Alla ricerca della Monarchia Perduta
La Corona Ferrea, emblema della regalità in Italia.

Continuità della storia d’Italia (di Aldo A. Mola)

Arduino episcopicida

Nel 1002 Arduino, marchese di Ivrea, si fece incoronare re d’Italia. Non fu il primo né l’ultimo nei secoli a tentare l’impresa. Tornò celebre perché a metà Ottocento fu elevato a precursore logico-cronologico del regno d’Italia, costituito il 14/17 marzo 1861. Venne lasciato sotto traccia che aveva ucciso il vescovo di Ivrea. Era fatalità (o necessità?) che la Corona d’Italia dovesse fare i conti con il potere ecclesiastico.

La Monarchia. Un Soggetto eluso. Senza un re, Vittorio Emanuele II di Savoia, l’Italia non sarebbe mai divenuta uno Stato unitario. Tuttavia la monarchia non ha mai avuto “buona stampa”, anzi a lungo, anche in età monarchica non ne ebbe alcuna. Chi rimpiangeva l’Impero, chi la repubblica, chi la protezione di questa o quella potenza straniera, meglio se lontana, perché così i notabili locali avevano briglie sciolte, come mezzadri.

La narrazione ha appiattito la storia e l’identità stessa della “monarchia”. Dalla manualistica e dai “media” i più sono stati indotti a credere che il Re della Nuova Italia fosse un tiranno circondato dal (mai esistito) “partito di Corte”. Non si distinse tra Corona, Casa Reale, persona del Re, governo e parlamento, tra lo Stato e chi pro tempore ne regge le sorti.Fare chiarezza sull’argomento non vuol dire affatto essere cortigiani o “nostalgici”. Significa capire come funziona lo Stato, qule ne sia la forma.

La labilità del concetto di monarchia, di cui scrisse anche Julius Evola, molto dipende dalla modestia culturale dei “monarchisti”. Al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 quasi 10.700.00 italiani votarono per la monarchia. Che fine fecero i loro “voti”? Non parliamo delle “schede”, date subito per scomparse, ma delle loro idee. Ne avevano? Quali? Quanto le coltivarono? Il vuoto di memoria e di dottrina politica non dipende da malanimo di “repubblicani” che poco o nulla sanno di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo ecc. ma anche dall’incapacità di tanti “monarchisti” (come venivano bollati da Luigi Federzoni i “professionisti” del voto pro-monarchia, distinti dai “monarchici”) di deporre i panni di cortigiani e di organizzare la Memoria dell’Istituzione.

L’Italia abbonda di Fondazioni intitolate a partiti (anche estinti) o a loro “campioni” (da Antonio Gramsci a don Luigi Sturzo e via elencando). Invece non esiste alcuna Fondazione intestata a un Re d’Italia e meno ancora alla Monarchia quale soggetto di storia. A giudizio del rimpianto Giovanni Semerano, presidente e storico dell’Unione Monarchica Italiana, di Domenico Giglio, Argenio Ferrari e altri, la convergenza di quanto rimaneva dei partiti e movimenti monarchici col (ma meglio andrebbe detto “nel” o “sotto il”) Movimento sociale italiano, per motivi di opportunismo elettorale, sancì l’ammaina bandiera della Tradizione sabauda. Fu un’operazione “in perdita”. In assenza di un Istituto o Fondazione o Centro studi, una moltitudine di memorie, carteggi e biblioteche personali accumulate nei tempi andarono e andranno fatalmente perdute. A chi giova questa ecatombe della Memoria? Lo Stato d’Italia ha faticosamente costruito la propria identità tra il 1861 e il 1946. Dopo il cambio istituzionale la storia è stata amputata: da una parte i buoni (i “valori repubblicani” tante volte evocati anche dall’attuale presidente del Consiglio dei ministri, quasi Cavour, Giolitti, Einaudi fossero privi di “senso dello Stato”), dall’altra i cattivi, ai quali rimane vietato per legge esporre il tricolore con lo scudo sabaudo che li aveva visti in armi e nella vita quotidiana per l’Italia degli italiani, come ricorda lo storico militare gen. Oreste Bovio.

  Il richiamo alla storia è destinato a cadere nel vuoto. Se la monarchia (non parliamo di “pretendenti” o “aspiranti” ma dell’”idea”) è ormai relegata nel passato remoto, la repubblica non se la passa benissimo. Quali sono le sue fondamenta? Un emblema di difficile interpretazione? Un inno nazionale ispirato dal neoguelfismo? Un francobollo? Mentre quelli coi re duravano una vita, il più famoso di quelli repubblicani è il “Gronchi Rosa”. V’è motivo di riflessione.                                   

