Akhenaten: faraone eretico?
Akhenaten

Una lettura storica alternativa di Riccardo Manzini

Il “potere” ha sempre prodotto una vertigine esaltante nella persona che lo detiene, specialmente se questo si configura “assoluto”, indispensabile per creare i presupposti per un regime totalitario.

In ogni caso il “potere” rientra nelle caratteristiche antropologiche e ancestrali, confinate nell’inconscio dell’uomo, il quale non rinuncia ad esercitarlo quando le condizioni lo consentono o nel caso che queste possano essere facilmente eluse o ignorate.

È evidente che il “desiderio di dominio” può assumere manifestazioni clamorose quando i protagonisti, coinvolti in una competizione conflittuale, la cui posta in gioco può risultare fatale, assumono ruoli di grande rilevanza sociale, politica o economica.

La storia ha collezionato un ampio campionario di esempi paradigmatici che contemplano queste situazioni, dove l’affermazione del potere ha dovuto ricorrere all’utilizzo determinante di scelte radicali, di indirizzi socio-economici non convenzionali, di ideologie e di confessioni religiose che risultavano chiaramente strumentali, ma funzionali al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

In pratica se “pecunia non olet”, anche la frenesia del “potere” è sempre stata in totale sintonia con questa logica spregiudicata.

Ci giunge in merito un articolo del dr. Riccardo Manzini, medico chirurgo ed egittologo di lungo corso, che ci presenta un’approfondita ed originale ricerca dal titolo “Akhenaten: faraone eretico?”. Ricerca che riportiamo con il ricco corredo di immagini che, come sempre, offrono un solido sostegno al contenuto del testo.

Nel ringraziare l’Autore, per la sua precedente e attuale collaborazione, auguriamo buona lettura (m. b.).

 

Akhenaten: faraone eretico?

 

Che la Storia sia quasi sempre scritta dai “vincitori” è risaputo e facilmente constatabile, non fosse altro perché i perdenti sono sempre presentati come pazzi, esaltati o quanto meno messi in ridicolo ironizzando o accentuando alcuni aspetti e comportamenti non raramente mistificati.

Come esempio valga Cleopatra le cui uniche notizie esplicite giunte a noi dall’antichità sono quelle partigiane degli storici romani di Ottaviano (che la sconfisse nella battaglia di Azio) secondo cui era una ambiziosa che si imponeva ammaliando gli uomini tanto da definirla la “meretrice egizia”, mentre dall’archeologia emerge una donna molto colta, amante del proprio Paese ed un’abile politica.

Ma uno dei personaggi della storia antica che più frequentemente viene tuttora etichettato acriticamente con l’epiteto attribuitogli dai suoi antichi detrattori è il faraone Akhenaten, il cui nome viene spesso associato all’aggettivo “eretico”.

Curiosamente nella nostra era questa immagine tramandataci dai suoi detrattori è stata strumentalizzata attribuendo a questo sovrano quasi un ruolo di “proto martire cristiano”, interpretando la sua vicenda come quella di un monoteista che cercò di contrapporsi al “bieco” politeismo egizio.

Per avere però un quadro realistico di questo personaggio e comprenderne il vero significato storico, prescindendo dall’immagine che ne diedero i contemporanei e sfrondandola anche dalle speculazioni religiose moderne, è necessario inserirlo nel suo tempo e conoscere i motivi che lo spinsero a contrapporsi alla tradizione.

Le origini degli eventi che portarono questo sovrano a sconvolgere la società egizia risalgono a circa 200 anni prima della sua nascita, quando il tebano Ahmose riunificò stabilmente il Paese dopo il travagliato Secondo Periodo Intermedio, dando origine alla XVIII dinastia ed al Nuovo Regno.

Se infatti con Ahmose iniziò la gloriosa dinastia dei Thutmosi e degli Amenhotep ed il periodo di massima espansione dell’impero, lo spostamento del baricentro culturale e politico dell’Egitto nella nuova capitale Tebe portò anche un cambiamento religioso che consentì al clero tebano di Amon di acquisire un potere incontrastato.

Fino a quel momento tutti i sovrani erano stati devoti al culto del dio-sole Ra che per molti secoli rimase quindi la divinità dinastica, sebbene non sia mai stata imposta al tollerante politeismo egizio che non concepiva una divinità preminente. Ogni sovrano ostentava il proprio legame con questo dio per la comprensibilità della teologia di questa entità vivificatrice che dominava la quotidianità, ma anche per la sua mitologia che gli attribuiva un ruolo fondamentale nella creazione.

