Cronache criminali del passato

La Malemerita

In un precedente articolo abbiamo visto come il 16 novembre 1988 a Bagnara di Romagna sia avvenuta una terribile strage nella locale caserma dei Carabinieri con la morte di cinque militari.

Secondo la versione ufficiale, il responsabile sarebbe stato uno dei militari di servizio, colto da un raptus di follia.

In parallelo con le notizie della strage, i giornali sottolineano il periodo oscuro e infelice che l’Arma sta attraversando, in particolare in Romagna.

Prima di addentrarci in queste tristi vicende, è opportuno ricordare due elementi importanti per una contestualizzazione il più possibile esaustiva dell’episodio di Bagnara di Romagna.

Sandro Provvisionato nel suo libro Giustizieri sanguinari (1995) aggiunge elementi alle indagini: parla di testimonianze non messe agli atti che riferivano come nella caserma fossero entrati degli uomini in borghese, con lo scopo di far scomparire dei documenti. Erano agenti del Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare).

Un secondo elemento, spesso citato, è l’assassinio di Roberto Ruffilli, avvenuto a Forlì, il 16 aprile 1988, eseguito dalle Brigate Rosse. Ruffilli, politologo democristiano e consigliere per i problemi istituzionali del Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, da pochissimo in carica, appena rientrato nella sua casa da un convegno, viene sorpreso da due brigatisti, travestiti da postini. Dicendo di dovergli recapitare un pacco postale, i due entrano, lo conducono nel soggiorno, dove lo fanno inginocchiare per ucciderlo con tre colpi di pistola alla nuca.

Dopo queste premesse, possiamo iniziare a ripercorrere la serie “nera” attraversata dall’Arma.

È iniziata ad Alfonsine (Ravenna) l’anno precedente, il 21 aprile 1987, con l’inspiegabile rapimento di Pier Paolo Minguzzi, Carabiniere di leva presso la caserma di Bosco Mesola, nel Ferrarese.

Il corpo del giovane militare, figlio del proprietario di una ditta di ortofrutta, riaffiora il 1° maggio dalle acque del Po di Volano (Ferrara). È stato strangolato, incappucciato e incaprettato a una grata, divelta da una cascina abbandonata. Alla famiglia Minguzzi è giunta una richiesta di riscatto di 300 milioni, cifra considerata troppo esigua per essere vera.

La morte di Minguzzi viene messa in relazione con un successivo episodio.

Sempre nel 1987, il 13 luglio, a Taglio Corelli, nei pressi di Alfonsine, il Carabiniere Sebastiano Vetrano, di 23 anni, si è appostato per sorprendere una banda di estorsori. Questi banditi gli sparano e lo uccidono: tra loro vi sono due Carabinieri, Angelo Del Dotto e Orazio Tasca.

I due militari, con un terzo complice, hanno tentato un’estorsione a danno di un industriale locale, al quale hanno chiesto 300 milioni, la stessa cifra del caso Minguzzi.

Come già detto, la morte di Minguzzi è stata messa in relazione a questo caso, ma le indagini non hanno compiuto significativi progressi. Tra l’altro, il processo non ha chiarito perché Vetrano si fosse appostato dove, secondo gli ordini, non avrebbe dovuto.

Il 20 aprile del 1988, a Castel Maggiore, nell’hinterland bolognese, vengono uccisi i Carabinieri Umberto Erriu, di 24 anni, di Oristano e Cataldo Stasi, di 22 anni, di Ruvo di Puglia. Sono crivellati di colpi mentre, a bordo della loro Alfetta, compiono un giro di controllo sul retro di un supermercato in via Gramsci.

Per l’uccisione di Stasi ed Erriu a Castel Maggiore le indagini procedono spedite, fin troppo.

Viene arrestata un’intera famiglia del quartiere bolognese del Pilastro (i Testori, padre, madre e due figli), indiziati di omicidio e di traffico di stupefacenti. Con loro è catturato il pregiudicato Salvatore Adamo, balordo con precedenti per droga e si sospetta il boss dei catanesi Nitto Santapaola.

Queste indagini vengono però azzerate dalla scoperta che questi personaggi sono stati accusati sulla base di false prove disseminate da un brigadiere del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Bologna, Domenico Macauda che viene arrestato il 16 giugno.