 

Ogni età ha diritto di darsi istituzioni confacenti

«Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future. Un popolo ha sempre diritto di rivedere, riformare e cangiare la sua costituzione.» Lo scrisse Gian Domenico Romagnosi (Salsomaggiore, 1761- Milano, 1835) nella Scienza delle Costituzioni. Filosofo, giurista, oratore della loggia massonica milanese “Gioseffina Reale”, sospettato di legami con la Carboneria ma presto scagionato, visse a schiena diritta. Ebbe chiaro che il Potere si fonda su miti e si esprime attraverso simboli: colori, suoni, segni. Ogni “cangiamento” comporta adozione di archetipi, elaborazione e insegnamento di nuove narrazioni. Durano i regimi che si armano di princìpi arcaici e universali. L’Ordine Nuovo s’impone se si fregia del passato remoto più “con-vincente”.

Tra i discepoli Romagnosi ebbe Carlo Cattaneo (Milano, 1801-Lugano, 1869), massimo esponente del pensiero democratico italiano dell’Ottocento, federalista, fondatore e direttore di “Il Politecnico” (1839-1844), storico delle Cinque Giornate di Milano (18-23 marzo 1848), strenuo avversario del processo di unificazione nazionale sotto le insegne della Casa di Savoia, da lui ritenuta illiberale e retriva. Sennonché il federalismo rimase un’utopia. Nel 1861 fu il quarantenne Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878), politico più sagace dei suoi migliori ministri, a farsi proclamare re d’Italia.

Benché raccogliticce le due Camere erano una sorta di “sospensione” della storia. Bastò un tocco per precipitare l’infuso in cristalli. Durevoli nel tempo o fragili?

 

Una “leva culturale” per risollevare l’Italia

La Nuova Italia faticò a darsi un codice identitario, a dichiarare il suo “dna”. Negli anni dalla Restaurazione al Quarantotto le principali correnti politiche favorevoli all’“unione” nazionale oscillarono tra confederazione e federazione. Nell’Europa intirizzita dal Congresso di Vienna e dalla Santa Alleanza (1815) l’obiettivo di uno Stato unitario italiano rimaneva molto basso sull’orizzonte. Il Paese era controllato da due dinastie straniere di peso continentale: gli Asburgo d’Austria e i Borbone, al potere in Francia, Spagna, regno delle Due Sicilie e ducato di Parma-Piacenza. Le due Case non avevano alcun interesse allo scontro diretto per spostare i confini della loro egemonia in un teatro secondario qual era l’Italia. Nel secolo dell’espansione europea negli Oceani, l’Austria doveva guardarsi sul fianco sud-orientale: Russia e impero turco. La Francia viveva i postumi dello sfascio dell’impero coloniale perduto dai Borbone di Spagna nell’America Latina (notiamo, di passaggio, che il bicentenario della “dottrina Monroe”, madre dell’egemonia transatlantica degli USA, non sta suscitando speciali attenzioni).

L’“idea di Italia” mancava di un punto di riferimento istituzionale e fisico percepito e riconosciuto a livello nazionale e internazionale. I repubblicani giocavano di rimessa. Lo fece anche Mazzini con gli appelli-mòniti a Carlo Alberto (1831) e a Pio IX (1847). A ostacolare la soluzione della questione nazionale pesava come macigno la sorte di Roma. Tra i suoi più fervidi profeti, il teologo torinese Vincenzo Gioberti ebbe il merito di proporla in armonia con la rappresentatività universale del papa, Vicario di Cristo, ma la annegò nelle fantasiose origini pelasgiche degli italiani: un mito destinato a suscitare più confusione che consensi.

Contrariamente a quanto solitamente creduto, alla diffusione dell’“idea di Italia” le scienze concorsero molto più rispetto che il linguaggio politico, la letteratura, la poesia. Lo si vide con i Congressi degli scienziati italiani ideati da Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino. Neppure essi però giunsero a formulare con chiarezza i simboli dell’Italia mentre fervevano i progetti di un canale che evitasse di circumnavigare l’Africa per andare da Londra a Calcutta.

