Più luce sugli italiani nei gulag
I Tre Grandi: Churchill (Gran Bretagna), Roosevelt (Usa) e Stalin (Urss) a Livadija presso Jalta (Crimea), dal 4 all’11 febbraio 1945

Vittime del "mito" dell’URSS (di Aldo A. Mola)

Fari intermittenti?

Il dissidente russo Aleksej Navalny fa sapere che verrà presto trasferito nella «colonia di massima sicurezza di Melenkhovo, dove ai detenuti vengono strappate le unghie». Condannato il 22 marzo a nove anni di carcere, rischia di finire risucchiato nel buio di una detenzione fuori controllo. È uno dei tanti effetti collaterali del conflitto in corso tra la Federazione russa e l’Ucraina. Mentre esaspera schieramenti su posizioni ideologiche, esso distrae dalla riflessione fondata sull’informazione da anni disponibile circa le sistematiche violazioni di elementari libertà civili all’interno della Federazione, come anche altrove. I “fari” si accendono e si spengono secondo le dita che pigiano sugli interruttori.

Ognuno è libero di valutare radici e condotte dei dissidenti e persino sospettarli di fungere da quinta colonna di ingerenze straniere all’interno dello Stato. Lo stesso vale, ben inteso, per chi diffonde informazioni considerate “sensibili” da chi ha il potere di farlo e quindi le secreta, sanzionando con pene durissime chi le fa filtrare. È una deriva allarmante dinnanzi alla quale occorre alzare le antenne. Mentre qualcuno in Italia invoca addirittura l’intervento del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza) sul “caso” dell’intervista di Rete 4 a Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, va ricordato che in Italia vennero velati capolavori d’arte un po’ scollacciati per non turbare la pruriginosa sensibilità della massima autorità politico-religiosa dell’Iran, paese che pare sia apprezzato dal presidente del Copasir. Aggiungiamo il deplorevole silenzio che avvolge la sorte di Julian Assange, “colpevole” di aver propalato quanto era bene si sapesse su crimini di guerra perpetrati dagli Stati Uniti d’America, che ne hanno chiesto e recentemente ottenuto l’estradizione per infliggergli una condanna senza appello a centinaia di anni di carcere.

Sulla realtà agghiacciante della libertà di informazione nella Federazione russa non vi è molto da aggiungere a quanto da decenni hanno scritto studiosi che uniscono la serietà della ricerca al coraggio di pubblicarne gli esiti. È il caso, per esempio, di Dario Fertilio, già giornalista al “Corriere della Sera”, autore di saggi esemplari come Il virus totalitario: guida per riconoscere un nemico sempre in agguato (Rubbettino), Eroi in fiamme: Makuch e gli altri che sfidarono l’Urss (ed. Pagliai), firmato con Olena Ponomareva, e La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo, edito da Marsilio, che ne pubblicò L’ultima notte dei fratelli Cervi, Premio Acqui Storia, bersagliato da squallide polemiche. Nulla di strano. Come osserva Marco Bresciani in Diventare antifascisti: incertezze, dilemmi, contraddizioni di fronte al fascismo, pubblicato da Giulia Albanese in Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni (Carocci), la storiografia stenta a uscire dalla narrazione condizionata dalla mentalità da Comitato di Liberazione in Italia (1943-1945) e quindi dalla patente di indiscussa democraticità conferita al partito comunista italiano all’epoca capitanato da Ercoli (Palmiro Togliatti), da Gallo (Luigi Longo) e da Pietro Secchia. Il loro sodale Vittorio Vidali in veste di comandante del Quinto Reggimento nella guerra di Spagna il 30 agosto 1936 dettò la ricetta: «Con i provocatori, le spie, i nemici del popolo bisogna agire severamente, fucilandoli. Fucilare chi mette in pericolo la vita dei difensori della Repubblica [cioè gli stalinisti, NdA] è opera umanitaria, come lo è distruggere la peste fascista.» Quella ricetta si tradusse nell’eliminazione fisica di anarchici, socialisti riformisti, democratici, liberali, massoni… e favorì il rassegnato slittamento di molti “moderati” a favore del regime di Franco, riconosciuto dagli anglo-francesi prima che il “caudillo” mettesse piede in Madrid. Londra e Parigi avevano (tardivamente?) capito che la guerra civile in Spagna era la prova generale di quella europea. Tramite i “rojos” Stalin avrebbe chiuso in una tenaglia Francia, Spagna e l’Italia stessa, che (questi sono fatti, non opinioni) con il Corpo Truppe Volontarie fece la sua parte sullo stesso versante cui approdarono in seguito le “democrazie occidentali”.

