I “Migliori” e gli “Altri”
Angelo Panebianco

In margine a un articolo di Angelo Panebianco

In altri tempi -indubbiamente più felici- abbiamo sinceramente apprezzato gli articoli di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Intellettuale equilibrato, raffinato, colto, assai misurato nelle opinioni che spesso andavano contro un certo conformismo di sinistra a cui, peraltro, lo stesso Corriere indulgeva con generosità, probabilmente per compiacere una cospicua fetta di suoi lettori appartenenti al cosiddetto “ceto medio riflessivo” che, a sua volta, si compiaceva dell’idea di rappresentare la parte migliore e più avanzata della nazione.

Ma l’articolo comparso sul giornale di Urbano Cairo il 3 aprile scorso ha demolito in gran parte quell’immagine di equilibrata pacatezza che Panebianco aveva acquisito in lunghi anni di onorata carriera. O meglio, una certa pacatezza è rimasta, ma solo nel tono dell’argomentazione, per poi dissolversi completamente nei contenuti e, soprattutto, nei presupposti ideologici e intellettuali che ne sono a fondamento.

Il senso complessivo dell’articolo è semplice: da un lato ci sono “loro”, la parte di quelli che sanno e comprendono, gli “elevati” avrebbe detto Grillo, a cui evidentemente Panebianco ascrive sé stesso; mentre  dall’altro ci sono i sotto-acculturati, al bordo della psicopatologia, che si suddividono in tre sotto-categorie abbastanza definite, e cioè i filo-russi, i no-vax, gli oppositori del governo Draghi. Posizione, come si vede, per nulla manichea e per niente inginocchiata ai piedi del potere.

“Perché anche da noi ci sono quelli che, a dispetto di ogni evidenza, e senza l’attenuante di vivere in Russia, la pensano più o meno come la maggior parte dei russi?” Si chiede angosciato Panebianco. Forse “a causa del carattere ‘slabbrato’ della nostra vita pubblica” risponde l’editorialista, qualunque cosa voglia dire il termine “slabbrato”, e che comunque nella sua elegante evanescenza non sembra significare nulla di buono: forse Panebianco vuol dire che in Italia si può stare, più o meno convintamente, dalla parte di Putin solo perché il nostro è un paese mentalmente dissociato e abitato da dissociati mentali. Ringraziamo per il signorile rispetto dei nostri, e suoi, concittadini.

E poi -cosa terrificante- queste ambiguità sono addirittura condivise da qualche forza politica. “Per intercettare coloro che le propugnano c’è chi è disposto a mettere a rischio la sopravvivenza del governo”, cosa che evidentemente per Panebianco va al di là di ogni logica umana e politica, essendo la sopravvivenza del governo l’unico orizzonte in cui la stessa politica può ragionevolmente muoversi, altrimenti si rischia di “mandare a picco la credibilità internazionale dell’Italia”, credibilità fortunatamente, e come tutti sanno,  difesa da un gigante come Giggino Di Maio.

“Mai o quasi mai”, continua Panebianco, “i pregiudizi radicati possono essere sconfitti da argomentazioni razionali. Per ragioni che gli psicologi sono in grado di spiegare”.

Siamo cioè -detto con qualche reticenza- alla patologia delle convinzioni:  se pensi “diverso” sei un deviante da affidare alle mani premurose dello psicologo. Ma lo sa Panebianco che esiste anche una patologia psichiatrica detta “normopatia”?

Definita dagli psicanalisti McDougall e Bollas negli anni settanta, essa è l’atteggiamento di chi pensa sempre quel che pensa la maggioranza e tende appunto a classificare come malato chi si discosta dalle visioni condivise. Naturalmente “c’è una notevole somiglianza fra l’indistruttibilità dei pregiudizi della vasta platea dei no vax e quella dei pregiudizi diffusi  sulla guerra in corso”.

Sembra che a Panebianco sfugga totalmente la differenza tra opinioni  scientifiche e opinioni politiche, cosa che porta questo gendarme della razionalità ad un parallelismo senza alcun senso, da Bar Sport, se si eccettua la comune problematica della legittimità del dissenso nelle democrazie moderne.