Nel “Quarantotto” anche le avanguardie politiche italiane risultarono impreparate a cospetto degli eventi. La sconfessione da parte di Pio IX dell’alleanza “nazionale” contro l’Austria, usbergo della chiesa cattolica e garante del ritorno all’equilibrio tra le potenze europee, la proclamazione della repubblica a Venezia e a Roma (dopo quella in Francia, effimera e subito macchiata dal sangue dell’arcivescovo di Parigi), la catastrofe delle assemblee elettive e la revoca delle costituzioni, con la sola eccezione di quella albertina nel regno di Sardegna, evidenziarono la perdurante assenza di un caposaldo sicuro per la riscossa dei fautori dell’unione-unificazione italiana. La Società Nazionale capitanata da Daniele Manin prese corpo quando fu chiaro che per riprendere la navigazione non rimaneva che una zattera: il “Piemonte” di Vittorio Emanuele II, la monarchia costituzionale. La svolta avvenne in un’Europa del tutto mutata rispetto al Quarantotto: il Secondo Impero con Napoleone III in Francia e la coalizione anglo-franco-turca (con adesione del “Piemonte”) contro l’impero russo. L’imperatore d’Austria rimase alla finestra: saggezza o debolezza? Vienna percepì che Londra e Parigi puntellavano a tempo indeterminato Istanbul e che il Mediterraneo era ormai un lago anglo-francese, ma della Francia di un Bonaparte, ai danni dei Borbone, retrocessi a dinastia periferica tanto a Madrid quanto a Napoli. La soluzione della questione italiana stava nelle sorti venture del regno delle Due Sicilie, con un sovrano chiuso in se stesso, pago dell’isolamento e dell’apparente opulenza di alcune città e di una cerchia ristretta di notabili. Per Ferdinando II di Borbone la questione italiana non esisteva. Nel 1848 represse quella siciliana facendo bombardare Messina. Poi soffocò le pulsioni liberali con arresti arbitrari e carcere senza processo, con buona pace dei neo-borbonici. Va aggiunto che Napoleone III non decise affatto l’intervento in Italia attratto dalla sottogonna dell’“inviata” di Cavour. “Fosco figlio di Ortensia” irruppe nella pianura padana mentre occupava la Cocincina.

 

Antiquaria per lo Stato nuovo?

Nei primi decenni di vita il neonato regno d’Italia affastellò la Roma dei consoli e dei Cesari, le capitali degli Stati pre-unitari, le “cento città”, la lingua, le parlate, i dialetti, gli annali, le memorie e le fiabe. Il canto fece la sua parte, non solo con Giuseppe Verdi. Come la nòttola di Minerva, la storia arrivò per ultima, quasi al tramonto. Solo a fine Ottocento ebbe le prime sistemazioni con Giosue Carducci e il braidese Beniamino Manzone, massone, chiamato a Roma a dirigere la prima rivista del “Risorgimento Italiano”, alba del futuro Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, che tanto deve ai suoi presidenti Alberto Maria Ghisalberti, Emilia Morelli e Romano Ugolini.

L’Italia del 1861 aveva un eccesso di passato prossimo e remoto e un deficit di coscienza del suo presente e di visione del futuro. Per di più, come ancora regnasse Arduino, nacque scomunicata. Vittorio Emanuele II e i suoi generali e ministri avanzarono come rullo compressore dalla pianura padana alla Sicilia. Di conquista in conquista ecclesiastici compiacenti celebrarono “Te Deum” di ringraziamento, come aveva fatto Caprara, arcivescovo di Milano, che il 26 maggio 1805 benedisse l’“incoronazione” di Napoleone a Re d’Italia. Ma il nuovo Regno non ebbe mai la benedizione che conta: quella del pontefice, spogliato dei suoi domini e convinto di essere vittima di un complotto internazionale ereticale (anglicani, presbiteriani, evangelici...) o, perché no?, ordito dalla massoneria marchiata come “Sinagoga di Satana”.

La monarchia italiana pertanto non poté mai inalberare la croce di Costantino. Dovette contentarsi di quella sabauda, che risaliva ai conti e ai duchi di Savoia giunti a vicari dei Sacri Romani Imperatori e poi a re, ma con titolo su isole (Sicilia, Sardegna), non sulla “terraferma”. Avevano brillato di luce riflessa sino a quando il tormentato Carlo Alberto (1798-1849, re di Sardegna dal 1831) nel 1838 decise di spogliarsi dell’ingombrante titolo di vicario di un imperatore che non era più sacro da quando Napoleone I gli aveva imposto di rinunciarvi e si rivendicò “italiano”. Rullarono i tamburi della Deputazione di Storia Patria insediata da Carlo Alberto per organizzare una narrazione completamente nuova dell’Italia e del ruolo della Casa di Savoia.

La visione e la rappresentazione della monarchia tuttavia tardarono a prendere forma, a passare da intuizione a immagine, da nebulosa a simbolo di comunicazione immediata ai regnicoli. È sempre rischioso voltare pagina con la Tradizione. Tuttavia il re varcò il Rubicone. L’articolo 77 dello Statuto del 4 marzo 1848 recitò: «Lo Stato conserva la sua bandiera: e la coccarda azzurra è la sola nazionale.» Ma nella guerra contro l’Austria il “Piemonte” avrebbe fatto poca strada se fosse avanzato solo “con l’azzurra coccarda sul petto”. Perciò il 23 marzo, quando mosse verso Milano vittoriosamente insorta contro il “bastone tedesco”, «per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana» Carlo Alberto sovrappose lo scudo di Savoia alla “bandiera tricolore italiana”. Scattò avanti a tutti. Anche se sconfitto, avrebbe messo all’attivo il giobertiano primato morale e civile degli italiani e tutti i sogni di indipendenza, unità e ampliamento dei diritti civili o, come si diceva, “libertà”.