Quando però l’epicentro del Paese si spostò con questi sovrani del Nuovo Regno da Menfi a Tebe, centro religioso del dio Amon, questa nuova divinità non risultò adatta ad essere associata a dei sovrani dinastici in quanto era estranea ai consolidati concetti cosmogonici solari.

Questa limitazione spinse i teologi di Amon a cercare di acquisirgli una veste di dio creatore sincretizzandolo con il dio-sole Ra, generando la nuova divinità Amon-Ra (slide 1) che avrebbe consentito a quei sovrani di adottarla come divinità dinastica conservando il tradizionale legame solare.

Questa abile operazione teologica portò quel sacerdozio a conquistare una indiscussa priorità su tutto il Paese grazie alla acquisita veste “solare” di dio-creatore attribuita ad Amon, ma soprattutto un dominio concettuale sui sovrani del periodo attraverso il controllo della legittimazione della loro successione, oltre ad un crescente potere economico.

Il potere materiale e l’influenza a corte del clero di Amon-Ra crebbero quindi progressivamente fino a consentirgli di intervenire pesantemente nella stessa scelta del successore al trono, i cui pretendenti si trovarono a doverne cercare l’appoggio.

Per tali ragioni l’ingerenza di quel sacerdozio nella politica egizia si manifestò fin dai primi sovrani della dinastia con una tacita sottomissione, ma divenne eclatante alla morte senza eredi diretti di Thutmosi II. Solamente infatti con l’approvazione del clero di Amon-Ra fu scelto come suo successore Thutmosi III (slide 2),  figlio di Thutmosi II e di una regina di secondo rango, il quale essendo fanciullo fu posto sotto la tutela di Hatschepsut, regina di primo rango del defunto Thutmosi II.

Questa regina non solo governò molti anni in nome del figliastro, ma con l’indubbio sostegno del clero ammoniano si avocò anche i titoli, la veste e le prerogative religiose di un vero faraone (slide 3), cercando di instaurare un matriarcato a favore della figlia Neferura e ritardando il più possibile il passaggio del potere a Thutmosi III.

Quando questi riuscì infine a salire al trono i rapporti con il clero di Amon iniziarono a mostrare alcuni vaghi segnali di un tentativo di ridimensionamento, sia per una comprensibile rivalsa per l’appoggio dato alla matrigna che per cercare di affrancarsi da quell’ingerenza.

Questi timidi tentativi continuarono, sempre meno velatamente ma sempre infruttuosamente, con i successori Amenhotep II, Thutmosi IV ed ancor più Amenhotep III, alla cui morte ascese al trono il figlio Amenhotep IV (il futuro Akhenaten).

Particolarmente evidente del potere acquisito in questa dinastia dal clero di Amon e del controllo sulla stessa casa regnante è la scelta di Teye (slide 4) come regina principale di Amenhotep III (e futura madre di Amenhotep IV), la quale non essendo di sangue regale come voleva la tradizione dinastica sembra sia stata praticamente imposta proprio dal clero ammoniano.

Il giovane Amenhotep IV crebbe quindi nell’ambiente tradizionale di questo grande casato fortemente condizionato dall’ingerenza clericale, ben conscio dei vani tentativi dei suoi predecessori per affrancarsi da esso. Avendo probabilmente constatata l’impossibilità a ridimensionare quel sacerdozio vivendo nell’ambiente della corte tebana, dovette giungere alla conclusione che l’unica possibilità per ottenere questo risultato consistesse in un radicale sovvertimento della società.

Dopo circa 5 anni di regno in cui visse a corte secondo il ruolo e le consuetudini dinastiche, decise infatti di cercare di riconquistare l’autonomia regale dal clero ammoniano rivoluzionando la società in tutti i suoi aspetti, ad iniziare da quello religioso.

Per esautorare il clero di Amon, rispettando però il tradizionale legame religioso solare del sovrano, elevò al ruolo di divinità dinastica Aton (o Aten), una manifestazione solare già introdotta da Thutmosi IV costituita dal disco solare portatore di vita, ed adottò il nuovo nome di Akhenaten in riferimento a quel dio.

