Foibe - Una questione “sensibile” non percepita così da tutti

Il 10 febbraio 1947 a Parigi, col Trattato di pace imposto all'Italia dalle potenze alleate vincitrici della Seconda guerra mondiale, furono ridisegnati i confini tra il nostro Stato e la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il 10 febbraio, pertanto, è stato votato come “Giorno del ricordo” dal nostro Parlamento con Legge n. 92 del 2004, “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Quella delle foibe è una questione “sensibile”; ma non è percepita così da tutti; sembra infatti ormai priva di interesse e lontana nel tempo, ma il tempo trascorso non ha ancora cristallizzato nella Storia quei nefasti avvenimenti, che videro atti crudeli e disumani di ferocia talvolta più che animalesca. Su di essi, quindi, che hanno ancora ancora profili di cronaca, ci sono pertanto giudizi controversi di natura ideologica e politica, mancando tra l’altro la conoscenza di tutte le fonti attendibili, cosa che focalizza morbosamente l’attenzione sulla aberrante metodica delle eliminazioni fisiche piuttosto che sulle ragioni etniche, politiche e sociali della ecatombe di infoibati, cui, per legge, “sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”.

Occorre per certi fatti “più storia, meno memoria”, come scrive Giovanni De Luna, che sul quotidiano La Stampa di martedì 15 febbraio scorso ricordava la violenza scatenata in Etiopia dagli “italiani brava gente” all’epoca del nostro colonialismo”, le circa 40mila vittime della repressione contro i ribelli” e le migliaia di etiopi uccisi dai fascisti, tra il 19 e il 21 febbraio del 1937, come “rappresaglia per l’attentato in cui era stato ferito il viceré Rodolfo Graziani”.

In effetti, la storiografia non ha ancora indagato a sufficienza su certi nostri crimini bellici, e la istituzione del “Giorno del Ricordo”, che focalizza l’attenzione sulle violenze subite dagli italiani “nel secondo dopoguerra”, pare non considerare quelle commesse in precedenza con la politica di denazionalizzazione delle popolazioni slave attuata durante il ventennio fascista nei territori prossimi al confine orientale italiano.

La questione delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata non può però essere affrontata correttamente senza guardare anche alle vicende complesse dei conflitti a sfondo etnico, politico e sociale, che, storicamente lontane nei tempi, almeno dagli ultimi decenni dell’Ottocento hanno interessato quelle terre in modo più significativo.

Per restare, però, nel tema degli episodi del dopoguerra, ai quali più immediatamente rimanda il “Giorno del ricordo”, dobbiamo prendere atto del fatto che nell’Istria e in Dalmazia a certe violenze, si reagì con altrettanta violenza e le foibe, ch’erano servite ai fascisti italiani, servirono per ripulire il loro territorio anche al movimento di liberazione jugoslavo le cui vittime non furono solo gerarchi fascisti o esponenti di quelle istituzioni. Ci furono quindi dall’una e dall’altra parte orrori, ed anche errori, da seppellire tutti, quelli più di questi, nella foiba più profonda.

Ma è tempo nella Unione Europea, cui con l’Italia appartengono ormai anche la Croazia e la Slovenia, di “costruire una memoria storica condivisa”, come ha detto Mario Draghi nel discorso commemorativo della ricorrenza del 10 febbraio scorso.

Ed è anche tempo, infoibati gli abomini razziali, di istituire un giorno – questo auspichiamo - da dedicare al raccoglimento nel ricordo di quanti, senza distinzione, nelle foibe drammaticamente condivise dai loro resti confusi e fusi nel martirio, attestano la eliminazione di quegli odi reciproci con la loro morte, una “livella” che, come insegna la agghiacciante ironia del grande comico Totò, induce a dar misura del nullo valore di certi deprecabili sentimenti.

E ora? Gorizia e Nova Gorica, agglomerato urbano storicamente unico, tagliato a metà da una linea di confine tra Italia e Slovenia, che si rileva quasi solo sulla mappa cittadina, saranno congiuntamente Capitale della cultura europea 2025. “Questo dimostra - ha detto l’appena rieletto nostro Presidente della Repubblica nel discorso di commemorazione del Giorno del Ricordo - quanto importante sia per l’intera Unione che la memoria delle oppressioni disumane del passato sia divenuta ora strada dell’amicizia, della comprensione, del primato della dignità delle persone, nel rispetto delle diversità e dei diritti».

 

Si vales, vàleo.

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Articolo pubblicato il 18/02/2022