La rinascita dell’Esercito Italiano in mostra a Torino

Fino al primo maggio al Mastio della Cittadella Mostra fotografica “1943 – 1945 Dai Gruppi di Combattimento al nuovo Esercito Italiano”

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo del dr. Pier Carlo Sommo, giornalista e componente del Comitato Scientifico, Ricerche Storiche, Cure e Coordinamento Organizzativo della Mostra in oggetto, che ringraziamo per la preziosa collaborazione (m.b.).

 

Fino al primo maggio in mostra al Mastio della Cittadella di Torino la riscossa del Regio Esercito Italiano dall’armistizio alla liberazione 1943 – 1945. Un racconto per immagini, alcune inedite, testi, curiosità di un importante periodo della storia italiana. L’apertura della rassegna avvenuta il 23 aprile 2022 è stata accompagnata dalla conferenza degli storici Gianni Oliva, Pier Franco Quaglieni e del curatore Pier Carlo Sommo.

La mostra abbraccia il periodo dal 25 luglio 1943 al maggio 1945, momento tragico, ma importantissimo della storia italiana non ancora del tutto esaminato con una neutralità critica indispensabile per una valutazione storica corretta. Nonostante i molti studi sulla condotta delle forze armate italiane, non sono ancora emerse del tutto non solo le cause della loro crisi, ma anche le reazioni e il valore individuale che favorirono atti di resistenza visti in un quadro complessivo.

Molti episodi di opposizione dei militari sono poco conosciuti.

Oltre ai significativi fatti della difesa di Roma e di Cefalonia, ve ne furono molti altri, in Italia e all’estero, che sono stati trascurati, come la cacciata dei tedeschi dalla Corsica rivendicata dai francesi, nonostante avessero avuto un ruolo marginale.

Per ragioni politiche varie, ben analizzate dalla mostra e dai relatori del convegno introduttivo, sono stati parzialmente sottovalutati o ignorati i vari ruoli del Regio Esercito in quella riscossa che riportò l’Italia sui corretti binari democratici e istituzionali, oggetto principale della rassegna.

L’8 settembre 1943 fu una tragedia nazionale ma anche, e principalmente, un punto di svolta in una situazione bellico - politica disastrosa che, per l’Italia, proseguendo invariata, avrebbe portato ad un disastro materiale e istituzionale totale come quello poi subito nel 1945 da Germania e Giappone.

Molto si è discusso sul trasferimento del Re e del governo a Brindisi. 

È doveroso dire che sul piano politico fu una scelta corretta, in quanto preservare l’operatività del governo legittimo era politicamente giusto, ma il tutto fu fatto in modo maldestro, senza coordinamento né nel lasciare Roma né nell’insediarsi a Brindisi.

Il principe ereditario Umberto con coraggio personale e consapevolezza delle proprie responsabilità istituzionali richiese al padre di lasciarlo a Roma per organizzare la resistenza. Vanamente. Questo fatto lese la sua immagine poi spesso collegata a eventi negativi che fu costretto a subire, nonostante il suo coraggioso impegno con l’Esercito che risalì la penisola.

Le immagini della mostra testimoniano lo sforzo incredibile e generosissimo dei soldati italiani nella Campagna d’Italia.

Gli uomini del 1° Raggruppamento Motorizzato, divenuto poi C.I.L. (Corpo Italiano di Liberazione) combatterono vittoriosamente a Montelungo, Monte Marrone e Filottrano con armi, divise e attrezzature scarse ed obsolete, ma con forza e convincimento eccezionali che fecero cambiare opinione sui soldati italiani ai diffidenti alleati, tanto da permettere in seguito la formazione di sei Gruppi di Combattimento attrezzati con armi e divise inglesi. 

Il comando alleato non permise di usare il termine “divisione”, (tali erano) perché avrebbe significato ricostituire pienamente l’Esercito e non volle che fossero inquadrati in un corpo d’armata a comando italiano.  I Gruppi di Combattimento raggiunsero nel 1945 la forza di circa 60.000 uomini.

