YES, WE CAN... Considerazioni piuttosto irrealistiche in attesa delle prossime elezioni

Non è necessario sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare. (Guglielmo d’Orange)

Si vota nella primavera del 2023, salvo imprevisti che accorcino il periodo di tempo (una crisi di governo, per quanto improbabile, può sempre capitare, soprattutto in tempo di guerra, o simil-guerra, come quello che viviamo) o lo allunghino: in fondo lo spettro di un nuovo stato di emergenza, dichiarato o fattuale, per una causa o per l’altra, è sempre qui che aleggia sulle nostre teste. E l’esperienza recente ci dimostra che la dichiarazione di quello stato prescinde dai presupposti costituzionali o di legge: secondo la migliore dottrina schmittiana lo stato di eccezione si dichiara quando si vuole e per i motivi che si vogliono, punto e basta. E un governo come l’attuale non si porrebbe certo problemi di legalità.

Ma supponiamo che tutto vada secondo il normale copione costituzionale: che cosa accadrà? E, soprattutto, come prepararsi all’evento?

Acquisito il fatto che i due rami del parlamento subiranno una drastica riduzione di componenti a seguito della riforma del 2019 confermata dal referendum costituzionale del 2020, resta da vedere quale potrà essere la loro composizione politica. Non si possono certo fare previsioni, ma è comunque possibile ipotizzare due scenari molto generici.

Primo scenario: non cambia sostanzialmente nulla. Rimarranno in piedi i grandi partiti attuali e ci saranno riaggiustamenti non particolarmente significativi fra i cespugli e i cespuglietti. Gli italiani dovranno rassegnarsi ad altri anni di inerzia politica, ambiguità ideologica, tattica di sopravvivenza, nessuna scelta di fondo, “centrismo” diffuso e molliccio da parte dei partiti dotati di qualche potere decisionale e fiducia manzoniana nella Provvidenza.

Secondo scenario: cambia tutto a causa di due possibili sotto-scenari. Il primo è che gli italiani decidano di dire un “no” forte e chiaro alla poltiglia politica che li ha governati sinora a causa di una rivoluzione psicologica e culturale in grado di scardinare le vecchie scelte elettorali. Il secondo è che capiti qualcosa di talmente grosso sulla scena mondiale in grado di innescare un vero rivolgimento politico anche nel nostro paese. Il primo sotto-scenario è possibile anche se non molto probabile, il secondo è invece possibile e probabile visto il progressivo e drammatico deteriorarsi dello sfondo economico, sociale, geopolitico.

Teniamo presente che gli italiani sono tendenzialmente fatalisti, politicamente pigri, generalmente conservatori, sporadicamente rivoltosi senza essere mai rivoluzionari e, da ultimo -a seguito di evoluzione linguistica- anche “resilienti”, cioè accomodanti e innamorati del compromesso al ribasso.

Come diceva Longanesi, sul Tricolore dovrebbe essere scritto a lettere maiuscole il grande motto dell’italiano medio: “tengo famiglia”. D’altra parte, in Italia qualcosa è cambiato politicamente solo per via traumatica: lo stato liberale che cade con la grande crisi del primo dopoguerra, il fascismo spazzato via dalla seconda guerra mondiale, il regime centrista (con le varianti di centro-sinistra e centro-destra) massacrato da Mani Pulite, il berlusconismo abbattuto dalla magistratura.

Potrebbe succedere qualcosa di analogo nei prossimi mesi? Forse, ma bisogna capire chi e che cosa potranno fungere da innesco a questo cambiamento, e poi quali possono essere, già oggi, gli obiettivi politici di un simile rivolgimento.

Purtroppo gli ultimi mesi hanno visto serrarsi sulla nazione una micidiale morsa conservatrice, come già detto in un precedente articolo: il governo Draghi, la reiterata presidenza Mattarella, la salita di Amato alla presidenza della Consulta, la sempre più soffocante invadenza europea, il progressivo  accantonamento della Costituzione costituiscono nell’insieme una sintomatologia oligarchica preoccupante e quasi disperante.

