Quale rete di sicurezza per il Re?
Umberto di Savoia e papa Giovanni Paolo II

Di Aldo A. Mola

Da sabato 14 maggio con “il Giornale” è in edicola “Vittorio Emanuele III. Il Re discusso” (pp.440) di Aldo A. Mola. L'editoriale odierno sintetizza alcune pagine di un suo capitolo.

Il Re isolato

Il trasferimento da Roma a Brindisi del capo del governo, Pietro Badoglio, dei Reali, incluso il principe ereditario Umberto di Piemonte e dei vertici militari tra il 9 e l'11 settembre 1943 fu e rimane oggetto di molteplici valutazioni, spesso condizionate da personalismi e protagonismi. Con quella difficile decisione il re non salvò solo la Corona ma lo Stato italiano, unico interlocutore delle Nazioni Unite. Col realismo di chi conosceva a menadito novecentocinquant’anni di storia della sua Casa e di quella universale, costellata di glorie e di tracolli, Vittorio Emanuele III prese atto che la guerra era perduta, accettò l'armistizio e fece in modo che la sconfitta divenisse premessa per la riscossa. L’Italia era caduta. Il voto del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio non conteneva le basi per il cambio atteso dagli anglo-americani. Fu il re e il “suo” governo a imprimere l'accelerazione necessaria al “cambio”, smantellando i pilastri portanti del regime di partito unico. Grazie al voto del Gran Consiglio ma soprattutto all'iniziativa personale del re, l'Italia cadde ma sul fianco meno doloroso, a Occidente. La sconfitta non divenne una disfatta.

Nei “quarantacinque giorni” tra il 25 luglio e l'8 settembre, che poi furono meno di trenta se si contano dalla decisione di chiedere la “concessione” della resa senza condizioni (surrender), il re fu lasciato solo dai “politici”, come già era accaduto nel 1922 e dal 1924. Nell'agosto 1943 i rappresentanti dei partiti antifascisti moderati in via di riorganizzazione (i democristiani De Gasperi, Spataro, Gronchi; i liberali Casati e Bergamini; Ruini, Della Torretta e Bonomi per la Democrazia del lavoro) decisero di rifiutare ogni collaborazione con il governo postfascista. Secondo De Gasperi sarebbe stato un errore compartecipare alla “partita passiva”. Poiché la resa avrebbe creato “responsabilità penose per i suoi negoziatori” bisognava farla cadere sulle spalle del re. Comunisti, socialisti e partito d’azione, fondato nell’estate 1942, erano sic et simpliciter per l’abolizione della monarchia. Il sovrano cercava di salvare il salvabile dello Stato. I partiti pensavano soprattutto alla futura conquista del potere. Vittorio Emanuele III cosa avrebbe dunque potuto fare di diverso da ciò che fece?

 

Umberto di Piemonte doveva rimanere a Roma?

Secondo alcuni il principe ereditario, che da militare doveva ubbidire agli ordini del capo del governo e a quelli non meno perentori del padre, sarebbe dovuto restare a Roma per guidarvi la resistenza. Dove e come si sarebbe attestato? Avrebbe dovuto fare quotidianamente conto con la dichiarata ostilità della maggior parte dei partiti antifascisti che accolsero gelidamente le proposte di collaborazione avanzate dai monarchici militari. Proprio la sorte dei militari risulta emblematica. Fu il caso del colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo (Roma, 1901-1944) e delle decine di collaboratori del suo Centro militare, via via traditi da delatori, catturati dai tedeschi, ferocemente seviziati a via Tasso, rinchiusi nel carcere di Regina Coeli e poi assassinati alle Fosse Ardeatine nella rappresaglia eseguita da Kappler su ordine perentorio di Hitler in risposta all’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944. Vi vennero sterminati quasi al completo i dirigenti monarchici e dell’estrema sinistra non comunista (“Bandiera Rossa”), oltre a ebrei, quindici massoni (tra i quali Placido Martini, gran maestro designato) e a cittadini anche del tutto apolitici. In alternativa, rimanendo a Roma e sempre che fosse riuscito a sfuggire alla cattura, a differenza di quanto accadde alla sorella, Mafalda (presa dai tedeschi con un inganno e deportata in Germania, ove morì in campo di concentramento), e a Maria, (a sua volta “internata”), il principe ereditario avrebbe potuto/dovuto rifugiarsi nei Sacri Palazzi, come Nenni, Saragat, Bencivenga, Soleri (temporaneamente) e altri molti. Per farci che cosa?