 

Memento Gulag

Con il dissidente Vladimir Bukovskij e lo storico Stéphane Courtois, al quale si deve il celebre Il Libro nero del comunismo: crimini, terrorismo, repressione (Mondadori), Fertilio è promotore della giornata della memoria per le vittime del comunismo (Memento Gulag), celebrata ogni 7 novembre e seguita con distacco da tanti sedicenti alfieri delle libertà. Quei pluridecennali studi, condotti anche a contatto con la rete di chi sa per esperienza diretta, sono all’origine del suo contributo al Libro nero degli italiani nei gulag, fresco di stampa (Leg, Gorizia, 2022, pp. 573, euro 24): un’opera fondamentale, per alcuni forse sconvolgente e più che mai raccomandabile oggi, a fronte della opportunistica smemoratezza dilagante sull’identità storica del comunismo sovietico e dei partiti fratelli, attivi nei Paesi occidentali e largamente foraggiati da Mosca sino all’implosione dell’Urss (ma anche dopo, è da supporre...).

Nella sua prefazione il curatore, Francesco Bigazzi, ricorda: «Oggi, dati alla mano, possiamo dimostrare che le condanne a morte di antifascisti furono ben più numerose nell’Unione sovietica sotto Stalin che non in Italia sotto Mussolini. I sovietici di origine italiana che da decenni (in alcuni casi da diversi secoli) si erano stabiliti in Crimea, nel Kazakistan del Nord, nel Caucaso, nei Carpazi o in Ucraina hanno avuto un destino non meno doloroso e malvagio. Sono stati deportati, spazzati via dal terrore staliniano, sottoposti a torture e privazioni inimmaginabili solo perché erano originari di un paese che era in guerra con l’Unione Sovietica.» Ne scrissero anche Silvano Gallon, Giulia Giacchetti Boico, don Edoardo Canetta e Tito Manlio Altomare nel libro curato da Giulio Vignoli su Gli italiani in Crimea. Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio, con prefazione di Stefano Mensurati (Settimo Sigillo, 2012), presente con un saggio nel Libro nero curato da Bigazzi.

Da Allegrezza Francesco, nativo della Corinaldo di Maria Goretti, al triestino  Zenari Alberto sono 172 gli italiani arrestati nell’Unione della repubbliche socialiste sovietiche (URSS), prevalentemente con l’assai vaga accusa di spionaggio, sabotaggi e simili, e fucilati dalla polizia politica del regime stalinista (NKVD: Commissariato del popolo per gli affari interni). Alcuni erano nati in Russia o nei suoi pressi. I più erano invece italiani (molti da Trieste, parecchi da piccoli comuni: Cortina d’Ampezzo, Valdomio, Carloforte, Garessio, Lastra a Signa, Castiglione dei Pepoli, Pergine...). Bruno Pirz era di New York. Costantino Caferri di Mariupol, che all’epoca in Italia quasi nessuno conosceva. Come “povere foglie frali” sospinte dal vento, tutti quegli sventurati si trovarono nel momento sbagliato nel luogo sbagliato: nell’URSS quando Josip Stalin dette il via alle “grandi purghe” che falcidiarono gerarchi del partito, alti ufficiali (incluso il Maresciallo Tucacesvkij) e una quantità di “sospetti” finiti nel tritacarne della repressione puntualmente documentata nel Libro nero.

Classe 1943, tra i più autorevoli studiosi “sul campo” dell’Europa Orientale, Bigazzi ha alle spalle decine di volumi e di saggi, tra i quali opere di riferimento, come Oro da Mosca (scritto con Valerio Riva) e La tragedia dei comunisti italiani: le vittime del PCI in Unione sovietica (firmato con Giancarlo Lehner) sino a Berlinguer e il diavolo (in collaborazione con Dario Fertilio, Paesi Edizioni, 2021), preceduto dal paradigmatico Il primo gulag. Le isole Solovki (ed. Polistampa). Lì, egli documenta, a 165 km dal Polo Artico, dopo avervi sterminato i monaci ortodossi che le abitavano dal XV secolo, dal 1923 Lenin fece allestire il primo “campo di lavoro correttivo” per deportarvi e annientarvi i “nemici della rivoluzione” con «bestiale, scientifica crudeltà messa in atto giorno dopo giorno e anno dopo anno dagli aguzzini comunisti sui loro prigionieri».