La teologia di questa divinità è manifestamente espressa dalla sua iconografia (slide 5), costituita dal disco solare i cui raggi vivificanti terminano con delle mani stilizzate, molte delle quali impugnano il simbolo della vita eterna “ankh”.

Poiché l’ambiente tebano era troppo permeato dell’opprimente presenza del clero di Amon, decise drasticamente di trasferire la sua residenza e tutta l’amministrazione in un luogo che non fosse sotto la protezione di alcuna divinità tradizionalmente legata alla regalità. Scelse quindi la disabitata (in quanto malsana) area di Amarna per la sua nuova capitale, la quale venne costruita per massima parte in mattoni per celerità, costituita da abitazioni di varia estensione, due palazzi reali e due grandiosi templi di modello del tutto nuovo. In accordo, infatti, con la natura del dio Aton questi templi presentavano una successione di cortili preceduti da piloni non dissimile da quella tradizionale, ma tutti gli ambienti erano privi di copertura per poter vivificarsi con la luce solare (slide 6).

A sottolineare che questa esperienza costituiva un’oasi mistica estranea al mondo che il sovrano aveva abbandonato, l’area di Amara venne delimitata da 11 enormi stele di frontiera (slide 7) in cui si celebrava il territorio in cui regnava Aton attraverso la figura del sovrano e della sua famiglia.

Come conseguenza della volontà di cambiamento e dell’umanità espresse dalla teologia atoniana anche l’iconografia del sovrano venne rivoluzionata presentandolo nell’intimità domestica (slide 8) e raffigurandolo con la famiglia anche nei ruoli istituzionali, oltre che sovvertendo la tradizione regale officiando con la regina Nefertiti (slide 9).

Questa volontà di radicale cesura con la tradizione è testimoniata anche dall’arte che introdusse un nuovo modello quasi caricaturale in cui il sovrano (slide 10) e tutti i personaggi raffigurati sono inconfondibilmente caratterizzati da tratti accentuati e crani dolicocefali (slide 11). A riguardo è da notare che si trattò di una chiara scelta stilistica (come sarà quella di Modigliani) e non di una deformità reale, in quanto non è credibile che solo in quel periodo tutti i personaggi avessero l’identica malformazione (slide 12).

Per altro, che l’esperienza amarniana fosse nata per contrastare il clero ammoniano e non con la volontà di rompere con la tradizione regale è dimostrato dal modello della tomba di Akhenaten che presenta tutti i caratteri di quelle coeve della Valle dei re (slide 13).

Ovviamente questa esperienza fu vissuta dal clero tebano covando un odio feroce che, alla morte del sovrano, si concretizzò con una rapida restaurazione ed una radicale “damnatio memoriae” nei confronti di Akhenaten e di tutto quel periodo, anche se l’eredità dell’esperienza amarniana sopravvisse cambiando stabilmente alcuni aspetti di quella società.

Sebbene questo cambiamento teologico sia stato faziosamente interpretato come un tentativo di affermare un monoteismo, esaminando questa esperienza nell’ambito della storia della teologia egizia sembra assumere un altro significato. Più che l’affermazione di un monoteismo, la parossistica focalizzazione di Akhenaten sulla teologia atoniana pare infatti essere stata, forse solo per affrancarsi da tutti i sacerdozi, una mera esasperazione della tradizione in cui ogni sovrano era dedito ad una propria divinità dinastica senza però manifestare un’intolleranza verso le altre divinità.

La religione professata da Akhenaten e dai suoi funzionari ha avuto quindi origine per ridimensionare quella di Amon (o meglio il suo sacerdozio), ma non risulta sia stata imposta come esclusiva alla popolazione, come dimostrato dall’archeologia che sta scoprendo numerose testimonianze della persistenza ad Amarna anche di culti delle divinità tradizionali. Per altro lo stesso sovrano si presentava altresì rispettoso di altre teologie, professandosi custode della dea Maat (slide 14) in quanto garante dell’Ordine cosmico, come voleva la tradizione religiosa regale.

Contestualizzandola nel suo tempo questa ricostruzione ipotetica pare quindi, più che un’esperienza eretica, la testimonianza di una fallita lotta politica per riconquistare l’autonomia regale attuata attraverso un cambiamento religioso che coinvolse ogni aspetto di quella società.

Riccardo Manzini

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Articolo pubblicato il 19/04/2022