Per garantire la sicurezza del Re bastava potare una siepe?

Ancor meno sicure erano le residenze sabaude dell'Italia centro-settentrionale. La loro inviolabilità aveva costituito motivo di acuta preoccupazione per il primo aiutante di campo del re da molto prima della guerra, per il ripetersi, lungo tutto il “ventennio”, di minacce e di tentativi di attentati di cui i giornali ovviamente non parlarono, ma che sono copiosamente documentati dalle carte (in massima parte inedite) conservate all'Archivio Centrale dello Stato.

Non era sicuro neppure il Palazzo Reale di Torino. Per esempio, il primo aiutante di campo del principe di Piemonte, generale Clerici, il 29 marzo 1931 informò il pari grado del re che il servizio di guardia aveva rinvenuto sotto il portico della piazzetta reale antistante piazza San Giovanni «un pacco avvolto in un giornale» alla base di una colonna. Due agenti di pubblica sicurezza lo svolsero e non tardarono a scoprire che si trattava di ordigno esplosivo a orologeria. Rapidamente portato lontano da persone e fabbricati venne fatto esplodere alle 6 e 18 mattutine. Era un «tentativo terroristico, anziché un vero e proprio attentato» conclusero gli inquirenti. Il comandante dei Reali Carabinieri di Torino dispose pertanto pattuglie fisse e campanelli elettrici nelle garitte del giardino reale per consentire ai carabinieri in servizio l’immediata richiesta di soccorsi. Due anni dopo, un furto di galline nel giardino fece constatare quanto fosse agevole per gli estranei introdursi nella residenza reale e, «poiché le condizioni del bilancio non consentono assolutamente di affrontare la spese di lire Diecimila (...) per collocare lungo il muro un dispositivo di allarme», si chiese una «semplice intensificazione del servizio di vigilanza», in mancanza del quale, per carenza di uomini, si optò per la riduzione dell’abbondante vegetazione contro muro, al fine di scoraggiarne lo scavalcamento abusivo. Per garantire la sicurezza del re doveva bastare la potatura delle siepi.

Se tali “incidenti” si ripetevano in tempi “normali”, molto più allarmanti furono gli episodi dell'estate 1943. Il 29 luglio, quattro giorni dopo il fermo di Mussolini, militari tedeschi irruppero nella tenuta di San Rossore. Dapprima venne sospettato l’approdo di mezzi anfibi, poi vi planarono addirittura due aerei «di nazionalità tedesca tipo S. S. L. U. (Cicogna)», atterrati e ripartiti prima che sopraggiungesse la vigilanza. Alle 20 e 30 dello stesso giorno un altro aereo tedesco atterrò e decollò in pochi minuti. Identificato, l’equipaggio accampò motivi tecnici. Ma il 12 settembre le SS di Otto Skorzeny mostrarono che cosa si potesse fare con un aereo di quel genere, prelevando Mussolini da Campo Imperatore sul Gran Sasso. Infine quattro ufficiali a bordo di un'auto dalla targa debitamente annotata forzarono agevolmente il blocco dell'unico carabiniere di guardia a uno degl’ingressi di San Rossore e perlustrarono la tenuta. E si era solo a fine luglio, non dopo l’8 settembre. Sin dal 15 giugno, del resto, il comandante della direzione generale trasporti dello stato maggiore dell’esercito informò l'aiutante di campo Paolo Puntoni che era stato interdetto il transito e lo scarico di convogli germanici negli scali di Pisa e di San Rossore, nonché la “sosta” di treni e carri contenenti carburanti ed esplosivi. Ormai ci si preparava alla resa dei conti con l'ex alleato. Molto di più si potrebbe sapere se parte del carteggio riservatissimo del primo aiutante non fosse stato “ritirato” dal Servizio Informazioni Militari (SIM) il 25 luglio 1946, dopo la partenza di Umberto II dall'Italia.

Vittorio Emanuele III volle dunque che Umberto gli rimanesse a fianco nel trasferimento da Roma a Brindisi «nel caso decidesse di lasciare il trono», come gli fece riferire senza perifrasi dall’aiutante di campo. Inoltre la resa comportò la subordinazione dei movimenti del re e del principe al benestare dei vincitori. Solo sub condicione il principe ereditario poté visitare i reparti del regio esercito in fase di riorganizzazione.

