La battaglia del Ponte di Goito dell’8 aprile 1848: la “babele” delle versioni

Una realtà che rende difficile la ricerca dell’obiettività storica

La storia scritta dai contemporanei, in particolar modo se condizionati dagli eventi stessi, risente inevitabilmente degli aspetti faziosi, delle esaltazioni aggiuntive, della retorica e degli schieramenti politico-ideologici di appartenenza.

Pertanto, la difficoltà di “depurare le versioni ufficiali”, sia dei vincitori che dei vinti, dai suddetti “condizionamenti” di parte si presenta come un problema complesso e difficile da risolvere.

Infatti, gli episodi storici, coinvolti da questa “contaminazione”, sono numerosissimi e articolati in modo, il più delle volte, da scoraggiare chiunque tenti di ristabilire una verità oggettiva.

Rientra in questo novero la Battaglia del Ponte di Goito - evento della Prima Guerra d’Indipendenza Italiana del 1848 - che oggettivamente sarebbe da ridimensionare ad un primo combattimento tra i contendenti in campo.

Infatti, i sardo-piemontesi persero, in questa circostanza, 48 uomini tra morti e feriti, gli austriaci più di un centinaio tra morti, feriti e prigionieri.

L’occasione in merito viene fornita da “fiamma cremisi” – Periodico dell’Associazione Nazionale Bersaglieri – N. 2 – marzo /aprile 2022 – pag. 22-24, che con l’articolo “Una fiammata di bersaglierismo investe la città di Goito” riporta quanto segue:

…. Quel giorno a Goito

Brano tratto da l’Illustrazione Italiana – 18 giugno 1886 – Numero speciale del 50° Anniversario della fondazione del Corpo

Al cominciare delle ostilità passarono il Mincio tre sole compagnie di bersaglieri: la 1^ e la 4^ addette al 1° corpo comandato dal Sonnaz; la 2^ addetta al 2°, comandato dal Bava. Giunse poi l’antica 3^ compagnia, ch’era distaccata in Sardegna: due di nuova formazione quasi intieramente formate da volontari, ed una formata pure di volontari tutti studenti dell’Università di Torino.

Questa, comandata dal Luogotenente Cassinis, con la vecchia prima comandata dal capitano Viarigi, e la 2^ comandata dal Prola furono addette al 2° corpo: le altre quattro, comandate dal Muscas, Francesco del Biler, Solaro e Carl, rimasero addette al 1°.

I bersaglieri incontrarono il nemico per la prima volta a Goito l’8 di maggio e cominciarono l’attacco.

La seconda compagnia comandata da Capitano Muscas e guidata da Alessandro La Marmora, assaltò una casa detta La Giraffa dove s’erano trincerati i cacciatori tirolesi della Brigata Vohlgemuth. Il Luogotenente Lions la investì di fronte con mezza compagnia: l’altra mezza col La Marmora alla testa, corse a tagliare ai cacciatori la ritirata.

Nella mischia cadde morto il Sottotenente Galli della Monica: ferito gravemente il La Marmora.

I bersaglieri raddoppiarono l’ardore per vendicarlo. Intanto gli austriaci facevano saltare il ponte al di là del quale s’erano ritirati.

Lo scoppio recò altre morti: ma un parapetto sconquassato era rimasto intatto.

Il bersagliere Guastoni vi salì sopra al passo di corsa raggiunse l’altra sponda sotto il fuoco nemico: i compagni lo seguirono tutti e s’impadronirono di due cannoni. Il Luogotenente Lions fu promosso capitano, il Sottotenente Righini di San Giorgio Luogotenente, il furiere Costa Sottotenente; questi ultimi ambedue feriti. I bersaglieri, trovatisi a fronte con la più temuta fanteria leggera d’Europa, s’erano coperti di gloria”.

Questa, in sintesi, è la rappresentazione dettagliata dell’episodio del Ponte di Goito dell’8 aprile 1848 secondo il giornale sopra citato.

A questo si aggiunga la versione risorgimentale secondo cui l’episodio del Ponte di Goito fu l’esaltazione del battesimo del fuoco del Corpo dei Bersaglieri, condivisa e autorizzata ufficialmente anche dal generale Eusebio Bava (Vercelli, 6 agosto 1790 – Torino, 30 aprile 1854).

Il generale Bava scrisse nella sua Relazione: «Questo primo e splendido fatto d'armi contro le migliori truppe austriache condusse in nostro potere cento prigionieri ed un cannone, soddisfece pienamente S. M. che degnavasi venire in persona sul luogo a premiare i più valorosi» (Relazione delle operazioni militari dirette dal generale Bava, comandante il Primo corpo d'armata nel 1848, Torino, Cassone, 1848).

Tuttavia questa versione non collima con quanto riporta in merito Pietro Fea – storico militare, bibliografo e bibliotecario (Torino, 26 novembre 1849 – Roma, 27 aprile 1932) nel volume “Storia dei Bersaglieri con alcune idee sul loro impiego in guerra del generale Alessandro Lamarmora - Firenze - Tipografia della Gazzetta d’Italia - Via del castellaccio, 8 - 1879”, dove riporta:

“… Al generale Bava, per esempio, cui non facevano certo difetto né patriottismo né intelligenza, la foggia di combattere dei bersaglieri non andava punto a sangue; ed a Goito stesso, nel brillante combattimento che inaugurò la loro storia, vedendone una squadra la quale, per essere più leggera nell’azione, avea deposti in fila gli zaini, non seppe trattenersi dal farne rimprovero a chi la comandava.

