Un Partito di plastica?

Il PD fra realtà e virtualità

La Fondazione Hume (www.fondazionehume.it) è ormai da tempo una delle rarissime isole felici del pensiero razionale, un luogo dove il suo animatore, il torinese Luca Ricolfi, e i suoi collaboratori propongono un modo di affrontare i problemi della contemporaneità con l’antico metodo popperiano delle congetture e delle confutazioni, un metodo squisitamente liberale fondato sulla fragile ma anche solida saggezza di un liberalismo empirico, misurato, indagatore, lontano dalle follie, o anche solo dalle stupidità, di tanta narrazione attuale sui grandi e drammatici eventi dei nostri giorni, che si tratti di questioni pandemiche o di questioni belliche.

Un luogo equidistante fra le vecchie, e ormai consunte, ideologie di destra e di sinistra, anche se Ricolfi non ha mai nascosto la sua provenienza ideale dal secondo dei due campi, ma si tratta di una provenienza autentica, antica, radicata nei valori profondi di un sentimento umanistico tutto proteso verso le persone e le classi sociali più svantaggiate.

Una sinistra vera, per intenderci, senza odio e senza livori ideali, ma soprattutto lontana dall’insopportabile snobismo di quella contemporanea.

Vale senz’altro la pena, in tale contesto, leggere l’articolo di Paolo Astrua Il PD dall’etica al moralismo pubblicato su quel sito il 12 aprile scorso, un piccolo e accurato capolavoro di riflessione critica su ciò che è diventato il partito che si auto-attribuisce la rappresentanza della sinistra italiana, vale a dire il Partito Democratico.

Astrua riprende il tema della mutazione genetica della sinistra, e in particolare del PD, già affrontato da Ricolfi in alcuni suoi libri come Perché siamo antipatici (2005), Sinistra e popolo (2017), La società signorile di massa (2019); una mutazione che l’ha trasformata in un movimento elitario, saccente, intellettualistico, narcisista e, soprattutto, borghesemente conformista.

Nulla più a che vedere con l’operaismo otto-novecentesco e con il sentimento di sincera vicinanza agli sconfitti della storia che, in certi momenti, ha tentato addirittura di sostituirsi alla millenaria pietà cristiana verso gli umili e i diseredati.

“Una forza ‘camaleontica’ e ‘cangiante’, perché capace di fare propria qualsiasi posizione secondo la convenienza politica. E questo è senz’altro il miglior modo per descrivere la fenomenologia del Partito Democratico e soprattutto il suo allontanamento ormai siderale da qualsiasi valore di sinistra”.

La considerazione tranchant di Astrua definisce perfettamente la sostanza di quella involuzione che ha portato il PD dagli antichi valori alle sue mode attuali, un partito tutto trendy, tutto immagine, tutto adagiato nella  comoda poltrona del conformismo intellettuale e politico della modernità.

Gli ultimi eventi bellici hanno evidenziato perfettamente questa nuova natura del PD. “Così, la guerra in sé e la sua stessa natura violenta” dice Astrua, “ le implicazioni patriottiche di questo conflitto e perfino i battaglioni neonazisti ucraini passano in secondo piano di fronte all’abbagliante luce di ciò che il mondo (e quindi il PD) hanno deciso essere il ‘bene’ e i ‘buoni’.

Anche il talentuoso Zelensky, che fino a pochi mesi fa non era che un populista (in quanto nato al di fuori di una tradizione politica) o un sovranista (perché europeo dell’est e quindi razzista e omofobo) è diventato improvvisamente un eroe”.

Sempre secondo Astrua, anche la modalità con la quale il PD ha gestito politicamente il tema Covid è stata sempre la stessa: l’assunzione di una posizione prona e totalmente appiattita su comunicazioni istituzionali (del Governo, dell’Unione Europea, del Presidente Biden, dell’OMS ecc…), in quella che sembra davvero una smania di conformismo e conservatorismo acritico, nella totale noncuranza delle contraddizioni evidenti in queste stesse posizioni. E questo è avvenuto anche rispetto a temi estremamente delicati (ed estremamente “di sinistra”) quali la libertà di movimento, o quella di sottoporsi o meno a trattamenti sanitari.

In altri termini, il PD è diventato il garante italiano di ogni decisione istituzionale, proprio e solo in quanto istituzionale. Non importa quale sia il contenuto di queste decisioni, quanto siano coerenti con alcune delle grandi aspirazioni della sinistra classica (pace, libertà individuali, giustizia e stato sociale, autonomia e  autodeterminazione nazionali, solidarismo fra classi, popolarismo e altro ancora), importa solo che esse provengano da una autorità costituita.