 

Il francobollo di Pietro Badoglio

Il 29 settembre Badoglio sottoscrisse a Malta il cosiddetto “armistizio lungo” (44 punti contro i 12 di Cassibile), duramente peggiorativo delle già pesanti condizioni imposte il 3 settembre. Secondo H. Hardy Butcher, Eisenhower «non volle firmare l’atto conclusivo di quello che aveva definito un crooked deal, uno sporco affare». Tale “strumento di resa” risultò talmente lesivo che, subentrato a Badoglio quale capo del governo, Bonomi chiese rimanesse segreto. La sua propalazione avrebbe avvilito i militari del Regio esercito, sconcertato i partigiani nelle regioni del centro-nord e fornito argomenti alla Repubblica sociale italiana.

Dal 12 settembre 1943 la monarchia italiana dovette fronteggiare tre insidie concatenate. Prelevato da Campo Imperatore sul Gran Sasso d’Italia, ove era sotto labile sorveglianza, e portato in Germania, Mussolini accettò di assumere la guida di uno “Stato” contrapposto al regno.

Il secondo avversario della Corona fu il Comitato centrale di liberazione nazionale che, riunito in clandestinità, disconobbe il governo Badoglio, non rappresentativo dei partiti antifascisti, lo accusò di aver abbandonato Roma nelle mani dei tedeschi e deliberò unilateralmente di «deferire al libero voto del popolo [quindi a plebiscito o, come poi si disse, a referendum, NdA], convocato al cessare delle ostilità, la decisione sul problema istituzionale» (5 ottobre 1943).

In terzo luogo, la monarchia dovette fare i conti con gli americani, che, a differenza degli inglesi, premevano per l’immediata abdicazione del sovrano senza valutarne le possibili ripercussioni sia nell'Italia centro-settentrionale, sia nelle regioni già libere da occupazione germanica e sul corso di una guerra dalla durata imprevedibile. Il disorientamento dilagava anche in ambienti moderati. Nel Diario Ivanoe Bonomi, presidente del Comitato di liberazione in Italia (CLN) annotò che per «lasciare aperta la possibilità di difendere eventualmente il principio monarchico nella futura costituente, i liberali volevano una monarchia pulita e non un cencio sporco come l'attuale sovrano».

 

La “strage” dei senatori

Il re prevedeva tali insidie. Egli dovette però affrontare una quarta minaccia, più grave e pericolosa perché arrivava dall’interno del mondo sul quale aveva ritenuto di far leva, non nell’interesse personale ma dello Stato. Il 24 ottobre Badoglio si fece tramite dei “precisi intendimenti” dei partiti antifascisti animati, tra altri, da Carlo Sforza, rientrato dagli Stati Uniti, “pieno di rancore e di ambizione” e agiva di concerto con democristiani napoletani. A loro inderogabile avviso il re doveva abdicare subito e il principe ereditario doveva rinunciare alla successione, passando la corona al nipote, Vittorio Emanuele principe di Napoli, di soli sette anni e quindi vegliato da un reggente, nella persona di Badoglio stesso. Il rifiuto, aggiunse il maresciallo in un colloquio con il re, avrebbe portato alla caduta della monarchia.

La proposta era statutariamente irricevibile. Perciò Vittorio Emanuele III la respinse, sdegnato. Certi monarchici stavano imboccando la via di un colpo di Stato? Per sostituire il re con un “Quisling” prono agli alleati? Il Reggente sarebbe stato un proconsole degli anglo-americani e/o del CLN. Badoglio fece persino approntare una serie di francobolli del valore di 50 centesimi. La sua firma vi sovrasta dal basso in alto la Lupa di Roma. Stampati dalla tipografia Richter di Napoli sulla fine del 1943, non furono mai “emessi”.

D’altronde il maresciallo non era l'unico a cercare di mettere la “firma” sull’Italia. Anche Benedetto Croce fece la sua parte. Per i giorni 28 e 29 gennaio 1944 venne indetto a Bari un convegno dei Comitati di liberazione nazionale. Il 7 gennaio Carlo Sforza, collare della Santissima Annunziata, senatore ma accesamente repubblicano, dichiarò a Enrico De Nicola, senatore exurgens e flammis dal lungo sonno attraverso il regime, di essere disposto a trangugiare una luogotenenza del “sovrano fellone”, ma non a favore di Umberto. «Escluso naturalmente anche l’ex re nazifascista di Croazia – (cioè Aimone di Savoia, IV duca di Aosta), aggiunse Sforza – ogni altro principe [poteva] essere accettato sia come reggente, sia come luogotenente». Al congresso di Bari Croce sferrò un durissimo attacco alla persona di Vittorio Emanuele III, intimando l’abdicazione immediata.

