Pronto… C’č una certa Giuliana per te

Quando, davanti ai fornelli, ti accorgi che č davvero adulto solo chi sa essere ogni tanto anche adolescente

Pronto… C’è una certa Giuliana per te è il titolo di un vecchio film di quand’ero ragazzina. Parlo dei tempi del ginnasio, una vita fa. A casa mia il titolo del film subiva una modifica: diventava Pronto… C’è un certo Giuliano per te, perché ero innamorata persa di un mio compagno di scuola che si chiamava così. E ogni volta che mi telefonava mio padre mi prendeva in giro e mi chiamava ripetendo le parole della canzone.

Canzoni e telefono erano un’accoppiata vincente, allora: Giuliano (di cognome) era un fanatico dei Beatles, dei Rolling Stones, di qualsiasi canzone passasse su radio Luxemburg, l’unica che allora in Italia trasmettesse musica pop. Stavamo in piedi fino a mezzanotte, tra una versione di greco e una tazzina di caffè, per sentire la musica che ci piaceva. E a Giuliano piaceva la musica, piaceva da morire.

Quando uscì Hey Jude, dei Beatles, la prima canzone che durava sei  minuti, mi pare, e che quindi era un traguardo ambitissimo alle nostre feste, perché ci permetteva di rimanere abbracciati abbastanza a lungo senza imbarazzo con il ragazzo che ci piaceva , Giuliano mi chiamò per farmela sentire.

Nessuna nota mi ha mai più fatto lo stesso effetto: lui voleva solo condividere la sua emozione con qualcuno  e probabilmente aveva fatto il mio numero senza pensarci tanto, ma per me furono sei minuti indimenticabili: mi immaginavo che mi avesse chiamato perché forse significavo qualcosa per lui, perché forse era innamorato di me, sicuramente sulle note di quella canzone sono volata tanto in alto quanto poi sono caduta in basso quando  le mie fantasie sono crollate miseramente sui suoi baci e sulle sue carezze ad un’ altra ragazza. Ma per fortuna a quindici anni l’amore passa in fretta. Mi bastò rivederlo, dopo le vacanze estive, tremendamente alto, cresciuto con la velocità incredibile dei maschi adolescenti, per non provare più nulla per lui. Troppo alto. Io sono piccola. Gli uomini troppo alti non mi piacciono.

Ma quella sensazione di languore dolcissimo che è durata sei minuti evidentemente non si è mai spenta dentro di me. E’rimasta lì ad aspettare il momento giusto per risvegliarsi.

Ed è successo un paio d’anni fa, quando ormai credevo di essermene dimenticata.

Avevo già rivisto Giuliano qualche anno prima, ad una cena con i vecchi compagni di scuola, ma non mi aveva fatto nessun effetto. Solo la gioia di ricordare un’adolescenza serena insieme. Niente di più.

Comunque, mi aveva raccontato che della sua passione per la musica aveva fatto il suo lavoro: oggi Giuliano è il presidente di un’importante casa discografica e vive nel mondo che ha sempre amato. Un sogno realizzato. Una bella favola.

Una storia che mi è venuta in mente quando mio figlio mi ha parlato di un suo amico, aspirante cantante e autore di musiche e canzoni, alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarlo a farsi strada.

Ho pensato a Giuliano e ho deciso di chiamarlo sul cellulare. Non mi ha risposto. Mi sono messa ai fornelli e ho dimenticato la musica, l’amico di mio figlio e mi sono concentrata sulle zucchine.

Pochi minuti dopo è squillato il telefono.

«Pronto? Sono Paolo Giuliano. Mi ha chiamato lei poco fa? Ho trovato il suo numero sul cellulare.»

Fortuna che per rispondere avevo abbandonato le zucchine e mi ero seduta su una poltroncina per rispondere dal fisso, invece che dal portatile, come faccio di solito quando sono in cucina.

Da seduti è più facile passare da una condizione di moglie, madre e prof, non più giovane per di più, al languore adolescenziale più folle e delirante, dalla banalità di una cucina alle sette e mezza di sera all’eccezionalità di una festa proibita a quindici anni, da un amore consolidato per un marito affidabile a un sentimento   prorompente  per il bel ragazzino che somiglia a Paul  McCartney che ti ha colpito il primo giorno di scuola. Un delirio di emozione talmente forte che mi è parso di sentire mio padre dire Pronto… C’è un certo Giuliano per te, mentre in sottofondo si sentiva Hey Jude, don’ t make it bad….

Ero talmente emozionata che ho dimenticato persino di salutarlo come si deve, di chiedergli come stesse, prima di passare a parlare di mio figlio. Niente. Io, che quanto ad attenzione alla forma non sono messa niente male, ho messo insieme quattro parole sul motivo preciso della telefonata e l’ho salutato in fretta, mentre lui continuava ad essere gentile come sempre.

Per giorni la dolcezza ha continuato a stillare dentro di me ogni volta che ripensava al suono della voce di Giuliano. Quella voce e quel ricordo, anche oggi che ci ripenso, hanno il potere di farmi stare bene, di ridarmi la sicurezza di un’età che non ho più e di un mondo che non c’è più, ma anche di farmi pensare che nulla è perduto, che se c’è la capacità di provare emozioni a tutto si può dare un senso e trovare una ragione. E’ il cuore l’unica cosa che conta. E’ solo l’emozione che ti toglie di dosso tutte le sciocchezze a cui diamo troppo peso. La vita è semplice, siamo noi con la nostra testa sempre vigile che la rendiamo complicata. Dimentichiamocela un po’, questa testa così ingombrante, e ascoltiamo il nostro cuore. Facciamo qualche sciocchezza, ogni tanto. Cerchiamo di godere di un arcobaleno dopo un temporale e non lasciamocelo sfuggire perché abbiamo troppo da fare. Quell’arcobaleno non tornerà più, i conti che abbiamo sulla scrivania possono aspettare qualche minuto. Magari dopo il prossimo temporale ne verrà un altro, ma non sarà mai lo stesso. E intanto le note di Hey Jude continuano a suonare…

Ho scritto una e-mail a Giuliano, qualche giorno dopo, per spiegargli quello che mi era successo. Mi sembrava di doverglielo, gentile com’era stato. Mi ha risposto con la cortesia di sempre.

«Anche per me è stato un bel tuffo nel passato», mi ha scritto.

Un tuffo nel passato che mi ha fatto vedere il presente con occhi nuovi. Più giovani, dietro gli occhiali.

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Articolo pubblicato il 03/02/2022