Ma il contributo del Regio Esercito alla Campagna d’Italia non si limitò ai gruppi di combattimento.

Si crearono otto Divisioni Ausiliarie e tre Divisioni di Sicurezza Interna (S.I.) non direttamente combattenti.

Le prime furono utilizzate a guardia dei depositi, come polizia militare, per il controllo del traffico, la scorta a convogli ferroviari ed automobilistici, le lavorazioni d’officina, i rifornimenti alle prime linee e nelle retrovie (salmerie ed autotrasporti), la costruzione e riattamento di ponti stradali e ferroviari, la realizzazione di oleodotti, costruzione e manutenzione di linee telefoniche, la bonifica di campi minati, la sistemazione d’impianti idrici ed elettrici, la manovalanza per carico e scarico di piroscafi, treni ed aerei, la costruzione di piste in aeroporti, i lavori di mascheramento, lo sgombero feriti.

L’opera delle “Divisioni Ausiliarie" fu oscura ma intensa e preziosa. Ad esempio, i genieri resero inoffensive oltre 500.000 mine man mano che il fronte si spostava verso nord. Operarono spesso in zona di combattimento e pagarono un tributo di 744 caduti, 2.252 feriti, 109 dispersi.

Gli alleati erano ricchi di materiali e mezzi, ma mancavano di uomini.

Dall’inizio del 1944 il ruolo delle divisioni ausiliarie e dei gruppi di combattimento divenne indispensabile per la Campagna d’Italia. In particolare, quando sette divisioni (tre statunitensi e quattro francesi) furono tolte dalla penisola per partecipare il 15 agosto 1944 allo sbarco nella Francia meridionale.

Nel 1945 le Divisioni Ausiliarie in totale arrivarono a 196.000 uomini. Le tre Divisioni di Sicurezza Interna, che collaboravano con i Carabinieri e avevano compiti di sicurezza e ordine pubblico nelle zone liberate, impiegarono circa 45.000 uomini.

Al completo delle forze l’Esercito Cobelligerante Italiano era pari a un ottavo della forza combattente e a un quarto dell’intera forza del XV gruppo d’armate alleato che operava in Italia.

Di rilievo anche la partecipazione dei militari nelle missioni speciali nel Nord Italia allo scopo di costituire nuovi nuclei di resistenza con particolari compiti di informazione e organizzazione dei rifornimenti.

Circa 80.000 militari operarono nelle unità partigiane.

I prigionieri negli Stati Uniti (37.000) e in Gran Bretagna (125.000) aderirono alla cobelligeranza operando in unità di lavoro che dettero un contributo alla produzione.

Pertanto, oltre 500.000 militari di tutte le armi e gradi parteciparono alla Liberazione d’Italia, il loro apporto fu primario e dimostrarono il valore del soldato italiano quando è ben equipaggiato e giustamente motivato. Al termine della guerra quel rinnovato Regio Esercito fu il nucleo fondante dell’Esercito Italiano che abbiamo oggi.

Gli ultimi scenari geopolitici delineati dagli eventi attuali evidenziano la necessità di un’Europa unita ed integrata. È pertanto utile riportare l’attenzione del Paese sugli elementi fondanti dell’Italia di oggi. 

La Guerra di Liberazione fu un momento di aggregazione intorno al ricostituito Esercito. Riflettere sul sacrificio dei soldati che combatterono per la libertà del Paese con risorse limitate ed un futuro di incognite è oggi stimolo a operare con tenacia e al meglio per il bene del Paese.

 

Mostra fotografica

1943 – 1945 DAI GRUPPI DI COMBATTIMENTO AL NUOVO ESERCITO ITALIANO

Aperta al pubblico dal 22 aprile al 1° maggio 2022 - Ingresso libero - orario 14 – 19

Museo Storico Nazionale d’Artiglieria - Mastio della Cittadella - Corso Galileo Ferraris 0 - Torino

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Articolo pubblicato il 26/04/2022