Solo un Parlamento profondamente rinnovato potrebbe riaccendere qualche speranza, se gli italiani lo volessero. In fondo, a ben pensare, in un passato neppure troppo lontano, forze politiche anti-sistema come la Lega o il Movimento Cinque Stelle, o anche solo fortemente innovative come la Forza Italia delle origini, hanno stravolto completamente il panorama elettorale e, conseguentemente, quello parlamentare;   salvo poi rinnegare totalmente, come i Cinque Stelle, o in buona parte, come la Lega e Forza Italia, le aspettative e il mandato dei loro elettorati con la discutibile giustificazione del “senso di responsabilità”, espressione sempre a disposizione dei poltronisti di ogni estrazione e caratura.

Ma supponiamo che in tempi brevi veda la luce un soggetto politico in grado di intercettare il vasto malcontento dell’elettorato italiano attuale, proprio come ai loro tempi fecero prima Bossi, poi Berlusconi, poi Salvini, poi Grillo, poi ancora Meloni: è veramente così impossibile mandare in Parlamento una compagine di deputati e senatori in grado di correggere seriamente (non osiamo dire rivoluzionare) la politica italiana?

Chi potrebbe dare il suo consenso a questo soggetto?

Probabilmente una grande massa di italiani stufa dell’arroganza degli oligarchi (non esistono solo in Russia) che spadroneggiano nella politica, nella burocrazia, nell’economia, nella finanza. Probabilmente una grande massa di italiani che vuole vedere ripristinato, senza se e senza ma, il primato morale e materiale della Costituzione e dello stato di diritto.

Probabilmente una grande massa di italiani che vuol chiedere conto a Draghi, a Speranza, a Conte, a Di Maio, a Lamorgese e ai loro soci politici dello stupro attuato in tempi recenti contro le grandi e piccole libertà individuali della nostra gente. Probabilmente una grande massa di italiani che vuole buttar fuori dalle nostre scelte nazionali gli oligarchi (ripetiamo, non esistono solo in Russia) politici e burocratici dell’Unione Europea, riconquistandoci una qualche forma di vera sovranità monetaria e politiche economiche non recessive attuate per gli italiani, per la loro vita e il loro benessere, e non solo per far sopravvivere l’euro.

Probabilmente una grande massa di italiani che vedono ormai la NATO come una organizzazione aggressiva, guerrafondaia, asservita agli interessi statunitensi, assetata di armamenti e di spazi dove dimostrare la sua superiorità bellica e -soprattutto- in grado di trascinarci in ogni momento nel baratro di guerre volute da altri e per gli interessi di altri.

Probabilmente una grande massa di italiani che rifiuta la privatizzazione delle  funzioni pubbliche e dei beni pubblici, e vuole riprendere un vero controllo sulle scelte collettive che li riguardano. E forse, alla fin fine, quella massa veramente immensa di italiani che vuole semplicemente il ripristino di una democrazia sostanziale e non solo formale nel nostro paese.

Certo, contro tutte queste aspirazioni si scateneranno forze e poteri forti, fortissimi, nazionali e internazionali, ma soprattutto il potere più pervasivo, spietato, cinico: quello dell’informazione di regime, o meglio, dei vari regimi che la possiedono politicamente e finanziariamente.

Basta vedere come ha agito in questi ultimi due anni, prima con l’ossessiva propaganda covidaria e vaccinale e, in queste ultime settimane, con quella bellica e russofoba, parimenti ossessiva e asfissiante.

Una informazione che non è informazione ma semplice e rozza comunicazione di contenuti già confezionati in  quegli ambienti diventati ormai i veri padroni del discorso, quelli che possono imporre l’agenda setting della realtà, una comunicazione a cui nessuno crede più su un piano razionale ma che diffonde pesantissimi influssi fobici, subliminali, occulti, attraverso il potere perverso delle fake news che vestono i panni istituzionali. La recente prima pagina di un autorevole quotidiano torinese è già passata, meritatamente, alla storia del giornalismo di propaganda come plastico esempio di disprezzo del lettore.

Detto questo, resta senza risposta l’altra grande domanda: chi vorrà e potrà farsi carico di questa iniziativa politica?

Per ora non c’è una risposta, ma molti uomini e donne in questi mesi assurdi hanno dimostrato di avere le qualità intellettuali e morali per assumersi questo compito di fronte ad un elettorato potenziale che sicuramente esiste ed è in attesa di rappresentanti. Resta da vedere se queste persone avranno anche le capacità politiche e le possibilità materiali (non si fa politica senza mezzi) per realizzarlo.

D’altra parte, come diceva quel tale che ebbe un certo successo un po’ di anni fa? Yes, we can.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 21/03/2022