione agricola

Un'approfondita e originale ricerca dell'egittologo Riccardo Manzini

La storia e la scienza hanno evidenziato che Homo sapiens è l’unico primate ad essere contemporaneamente anche Homo oeconomicus.

Conseguentemente, se la storia della civiltà umana è stata costruita e forgiata dall’uomo, questa non poteva prescindere dal fatto che doveva anche contemplare la presenza vitale della componente economica.

Pertanto, quando si parla delle antiche civiltà, che hanno retto alla sfida del tempo per secoli o millenni, è scontato che il binomio civiltà sociale ed economica ha dimostrato di funzionare egregiamente e in modo complementare, realizzando una simbiosi efficiente che ha garantito la loro continuità storica. D’altra parte, questa realtà sarebbe difficilmente contestabile.

Ci giunge in merito un’approfondita ricerca del dr. Riccardo Manzini - medico chirurgo ed egittologo di lungo corso – che affronta l’importante tematica dell’economia del Paese dei Faraoni, che riportiamo con il ricco corredo di immagini che offrono un solido sostegno al contenuto del testo.

Nel ringraziare l’Autore, per la sua precedente e attuale collaborazione, auguriamo buona lettura (m.b.).

 

L’economia del Paese dei faraoni

Molto probabilmente una delle condizioni che hanno concorso a creare quelle prerogative di grandezza ed opulenza della civiltà egizia rispetto a quelle coeve e che hanno contribuito alla sua durata risiede nella sua precoce organizzazione statalista centralizzata.

In un mondo basato economicamente sulla continua conquista di territori per appropriarsi delle ricchezze di altri popoli spicca questo modello che fu consentito dalle particolari condizioni ambientali, ma che si è potuto sviluppare grazie all’organizzato sfruttamento delle sole proprie risorse.

Ovviamente nei 3.000 anni della storia egizia avvennero anche in ambito economico notevoli cambiamenti, ma rimase costante l’originaria tendenza alla sua centralizzazione che troviamo, seppur in forma sempre meno invasiva, fino al periodo tolemaico fortemente permeato dal modello greco.

Le notizie relative all’economia sono ovviamente molto scarse per i periodi più antichi e dedotte dall’interpretazione di riferimenti indiretti presenti nei testi, per cui il quadro che ne emerge è incerto seppur motivato. Solo dal Nuovo Regno queste notizie sono più chiare, in particolare grazie al ritrovamento di ostraka nel pozzo dei rifiuti del villaggio di Deir el-Medina (slide 1) recanti riferimenti an-che alla contabilità giornaliera spicciola.

Quando nella III dinastia l’Egitto fu realmente unificato si rese necessario creare precocemente un’amministrazione capillare che gestisse anche l’economia, forse in quanto consapevoli che la produzione agricola su cui si basava era incostante in quanto condizionata dal variabile regime del Nilo.

Per quanto infatti fin dai tempi più antichi siano documentati scambi commerciali con Paesi anche lontani ed attività produttive riguardanti l’estrazione e la lavorazione dei metalli e di altri materiali, la centralità dell’economia egizia fu sempre relativa all’agricoltura (slide 2). Poiché non esisteva la moneta è infatti probabile che gli egizi si siano presto resi conto della sua importanza economica primaria (slide 3), sia per fini fiscali che per garantirsi con la sua organizzazione la sopravvivenza anche nei periodi di carestia condizionati dal variabile regime di piena del Nilo.

Per tali ragioni le attività commerciali con gli altri Paesi e quelle estrattive rimasero sempre gesti-te esclusivamente dello Stato anche per l’enorme impegno richiesto, mentre nell’agricoltura, seppur prevalentemente di proprietà demaniale o templare, lo Stato si limitò a regolamentarla.

Nei periodi più antichi sembra infatti che tutto fosse demaniale e che il territorio fosse dato in gestione ai singoli contadini, in funzione di parametri di produttività stabiliti annualmente dai locali nilometri che rilevavano il livello di piena (slide 4), i quali ne traevano la principale fonte di reddito e di eventuale agiatezza dopo aver corrisposto le tasse.

Con il passare del tempo però il numero dei Complessi piramidali si accrebbe (slide 5) e conseguentemente le proprietà territoriali corrisposte al sacerdozio addetto alla loro manutenzione ed alla ritualità giornaliera, generando un progressivo sovvertimento di questo modello economico.

Per garantire l’auspicata perpetua conservazione di questi monumenti ed una ritualità giornaliera che consentisse la vita eterna del sovrano defunto, a questi sacerdoti furono infatti assegnati appezzamenti di terreno esentati dalle tasse con relativi lavoratori addetti. Con l’aumento del numero di queste proprietà terriere templari e delle conseguenti esenzioni l’economia demaniale si indebolì progressivamente, lasciando spazio ad una crescente economia di questi “enti” del tutto avulsa dal controllo statale. Gli stessi funzionari operanti su quei territori potevano ad esempio avere dei propri appezzamenti godendone dei proventi e creandosi quindi una propria ricchezza, ma dovevano tri-buti solamente ai propri enti di appartenenza.

Di fatto, mentre l’amministrazione dell’economia statale e la riscossione delle imposte era gestita da funzionari pubblici sotto il controllo di una gerarchia locale afferente ad un Visir (slide 6) che provvedeva anche all’assegnazione dei terreni, l’economia dei templi produceva redditi autonomi che rimanevano divisi in diverso grado tra i soli sacerdoti.

L’autonomia di questa economia sacerdotale riguardava però anche gli interventi di sostegno a costituire una sorta di Stato nello Stato. Così come il demanio incassava le imposte ma forniva ai propri funzionari un salario fisso oltre ad un sussidio in casi particolari ed interveniva nei periodi di carestia con la distribuzione delle derrate accumulate nei granai con le tasse (slide 7), altrettanto fecero autonomamente questi “enti”.