 

Un terzo Libro nero comprende le schede delle 822 vittime della repressione, da Acquaviva Mario a Zoffi Giuseppe. Sono frutto di pazienti elaborazioni debitamente aggiornate da Bigazzi; seguite da 214 schede tratte dal Casellario politico dell’Archivio Centrale dello Stato (merito del suo sovrintendente, Aldo G. Ricci), a conferma del controllo incrociato effettuato sia dal regime fascista sia da quello stalinista su “persone” da entrambi considerate “pericolose” e quindi da sorvegliare, punire e quando possibile, eliminare, vuoi con la deportazione in un gulag, a morire di stenti e di botte, vuoi con esecuzione sommaria.

Apparentemente aridi, i repertori pubblicati dal Libro nero offrono la visione incontrovertibile dell’intreccio tra le diverse macchine della repressione che (scrive Bigazzi nell’introduzione) immolò a Stalin comunisti dissidenti, antifascisti e molte persone niente affatto militanti ma colpevoli di essere cattolici (ne scrive padre Fiorenzo Reali in La persecuzione del clero cattolico in Urss) o semplicemente artigiani, operai e artisti attratti in Russia dall’abbacinante mito del “primo Stato dei Soviet”. Per troppi la “Terra Promessa” divenne lugubre scenario della “pace eterna”, tragico punto di arrivo di fucilazioni senza processo o lunghe sofferenze: fame, lavori forzati in condizioni estreme, punizioni fisiche quotidiane inflitte per privare delle difese psicologiche e spingere nel buio della follia.

 

Ne scrisse alla moglie, Angiolina, il triestino Luigi Calligaris (classe 1894) in una lettera reperita da Aldo G. Ricci e pubblicata nel saggio Come Mussolini sorvegliava l’emigrazione politica. Il caso degli emigrati italiani nell’Urss. Scontati cinque anni di confino politico (1927-1932) inflittigli dal regime fascista, migrato clandestinamente in Francia e da lì raggiunta il Paradiso Sovietico, Calligaris lavorò in fabbrica prima a Carr’kov poi a Mosca. Accusato di trotzkismo (una “eresia” apprezzata da Ricci per motivi biografici) fu imprigionato con altri dieci italiani dopo l’assassinio del gerarca stalinista Kirov (28 dicembre 1934), che funse da pretesto per la repressione feroce del dissenso. Dopo la relegazione in due gulag, nel settembre 1937 Calligaris venne condannato alla fucilazione per “sabotaggio antirivoluzionario” e liquidato. Poco prima dell’arresto scrisse presago alla moglie chiedendole di rivolgersi subito alla Croce Rossa internazionale e di recarsi all’Ambasciata russa in Italia per avere notizie: «Se ti diranno che mi sono ammazzato o che sono andato sotto un automobile non credere e se ti mandassero anche le firme dei testimoni non credere.» Il suo era il “grido disperato” di chi scoprì di essersi illuso sul “paradiso sovietico”: «So soltanto che mi sono spezzato e che non mi rimetterò più. Su questo ancora una parola. Io ho visto uomini nelle mie condizioni impazzire. Io temo, temo molto che la mia situazione mi porti in tali condizioni. Guai se questo dovesse succedermi, meglio la morte in qualunque maniera essa venga. […] Non sperare negli uomini, e non sperare in Dio. Soltanto la nostra forza possa aiutarci e vedi che le nostre forze sono ben misere.»

 

Il Togliatti-pensiero sugli italiani prigionieri di guerra...

Agli emigrati italiani vittime dell’epurazione “politica” in 31 gulag e 24 località di confino o luoghi di deportazione va aggiunta la tragica sorte dei soldati internati nei campi di prigionia. Nel Libro nero ne scrive Giovanni Di Girolamo. Un numero mai esattamente precisato. A Radio Mosca Palmiro Togliatti parlò di 40.000, poi di 73.000 e infine di 115.000 (aprile 1943). Nel luglio 1945 le autorità sovietiche li stimarono tra i 60 e gli 80.000. L’Albo d’Oro del Ministero della Difesa elenca 89.529 nomi di militari del CSIR, poi ARMIR, che non fecero ritorno. I dati forniti da Di Girolamo si incrociano con quelli prodotti da Bigazzi nell’introduzione al volume, illuminanti nella loro aridità. Inglesi e francesi restituirono all’Italia più del 98% dei prigionieri di guerra, gli Stati Uniti il 99,8%. Dalla Germania ne rientrò il 94.4%, da altri paesi (Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Grecia) poco più del 90%. Dall’Urss fece ritorno appena il 14% dei prigionieri.