I Testori sono restati in carcere per 37 giorni: l’ingiusta carcerazione sarà fatale al secondo figlio, Elio, morto in seguito per un tumore.

Macauda dichiara inizialmente di aver operato questo depistaggio per riscuotere il premio in denaro offerto dall’Arma per chi avesse scoperto gli assassini. In seguito, il brigadiere infedele denuncia un comportamento scorretto da parte dei superiori: in caserma si è verificato un ammanco di 25 milioni che non viene denunciato ma coperto da una colletta fra i militari. Quattro ufficiali del Gruppo Operativo di Bologna sono perciò rinviati a giudizio per malversazione: il loro processo inizia, per essere subito rimandato in concomitanza con le prime indagini per la strage di Bagnara.

Il depistaggio operato dal brigadiere Macauda ha portato a scoprire l’episodio di malversazione.

Il 14 giugno 1988, ovvero due giorni prima dell’arresto dell’infedele brigadiere, la Polizia di Bologna arresta due Carabinieri della città, sorpresi dopo la rapina ad un albergo: Ferdinando Missere (che dall’Arma è già stato dimissionato) e Gaetano Tuminelli. In due mesi avevano messo a segno cinque rapine. Una prima volta, dopo una rapina a un casello autostradale, erano riusciti a sganciarsi, mostrando il tesserino agli agenti di una volante della Polizia.

Il 25 settembre, infine, viene arrestato a Ferrara, Osvaldo Massaro, sottufficiale dei Carabinieri di 27 anni, dopo essere stato sorpreso all’aeroporto di Venezia mentre attendeva un corriere colombiano che doveva consegnargli 3 chilogrammi e mezzo di cocaina.

Tutti questi gravi episodi, decisamente imbarazzanti per l’Arma, sono avvenuti in Romagna nel 1987 e nel 1988, prima della tragica strage di Bagnara, del 16 novembre 1988.

«Ma che succede ai carabinieri in Emilia-Romagna?» così commenta il cronista de l’Unità del 17 novembre nel riferire dell’eccidio nella caserma.

Ci saranno altri titoli clamorosi, come quello «Gli infedeli dell’Arma», elaborato dal giornalista Aldo Balzanelli. di Repubblica (1° dicembre 1988) e quello «Malemerita» apparso in prima pagina sul settimanale Epoca.

Il 29 gennaio 1989, a Vercelli, viene assaltato un furgone portavalori. Nella banda ci sono due carabinieri. Nella sparatoria con i colleghi, uno dei banditi in divisa uccide un militare poi si suicida.

A questo punto regge male la versione del comandante generale dell’Arma, generale Roberto Jucci, quando parla di «espressioni isolate».

Il COCER, Consiglio Centrale di Rappresentanza dei Carabinieri parla di un malessere generalizzato, di precarie condizioni di vita e di servizio. Dopo una serie di dichiarazioni pubbliche, anche col sostegno dei sindacati di Polizia, su questa vicenda finisce per calare il silenzio, senza eccessivi terremoti istituzionali.

Il caso di Bagnara di Romagna resta un mistero irrisolto.

Concludiamo ricordando che nel 2020 è stato pubblicato il libro «111 biglie d’acciaio», scritto da Daniele Amitrano con Marco Conte, proposto come un mistero romanzato, dove si è voluto legare l’episodio di Bagnara ai precedenti casi. Idea discutibile, dal nostro punto di vista, vista l’incertezza degli elementi accertati dagli inquirenti e l’inevitabile indelicatezza nei confronti dei familiari delle vittime.

Occorre sottolineare che l’uccisione dei Carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi, avvenuta il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore, è stata addebitata ai componenti della banda della Uno bianca. E sull’attività di depistaggio del brigadiere Macauda dovremo ancora tornare.

 

Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere, Stampa alternativa, Nuovi equilibri, Viterbo, 2007.

Sandro Provvisionato, Giustizieri sanguinari, Pironti, Napoli, 1995.

Daniele Amitrano con Marco Conte, 111 biglie d’acciaio, 13LAB, Milano, 2020.

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Articolo pubblicato il 25/01/2022