La storia recentissima della nostra nazione coincide in gran parte con questa scoperta vocazione autoritaria, conservatrice (forse reazionaria) del PD.

E tutto ciò sotto un duplice profilo: politico e culturale. Del primo si è appena detto, del secondo si può tentare di delineare la genealogia. Da dove viene questa visione (che visione non è) del Partito Democratico?

Astrua, con acutezza, la individua nel gran mare del politically correct di matrice statunitense e del Partito Democratico americano, “che da sempre si occupa di scrivere l’agenda progressista internazionale”, e a cui il PD si adegua con totale spirito mimetico.

Ormai questo partito non è altro che la filiale italiana della grande “chiesa del politicamente corretto” che spadroneggia negli USA e sta invadendo l’Europa e le sue istituzioni.

“Se il Pd ha smesso di essere un partito di sinistra” conclude perfidamente Astrua, “è perché ha rinunciato da tempo a rincorrere la stella di un qualsiasi valore, per rincorrere le stelle e le strisce di un asino americano”.

E fin qui -si può obiettare- sono considerazioni accademiche che riguardano il legittimo tentativo di una forza politica di darsi i contenuti e le aspirazioni che desidera -anche se criticabili da chi a quella forza non appartiene- secondo una normalissima logica democratica.

E’ sicuramente così, se non fosse che quella forza politica sembra essere sempre più insofferente verso il dissenso.

Assistiamo nel nostro Paese ad una progressiva ghettizzazione dei “disallineati”, che si tratti di no-vax o di russofili, di anti-europeisti o di anti-atlantisti, di anti-genderisti o di negazionisti del riscaldamento globale. Se non proprio alla criminalizzazione di queste posizioni siamo spesso alla loro “patologizzazione” etica, e talvolta anche medica.

E “a livello politico, piaccia o no,” sottolinea Astrua, “il principale garante di questa pericolosa evoluzione è proprio il Partito Democratico”.

Condividiamo totalmente questa conclusione, e poniamo la domanda: quanto è pericoloso un partito che, appunto, è il garante di una evoluzione pericolosa?

Potrebbe apparire una domanda oziosa, o esagerata, se non si tenesse conto della atavica e ossessiva tendenza del Partito Democratico (che, ricordiamo, ha una linea di discendenza da una realtà che si chiamava Partito Comunista, anche se fa di tutto per occultare e disconoscere questa antica e indesiderata paternità) all’occupazione di tutto il potere occupabile.

Politica, istituzioni, imprese ed enti pubblici e para-pubblici, amministrazioni, scuola, università, cultura, magistratura, televisioni, giornali: in tutte queste cittadelle del potere costituito il PD ha esteso la sua egemonia gramsciana e se ne è impadronito in gran parte.

Ci si domanda: è lecito che un partito che, alle elezioni politiche, ha avuto il 19% dei consensi sul 73% dei votanti (risultato sicuramente significativo ma ben lontano da un’apprezzabile maggioranza) possa di fatto governare tanta parte della vita collettiva, sia sotto il profilo materiale sia sotto quello culturale?

E ancora, per proseguire il ragionamento di Astrua, è tranquillizzante il fatto che un partito ampiamente minoritario nel consenso, che però detiene la maggioranza del potere e che dimostra sempre più tendenze autoritarie e reazionarie, sia così ampiamente presente nella nostra vita politica e sociale?

Soprattutto se si considera il fatto che esso è ormai l’evidente espressione di oligarchie nazionali e sovranazionali che nulla hanno a che fare con gli interessi veri del nostro paese?

Intendiamoci: quella egemonia è indubbiamente il frutto di straordinarie capacità organizzative che il PD e i suoi antenati hanno brillantemente affinato nel corso degli anni, e di questo va dato atto. Ma si tratta di una considerazione ancora più inquietante: una forza pericolosa e molto ben organizzata non ispira certo serenità.

Naturalmente nessuno di noi liberali penserebbe mai di impedire in modo fraudolento a questa forza di aspirare legittimamente al governo della nostra società (anche se “loro” magari ci rifletterebbero su...).

Quello che è appare invece necessario è che le forze politiche contrarie a questo sottile, ma reale, disegno egemonico di un partito come il PD, senza sostanza ideale ma con una radicata fame di potere, sappiano unirsi e imporre elettoralmente la loro consistenza maggioritaria nel paese e, soprattutto, idee forti e ben definite contro la fuffa retorica e moralistica dell’avversario.

E’ così inconcepibile?

 

 

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 24/04/2022