Così, quando egli fu ministro, ridusse i bersaglieri da cinque a tre battaglioni e non sarebbe stato alieno dallo sciogliere il corpo; ma la sua autorità nulla poté contro l’opinione del Paese e l’evidenza dei fatti.

Valga quest’esempio a rassicurare i bersaglieri circa le opposizioni incontrate dipoi…”.

Difficile capire quali fossero le vere motivazioni che avevano spinto il generale Eusebio Bava a voler “sciogliere” l’allora neonato Corpo dei Bersaglieri o in subordine a “distribuirli” nei battaglioni di fanteria. In ogni caso il fatto che al generale Bava il “modo d’impiego dei bersaglieri”, voluto fortemente da Alessandro La Marmora, non fosse di suo gradimento, sembra una giustificazione non plausibile, sottendendo il sospetto di altre motivazioni meno nobili.

Da tenere presente che il generale Eusebio Bava, nominato senatore del Regno di Sardegna (3 luglio 1849 – 30 agosto 1854), svolse l’attività politica con i seguenti incarichi parlamentari:

1)- Membro della Commissione di Finanze (27 novembre 1850 – 27 febbraio 1852) - (9 marzo 1852 – 21 novembre 1853) – (28 dicembre 1853 – 29 maggio 1855).

2)- Membro della Commissione per l’esame del progetto di legge sul reclutamento militare (5 febbraio 1851).

Conseguentemente, vista la posizione autorevole del generale Bava, l’intenzione di “ridimensionare” il Corpo dei Bersaglieri, si scontrò con un sentimento che aveva pervaso l’opinione pubblica e buona parte della classe politica del tempo. Sentimento che lo stesso Pietro Fea sintetizzava nella prima pagine del volume di cui sopra e qui riportato:

“… L’affetto per questo corpo è tanto vero, tanto intimo, tanto profondo nel mostro paese, che, come accade dei sentimenti nazionali, i quali, quasi senza che si sappia, si trasportano e si accettano anche fuori, anche fuori il nostro esercito è simboleggiato dai bersaglieri …” (Civinini, Discorso alla Camera dei Deputati il 16 dicembre 1870).

Dobbiamo poi tenere conto di un’altra versione “revisionista” dell’episodio del Ponte di Goito (da Wikipedia):

La prima battaglia della prima guerra d'indipendenza, che fu anche la prima vittoria piemontese e la prima battaglia a cui presero parte i bersaglieri, portò inevitabilmente nella storiografia risorgimentale un'aura di leggenda che esagerò le gesta dei vincitori.

Non ci fu infatti, come si divulgò, nessun passaggio del ponte sotto il fuoco nemico, ma una volta che gli austriaci sgomberarono le adiacenze del ponte sulla sponda sinistra del Mincio, diversi soldati e ufficiali passarono il fiume sopra l'angusto parapetto. Tuttavia la memoria del passaggio sotto il fuoco nemico era così diffusa che anche le litografie dell'epoca ne tennero conto, rappresentando in alcuni casi perfino il passaggio della cavalleria del Regno di Sardegna alla carica (Cecilio Fabris – Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849 – Volume I – pag. 313; Torino. Roux e Frassati – 1898).

Inoltre, come corollario, non possiamo ignorare il saggio di Denis Mack Smith “Documentary falsification and Italian biography”, dove l’autore ha messo in evidenza come la sistematica distruzione, la riscrittura in chiave apologetica e l’occultamento di documenti ufficiali sia una pratica in cui tutti gli stati corrono il pericolo di cadere, ma che in alcuni momenti della storia italiana questa sia stata eletta a prassi consolidata.

Da sottolineare come la cultura espressione del potere dominante di molte nazioni vi si sia sempre adeguata senza riserve.

Citando esempi specifici riferiti a personaggi di elevata importanza storica (esempio: Vittorio Emanuele II, Alessandro Lamarmora, Francesco Crispi) lo storico inglese ha fornito altrettanti esempi di manipolazione degli eventi storici ad uso politico. Fra le personalità oggetto di tali manipolazioni ci sono anche Mazzini e Garibaldi.

Anche gli ultimi Borbone del Regno delle Due Sicilie sono stati oggetto di severe critiche da parte di Denis Mack Smith, che li ritenne responsabili di un "corrotto dispotismo".

Per concludere, quanto sopra illustrato evidenzia la difficoltà, se non l’impossibilità, di pervenire a una “storia oggettiva e condivisa”, partendo da una varietà di versioni contrastanti riguardanti uno stesso episodio, che hanno tutte la pretesa della verità storiografica.

Se poi consideriamo che questa “patologia storiografica divulgativa” si è ormai amplificata a dismisura e generalizzata in ogni settore, la biblica “babele” non resta esclusivamente una metafora leggendaria di un antichissimo passato, ma purtroppo si conferma come una ingombrante e contagiosa realtà del presente.

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Articolo pubblicato il 20/05/2022