Tutti i lavori erano sotto il controllo dei funzionari secondo precise regole codificate che consentivano al lavoratore anche di assentarsi per motivi personali o per malattia che venivano annotate, ma lo obbligavano altresì a recuperare tali assenze.

I pagamenti avvenivano sotto forma di derrate alimentari. In particolare, l’unità di scambio più diffusa sembra fosse nei periodi più antichi il sacco di granaglie di peso definito pari a circa 77 l, secondo cui, ad esempio, il caposquadra e lo scriba ricevevano periodicamente 2 sacchi d’orzo e 5,5 di farro, l’operaio 4 sacchi d’orzo e 1,5 di farro, l’apprendista 1,5 di orzo e mezzo farro.

Per quanto quindi il demanio si sia progressivamente impoverito a favore di una proprietà privata, questa economia di controllo e gestione resse l’Egitto fino a tutto il Medio Regno, durante il quale i salari ed i prezzi rimasero pressoché invariati in quanto controllati dallo Stato.

Questo sistema funzionò ottimamente perché flessibile e supportato da leggi che assicurava-no a tutti equità, sostentamento e benessere relativamente al proprio ceto, ma anche perché l’economia era regolata da severi controlli e le mancanze duramente punite (slide 8).

Se queste sono le nostre conoscenze dell’economia egizia più antica desunte in genere dalla sola interpretazione delle citazioni, notizie più esplicite compaiono nel Nuovo Regno soprattutto grazie al ritrovamento nel pozzo di Deir el-Medina di ostraka su cui sono riportate le notizie più disparate relative a registrazioni commerciali, prezzi, pagamenti rateali, crediti, affitti, lamentele ecc.

Tra queste annotazioni particolarmente interessanti sono quelle che dimostrano la comparsa della necessità di convertire gli stipendi, gli scambi ed i pagamenti in pezzature standard di argento (o più raramente in altri metalli preziosi) o di rame secondo cambi prefissati, anche se il rapporto tra questi metalli e le granaglie presentavano a volte modeste oscillazioni locali.

Dai reperti di Deir el-Medina risulta che nel Nuovo Regno gli scambi economici fossero basati sull’unità di misura in rame (deben) pari a 91 g o quella in argento (shenati) di 7,6 g, ma di quest’ultima esisteva anche una pezzatura più grande (kite) di 9,1 g.

Grazie principalmente a quei ritrovamenti, integrati indirettamente da molti altri reperti, è stato possibile ricostruire i prezzi attorno all’anno 1.200 a.C. di molte merci convertiti nelle loro unità di scambio. Come esempi valga che in quel periodo un pollo costava 0,25 deben, una fetta di torta 1/40 deben, 1 l di grasso 1 deben, una cassa fino a 5 deben, una sedia fino a 8 deben, un letto fino a 20 deben, un maiale meno di 7 deben, una vacca 140 deben, un asino 30 deben o una tunica circa 5 deben.     

Particolarmente cari erano i corredi funerari che nel modello più modesto sembra costassero almeno 200 deben, mentre quelli più preziosi degli scribi e dei funzionari di rango non elevato alme-no 1.000 deben.

Un sarcofago in legno aveva ovviamente un costo sensibilmente differente a secondo dell’importanza e della disponibilità del defunto, andando dai 25 deben di una cassa non de-corata ai 40 deben di una modesta maschera funebre, ai 300 deben per un sarcofago non antropomorfo di un funzionario di basso rango (slide 9). In base a quelle valutazioni il solo sarcofago antropomorfo in oro di Tutankhamon si presume sia valutabile in 245.000 deben (slide 10).

Di conseguenza i furti nelle tombe erano frequenti e producevano l’immissione nel mercato di grandi quantità di oro, che avrebbe potuto alterare questa pianificazione se l’economia delle dinastie tebane non fosse stata così solida da non risentirne minimamente. Per dare un’idea, si è calcolato che un solo corredo funerario regale sarebbe bastato a mantenere nel lusso tutto il villaggio di Deir el-Medina per molti anni.

Sebbene la condanna prevista per i violatori delle tombe fosse la pena di morte o di lavori forzati a vita nelle cave di pietra e le proprietà interamente confiscate, numerosi e documentati sono tali crimini. Se infatti il furto fosse riuscito ed i ladri fossero riusciti ad evitare la cattura avrebbero potuto utilizzare il bottino per il proprio corredo o venderlo, i cui ricchi proventi sono a volte citati con il coronamento dell’evento con “un lauto banchetto con vino mielato”.

A dimostrazione della persistenza della centralità dello Stato nel Nuovo Regno, ma anche nel successivo Periodo Tardo, alcune attività continuarono a rimanere di appannaggio esclusivamente demaniale come quelle estrattive, molte di quelle artigianali e l’assegnazione dei territori donati a veterani e funzionari, i quali però se scoperti infedeli venivano privati di tutto.

Il monopolio statale in alcune attività e l’assenza di schiavi addetti ai lavori di maggior impegno è testimoniata dai documenti relativi a mancati pagamenti, come quelli famosi degli scioperi ripetuti degli operai della necropoli regale con l’occupazione dei templi di Luxor e Karnak, i quali terminarono solamente con l’intervento del sindaco di Tebe che fornì loro in pagamento birra, granaglie e rame.

Solamente nel IV secolo a.C. in Egitto questa economia iniziò a mutare radicalmente con l’introduzione al seguito di mercenari ellenici della moneta, comparsa in Grecia nel VIII secolo.

Riccardo Manzini

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Articolo pubblicato il 25/01/2022