Quanto alle opinioni superstiziose dei no vax, Panebianco farebbe bene a documentarsi sui molti recenti e disastrosi cedimenti, per non dire crolli, della narrazione covidaria e vaccinale sotto i colpi di razionalissime e documentate argomentazioni prodotte da illustri scienziati su altrettanto illustri riviste accademiche. Cosa che l’editorialista del Corriere probabilmente non ha tempo, o voglia, di fare, legato com’è, anche lui, ai suoi radicati e del tutto discutibili pregiudizi. Ci impegniamo, se necessario, a fornirgli tutte le pertinenti citazioni secondo la consolidata e moderna metodologia scientifica.

C’è comunque un’affermazione di Panebianco assolutamente condivisibile: “Conta un sistema della comunicazione (si pensi ad esempio a certe trasmissioni televisive) nel quale, spesso, è stata cancellata la linea di separazione fra informazione e spettacolo”. Verissimo, e lo diciamo da tempo: certe trasmissioni televisive in bilico tra la rissa da canile e l’intrattenimento da avanspettacolo hanno demolito drammaticamente ogni credibilità informativa.

Ma non è però questo il senso dell’argomentazione di Panebianco che critica “il trionfo dell’ideologia ‘uno vale uno’: si chiama l’esperto ma anche chi, non essendolo, fa tuttavia audience, il competente che dispone di informazioni attendibili e l’incompetente a cui è delegato il compito di straparlare di ‘dittature sanitarie’ o di lanciare invettive moralistiche contro l’Occidente”. Ecco dunque rispuntare nella razionalissima mente di Panebianco la mitologia tecnocratica, il culto sciamanico dell’esperto, la superstizione scientista, tutti atteggiamenti ciechi di fronte alle mille contraddizioni, alle smentite, ai contorcimenti verbali e di opinione che gli esperti, in questi anni convulsi, hanno gettato in faccia al pubblico senza un minimo pentimento. Che poi oggi siano esperti virologi o esperti di geopolitica -la nuova specie animale che sta evolvendosi negli studi televisivi- fa poca differenza, vista la comune, verbosa e petulante tendenza all’autocertificazione scientifica e intellettuale.

“La maggioranza degli italiani” prosegue trionfante Panebianco, “sta con l’Occidente. Ma il Paese non dispone di anticorpi sufficienti per garantirsi contro i danni che può provocare la minoranza diversamente schierata”.

Ecco che ritorna il razzismo sanitario: come i no vax erano untori che spargevano virus assassini, gli anti-occidentali sono invece essi stessi dei virus contro cui mobilitare gli anticorpi della parte sana della nazione. L’idea di una “nazione sana” in lotta contro i suoi membri degenerati non vi ricorda qualcosa di ripugnante già vissuto in passato?

E l’idea che la “minoranza diversamente schierata” debba essere non tollerata e rispettata ma combattuta non vi ricorda altre cose, anch’esse già vissute nella nostra storia?

Tocqueville, che pure Panebianco dovrebbe ben conoscere, non ha insegnato nulla a questi supponenti profeti del nuovo totalitarismo culturale che, speriamo, non si trasformi presto in totalitarismo politico?

Concetto che Panebianco ribadisce, in chiusura dell’articolo, con parole agghiaccianti, indegne di uno studioso che in passato molti definivano, e si autodefiniva, liberale: “Ma non si calpesta il pluralismo se si nega che tutte le opinioni siano ugualmente degne di rispetto. Ci sono opinioni contro cui non è solo lecito ma è necessario erigere barriere  e barricate culturali”.

E se le barriere e le barricate tra poco non fossero più solo culturali? Tre secoli di illuminismo, di liberalismo, di democrazia buttati al macero assieme a Locke, Voltaire e tanti altri. Parole che avviliscono, se scritte sul giornale che fu di Einaudi, di Spadolini, di Montanelli, di Ostellino e di molti altri ancora.

Aspettiamo solo che, tra qualche anno, per insegnare all’università, o in qualunque scuola, o anche solo per avere un impiego pubblico sia  necessario giurare fedeltà all’atlantismo,  allo scientismo e al governo in carica. Che cosa faranno  Panebianco e gli altri come lui?

Dubitiamo seriamente che vorranno transitare in una qualche “minoranza diversamente schierata”.

 

 

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Articolo pubblicato il 07/04/2022