 

La strage dei senatori

Sempre in spregio della tregua istituzionale, il Decreto-legge luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, istitutivo dell’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, dette il “via libera” all’incriminazione e destituzione dal rango di quattro quinti dei senatori del Regno, in manifesta violazione dello Statuto. Esso venne preceduto dal decreto 11 maggio 1944 per la punizione dei “delitti fascisti”, contro il quale in Consiglio dei ministri si schierò il solo Benedetto Croce, giustamente allarmato sull'obiettivo ultimo di quelle “leggi speciali”. Sin dal 10 luglio diciotto giuristi non sospetti di tendenze liberticide o filofasciste (Massimo Severo Giannini, Arturo Carlo Jemolo, Guido Astuti...) misero in guardia dall’imboccare la via dello stravolgimento della civiltà giuridica italiana introducendo la retroattività della legge penale e la negazione del principio nullum crimen sine lege, che costituiva «una delle conquiste più fulgide di cui una civiltà si onori» ed era stato rispettato persino dalla Restaurazione dopo il 1814-15.

Il citato Dll 27 luglio 1944 prevedeva l’epurazione dei “membri di assemblee legislative o di enti o di istituti che con i loro voti o atti contribuirono al mantenimento del regime fascista ed a rendere possibile la guerra”. Per giudicare gli epurandi venne istituita un’Alta corte formata da un presidente, Ettore Casati (poi primo presidente di Corte di cassazione: aveva alle spalle una lunga carriera durante il regime, che non aveva mai osteggiato), otto membri e due supplenti. Tale Corte fece registrare il poco invidiabile primato del più alto numero di annullamenti delle proprie decisioni, spesso pronunziate in spregio di ogni principio giuridico, e in taluni casi viziate addirittura da “inesistenza di sentenza”.

In quel clima il 7 agosto 1944 Carlo Sforza chiese il rinvio di 307 senatori all’Alta corte per l'epurazione dei responsabili del regime.

Le ragioni dell’accanimento contro il Senato aveva una motivazione politica. Pur con i suoi limiti quella Camera era e rimaneva l’unico potenziale “partito del re”. La condanna da parte dell’Alta corte risultò scontata per la pressoché totalità dei deferiti. Essa ebbe per effetto non solo la decadenza dal rango senatorio ma anche la privazione dei diritti civili e politici e l’esclusione dai consigli di amministrazione di banche, industrie e società per azioni di cui fossero componenti. Fu il caso, tra altri, di Giovanni Agnelli, estromesso sino alla fine dei suoi giorni dalla FIAT, che aveva creato con quasi mezzo secolo di lavoro. Anche l’industriale cartario Luigi Burgo fu dichiarato decaduto, come la generalità degli altri, senza alcuna audizione, sulla sola base di un “rapporto” di uno dei tanti consigli di fabbrica di una delle aziende del gruppo. Paradossalmente venne arrestato dalla Repubblica sociale come complice del maresciallo d'Italia Ugo Cavallero per abbattere Mussolini. Come altri in quel caotico turbinio, egli si trovò tra due plotoni di esecuzione.

Con l'arbitraria incriminazione e decadenza dei senatori, alla monarchia venne tolto il suo principale sostegno morale e “pratico”, perché quanti vennero privati dei diritti politici e civili erano espressione, in larga misura, della “società civile”, disponevano di cospicui mezzi finanziari e contavano su importanti relazioni con il mondo imprenditoriale e finanziario internazionale.

Ottant'anni dopo gli eventi qui sommariamente ripercorsi ci si può domandare se l'isolamento politico del Re, artefice della revoca di Mussolini, dello smantellamento del regime fascista e dei suoi strumenti, come la Milizia volontaria di sicurezza nazionale, e infine garante della continuità dello Stato abbia giovato o abbia indebolito l'Italia agli occhi dei vincitori. Il Trattato di pace del 10 febbraio 1947, duramente punitivo, “presentò il conto” senza distinguere tra monarchia e repubblica e ignorando il concorso degli italiani per la liberazione dell'Europa dal nazismo.      

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 15/05/2022