 

La monarchia: da soggetto di storia a oggetto di storiografia

La Monarchia divenne il soggetto trainante della storia. Nell’Italia degli Asburgo, dei Borbone e del papa-re si erse quella sabauda. Lo scrisse Giosue Carducci (1835-1907), giovine dai trascorsi burrascosi, un po’ mazziniano, poi garibaldino, ferocemente anticlericale, pragmatico e libero da languori “poetici”. I suoi versi erano programma politico. Prosa a ritmo cadenzato, più facile da memorizzare, come i versi famosi del 13-21 ottobre 1859 “Alla croce di Savoia”, suggellati dall’invocazione «Dio ti salvi, o cara insegna, /nostro amore e nostra gioia! / Bianca Croce di Savoia, /Dio ti salvi! E salvi il re». (Edizione Nazionale, vol. II, p. 210).

Vittorio Emanuele II andava salvato dagli Asburgo, dai Borbone, dall’abbraccio troppo stretto di Napoleone III e soprattutto dai “monarchisti”, che lo confiscavano per sé mentre egli voleva e doveva ergersi a spada dell’Italia intera, di una società nazionale in cerca di Stato.

Nell’immediato il regno non ebbe né tempo né modo di forgiare una propria immagine popolare “con-vincente”. Visse a ritmo di battaglia, sempre con l’arma al piede. A parte la dura repressione del Grande brigantaggio sobillato dall’estero, come ha ricordato Aldo G. Ricci in “Obbedisco”, contò la spedizione garibaldina “Roma o Morte” (1862), il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865), ove ebbe tiepida accoglienza, la terza guerra per l’indipendenza (1866), la fallimentare campagna garibaldina nell’Agro Romano (1867), il braccio di ferro tra Concilio Ecumenico Vaticano e Anticoncilio di Napoli (1869), l’espugnazione di Roma e la sua annessione al regno (settembre 1870).

Come si raffigurava il re e come era raffigurato?

Morti prematuramente Vittorio Emanuele II e Umberto I (provvisoriamente sepolti al Pantheon), l’ideario monarchico si restrinse alla “bianca croce di Savoia” sino a quando le feste per il Cinquantenario furono celebrate all’Altare della Patria, ancora incompleto, pensato come summa dell’“itala gente da le molte vite” e mausoleo dei Re, con molti spunti rivoluzionari e neopagani ma nessun simbolo cristiano (1911).

  Altrettanto avvenne per il monumento supremo voluto per suggellare Corona e Parlamento: l’altorilievo in bronzo di Davide Calandra per il banco della presidenza della Camera elettiva, ove la Monarchia statutaria campeggia tra Forza e Diplomazia in un tripudio di principi sabaudi, da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele III. Dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 nessuno osò smurare Casa Savoia dall’Aula di Monte Citorio. Ma a chi parla oggi il bronzo di Calandra? La maggior parte di quanti lo guardano non lo vedono affatto, né lo capiscono. Non dialogano con il proprio passato. Annaspano in un presente che riduce la “politica” a moto perpetuo, come le giostre.

Su impulso di Francesco Crispi (che decretò l’erezione del monumento nazionale in suo onore) e poi del trapanese Nunzio Nasi, ministro della Pubblica istruzione nel governo presieduto dal democratico bresciano Zanardelli, 120 anni fa la monarchia di Vittorio Emanuele III rese omaggio a Mazzini. Nella dispersione e nell’inerzia dei “monarchisti” tocca ancora una volta allo Stato d’Italia ricomporre i segmenti della storia nazionale, a indicarne la continuità, e a proporre nelle debite forme lo studio del ruolo della monarchia, in specie nella nascita dell’Italia quale Soggetto storico indipendente, unito e libero. Prima che esso si sfarini...

Aldo A. Mola

Alle 16.30 di martedì 24 maggio (data evocativa) ne parleranno al Teatro del Casinò di Sanremo Marzia Taruffi, responsabile dei Martedì letterari, e il saggista Matteo Moraglio, che presentano il libro di Aldo A. Mola “Vittorio Emanuele III. Il Re discusso”, edito nella Biblioteca Storica di “il Giornale”, collana “I Protagonisti”.

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Articolo pubblicato il 22/05/2022