La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Un chiodo piantato nel muro mette in pericolo la vita di tre persone

Nell’aprile del 1841 sulla rivista The Graham's Magazine di Filadelfia appare il racconto di Edgar Allan Poe intitolato The Murders in the Rue Morgue, noto in Italia come I delitti della Rue Morgue e talora indicato anche come Duplice delitto nella Rue Morgue e Gli assassinii della Rue Morgue.

Quello che è considerato il primo racconto poliziesco della storia della letteratura, è comparso in volume nel 1845, a Londra, nella raccolta Tales, pubblicata da Willey and Putnam. Ha come protagonista l'investigatore Auguste Dupin, capostipite di una fitta squadra di investigatori della letteratura, cinema e televisione, tra cui Sherlock Holmes, il dottor John Evelyn Thorndyke, Hercule Poirot…

Come è noto, il racconto di Edgar Allan Poe propone un delitto di “camera chiusa”: due donne massacrate in una camera dalla quale pare impossibile uscire senza essere visto da coloro che stanno all’esterno. Non ci sono passaggi segreti, il camino è troppo stretto, ma Dupin riesce a dimostrare che l’assassino - che si rivelerà essere un orango fuggito al suo proprietario - è uscito passando da una delle finestre della stanza sul retro dell'appartamento.

I poliziotti non se ne sono accorti perché le hanno esaminate superficialmente giudicandole perfettamente chiuse dall'interno. L'investigatore Dupin, invece, dopo attento esame trova un chiodo spezzato che, a prima vista, appare intatto, e invece consente l’apertura della finestra.

Poco più di un secolo dopo, sabato 28 aprile 1951, La Stampa riporta una notizia tale da attirare l’attenzione per una certa analogia col racconto di Poe: Un chiodo piantato nel muro mette in pericolo la vita di 3 persone.

Incuriosito, dopo aver letto l’articolo, ho deciso di proporlo ai Lettori di Civico20News.

 

Per un chiodo piantato nel muro di cucina, una famiglia per poco, non è morta asfissiata: l’ha salvata un bambino di 5 anni.

Il fatto singolarissimo è accaduto nello stabile di via Revello n. 25 e precisamente nell’alloggio del pianterreno, in fondo al cortile.

 

Ancor oggi la casa di via Revello ricorda quello del 1951: tre piani di aspetto molto dimesso, al piano terreno il portone e cinque negozi, quattro dei quali mantengono le antiche ante di legno, le saraje dei nostri nonni.

Grazie a Google Maps si può anche intravedere la costruzione dove si è svolto il nostro caso, posta in fondo al cortile occupato da due alberi fin troppo esuberanti. L’articolo così prosegue:

Abita qui la famiglia Sorrente, composta di tre persone: il padre, Nicola, di 77 anni, il figlio Giuseppe di 28 e la moglie del figlio, Olga Roddio, di 25.

Giovedì sera il Giuseppe rincasava dal lavoro e trovava il padre disteso sul sofà, in cucina. «Che hai?». «Non mi sento tanto bene... ma niente di grave... forse un po’ di stanchezza... andrò a letto presto...». Poco dopo arrivava anche l’Olga e verso le 20 i due coniugi si mettevano a tavola.

Ad un tratto anche il Sorrente figlio accusava uno strano malessere: cerchio doloroso alla testa, respirazione faticosa, vista annebbiata. «Sarai sfinito - diceva la moglie - cerca di mangiare, ti passerà tutto in fretta...».

Ma aveva appena pronunciato la frase, che una violentissima vertigine l’obbligava ad aggrapparsi all’orlo del tavolo. «Che succede?... Ma cosa c’è in questa stanza? …».

Sul sofà, scorgevano il vecchio. Arrovesciato da un lato, balbettante, con gli occhi stralunati.

I due coniugi facevano per alzarsi, ma sentivano che le forze li stavano rapidamente abbandonando.

Il cronista ha sapientemente creato un clima di progressivo e oscuro pericolo per poi giungere alla provvidenziale soluzione:

 

In quel momento la porta si spalancava ed entrava un bambino di cinque o sei anni, di una famiglia di vicini. «Che odore! ...» diceva, sulla soglia.

La corrente d’aria che giungeva dall’esterno rianimava il Giuseppe, che invocava soccorso.

A sua volta, spaventato, il piccolo gridava.

Tutto lo stabile si metteva in allarme. Accorrevano gli inquilini, i quali traevano fuori dalla stanza i tre sciagurati. L’ambiente era ormai saturo di gas.

Con una macchina li si trasportava all’ospedale Maria Vittoria dove i sanitari riscontravano loro gravi sintomi d’avvelenamento, preoccupanti specialmente per il vecchio.

Per fortuna, però, erano stati salvati a tempo: tanto che li si poteva dichiarare ieri mattina fuori pericolo e la Olga, anzi, s’alzava da letto e faceva ritorno a casa.

 

Superato il pericolo di un avvelenamento da gas iniziano le indagini per chiarire le cause della pericolosa fuga, che in questo caso non sono condotte da un investigatore dilettante geniale, ma dalla Polizia.

 

Il commissariato di P. S. San Paolo si è interessato della cosa e ha scoperto la causa della fuga di gas.

Nove o dieci mesi or sono il Giuseppe Sorrente piantava nel muro un grosso chiodo, destinato a sorreggere la borsa della spesa: e, senza naturalmente immaginarlo, lo infilava nel tubo del gas che corre a pochi centimetri nell’interno e che dopo un metro circa fuoriesce per collegarsi al fornello.

Col tempo il peso della borsa piegava il chiodo, lo smuoveva e pian piano il foro s’allargava: l’altro ieri la borsa era particolarmente carica e il chiodo veniva quasi del tutto divelto, restando infisso solo per la punta. Così il gas aveva avuto modo di defluire abbondantemente e con grande rapidità.

Certamente questa è una storia a lieto fine e non presenta i risvolti horror del racconto di Poe.

Le analogie derivano essenzialmente dalla presenza di un chiodo che viene ad assumere un significativo ruolo nelle indagini.

Lavorando di fantasia, si potrebbe addirittura pensare a una dolosa perforazione del tubo del gas per provocare un incidente mortale: un’idea che giriamo ai numerosi giallisti subalpini.

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Articolo pubblicato il 07/05/2022