Nella famosa lettera a Vincenzo Bianco, ripubblicata a p. 140 del Libro nero, Togliatti scrisse «se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo niente da dire, anzi e ti spiego perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo […], il veleno è entrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente entrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri Paesi significa rovina e morte per il paese, tanto meglio sarà per l’avvenire dell’Italia».    

A “giustificazione” del togliatti-pensiero si disse e si dirà che l’Italia era alleata della Germania di Hitler e che andava “denazificata”. Si aggiungerà che l’Urss ebbe il maggior numero di morti nella guerra contro la Germania (più di venti milioni) e che la ritorsione contro gli invasori fa parte delle regole della guerra. Rimane però senza risposta la domanda che nel Libro nero ripropone Ugo Intini, deputato socialista dal 1993 al 2006, portavoce del partito ai tempi di Bettino Craxi e al governo con Giuliano Amato e Romano Prodi: perché “l’imbarazzo del PCI e le reticenze mai superate” sul paradiso della classe sono durate molto oltre la sanguinosa repressione dell’insurrezione ungherese del 1956 (con tanto di fucilazione di Imre Nagy), dopo i carri armati che nel 1968 annientarono la “primavera di Praga” e persino dopo il crollo dell’Urss e del “muro di Berlino”?

Ai partiti genericamente detti “di destra” vengono quotidianamente richiesti atti di contrizione per vicende che non li riguardano affatto. Perché non vale altrettanto per le “sinistre” dirette discendenti di chi appoggiò il socialismo in un solo Paese sino non solo al tempo di Stalin ma sino all’avvento di Gorbacev?

All’origine dell’ambiguità vi è un passato che non passa. Non è quello dell’identità fattuale del marxismo-leninismo (altra cosa dall’elaborazione dottrinale) ma l’irrilevanza della motivazione ideologica quale base della guerra dei trent’anni (1914-1945) e soprattutto della sua fase apicale (1939-1945).

Le grandi potenze sbandierarono manifesti ideali e valoriali ma si condussero secondo logiche imperiali. L’Urss dichiarò guerra al Giappone solo quando l’impero del Sol Levante fu messo in ginocchio dalle atomiche statunitensi. Il Ro-Ber-To rimase la facciata dietro la quale gli Stati di Italia, Germania e Giappone mirarono ai propri interessi specifici, al di là di sintonie tra esigue minoranze dottrinarie. In Italia ci credevano solo i capimanipolo e i capiscala del regime. In quella cornice di egoismi furono proprio Washington e Londra a consegnare a Stalin la patente di democrazia: nelle conferenze di Casablanca, Teheran e via continuando sino a Yalta, Postdam (17 luglio-2 agosto 1945) e alla pace di Parigi (10 febbraio 1947), imposta ai vinti quando sull’Europa già era calata la cortina di ferro da Stettino a Trieste.

Su quel passato occorre riflettere proprio a cospetto delle vicende odierne, con il necessario “discernimento”, sollecitato da papa Francesco e dalla Compagnia.

È curioso, va detto infine, che sinora di quando in quando sono apparsi “libri neri” sul comunismo, sull’Islam (e quanto v’è bisogno di continuare a tenere fari bene accesi su “mondi” nei quali non sono mai albeggiati i diritti dell’uomo e del cittadino), sulle malefatte dello stalinismo e persino su La Révolution française (ed. Cerf, 2008, scomodo e quindi mai tradotto in Italia). Manca invece un Libro Azzurro sulle conquiste di libertà raggiunte in Europa con secoli di lotta fondamentalismo e oscurantismo. Timidezza? Scarsa autostima? Rassegnazione a farsi dettare la storia da “altri continenti”, a fare da spettatori nel duello, già in corso, tra gli USA e la Cina? O forse perché, parafrasando Metternich, l’“Europa” è solo un’espressione geografica anziché un Soggetto politico?

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 08/05/2022