Ricordando i preti uccisi dai partigiani

Una triste pagina della storia della nostra repubblica.

Anche quest’anno il mese di aprile ci costringe a sorbirci la retorica comunista di quei partiti, associazioni e movimenti che negano le stragi partigiane compiute dai “liberatori”.

Premetto che sicuramente fra i partigiani ci furono persone buone ed animate da nobili sentimenti ma bisogna, per onor di verità, ricordare che non tutti i “liberatori” erano spinti da buone intenzioni. Buona parte degli appartenenti alle brigate Garibaldi d'ispirazione comunista – citando il “Corriere di Lecco” – “non combattevano per la libertà bensì per rendere schiavo il nostro Paese sotto il tallone di Stalin e della sanguinaria e criminale dittatura sovietica, animati dall’ideologia dell’ateismo di Stato, nemica di Dio e dei valori che distinguono l’uomo dal bruto”.

Secondo l’Associazione Cattolica “Christi Fideles”, infatti, si può dire con assoluta certezza che, fra il 1944 ed il 1947, “si calcola in 12-15.000 il numero dei civili assassinati dai partigiani solo in Emilia, nel cosiddetto “triangolo della morte”. In tale “mattanza democratica” finirono anche un gran numero, ne sono stati riconosciuti circa 130, di sacerdoti”.

Sin dai tempi delle scuole superiori mi sono chiesto, ed ho chiesto ai miei insegnanti di storia, per quale motivo fossero stati uccisi così tanti sacerdoti visto che – peraltro – molti di loro nascosero Ebrei ed oppositori politici nelle canoniche al fine di non consegnarli ai nazisti.

Non ho mai avuto risposta perché i docenti della scuola pubblica hanno il terrore di finire nelle grinfie del “tritacarne storico” secondo cui i partigiani erano tutti brava gente e gli altri erano tutti collaborazionisti del fascismo o, peggio, del nazismo.

Tra i tanti sacerdoti barbaramente uccisi dai “liberatori” vanno sicuramente ricordati:

don Giuseppe Amateis, parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi d’ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944. La sua mattanza fu giustificata dal fatto che, dal pulpito, aveva avuto il coraggio di condannare gli eccessi e le violenze compiute da entrambe le fazioni contendenti dopo l’armistizio;

don Stanislao Barthus, membro della Congregazione di Cristo Re ad Imperia, che venne ucciso il 17 agosto 1944 con la colpa di aver tenuto una predica nella quale aveva condannato “le violenze indiscriminate dei partigiani”;

don Tiso Galletti, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 per aver criticato il comunismo;

il cuneese don Antonio Zoli, parroco di Morra del Villar, ucciso dai partigiani comunisti perché durante l’omelia del Corpus Domini del 1944 aveva deplorato l’odio tra fratelli.

La lista dei sacerdoti trucidati ingiustamente e barbaramente sarebbe lunga e non basterebbero dieci articoli per raccontarne le storie.

Chi volesse approfondire storicamente la questione potrà farlo leggendo il bellissimo libro del giornalista di “Avvenire” Roberto Beretta dal titolo “Storia dei preti uccisi dai partigiani” edito da PIEMME.

Continueremo  a seguire le iniziative e le  manifestazioni del 25 aprile prossimo augurandoci che la faziosità e la violenza appartengano ormai al passato. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi delle stesse. E’ bene lavorare per la pace e la democrazia ma è altrettanto bene ammettere le colpe di chi, in nome di una non ben chiara libertà, ha ucciso persone innocenti.

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Articolo pubblicato il 20/04/2022