La metafora della vista in un mondo dominato da falsità

La camera con i tre schermi di Paolo Gera

Esiste una parte di noi stessi che, anche se sappiamo essere nociva, non riusciamo a lasciare andare, una parte che ci tiranneggia e contro la quale troviamo difficilmente l’antidoto.

Avviene perché questa parte di noi, gettata nell’inconscio cioè “rimossa”, ci procura situazioni da affrontare attraverso il cui superamento possiamo portare in luce la totalità del nostro essere.

Non per tutti questi anni di regole imposte a danno della libertà, che hanno impedito la sperimentazione di noi stessi nel sociale, quindi di una certa “crescita”, sono stati deleteri: ci sono persone particolarmente sensibili che hanno trovato il modo di scrivere racconti, poesie, saggi ed essere creativi nonostante tutto, anzi… forse proprio per la possibilità di scendere nel proprio intimo senza distrazioni.

Sono persone che hanno elaborato a loro vantaggio le costrizioni, entrando più in profondità di loro stessi ed esprimendo il magma ribollente di irritazione, disappunto, ribellione, superando così le barriere nel portare in luce la loro parte migliore.

Ecco quindi il racconto di Paolo Gera, la cui metafora sulla vista e la distorsione del vedere ha la sua notevole valenza significativa in un mondo dominato da un’informazione più che ambigua e programmata per falsare la realtà.  

 

Nella mia casa della provincia italiana c’è una camera da cui non riesco ad uscire. Nella camera sono collocati il computer e il televisore e se io sono lì è chiaro che con me c’è anche il telefonino. Passo tutta la giornata davanti agli schermi modulando la distanza del mio corpo a seconda della loro grandezza. Siccome soffro di presbitismo avvicino moltissimo agli occhi lo screen dello smartphone, ma siccome sono anche miope neppure lo schermo del televisore è troppo lontano e su quello del pc, posto sopra un pouf rosso, mi chino dalla mia seduta sul divano, nella maniera più sconsigliata da qualsiasi posturologo, incurvando indebitamente la colonna vertebrale. Nei momenti di nervosismo – non rari, a dire il vero – sollevo il pc e lo trascino sulle cosce come se fossero un tavolinetto, ma sento quasi subito un calore bruciante e immagino che le radiazioni mi stiano seriamente danneggiando non solo le gambe, ma anche i genitali. Potrei collocare il portatile sulla scrivania del mio studio, ma non lo faccio per una sorta di sprezzatura, di difesa della mia indipendenza personale. Così per questo ridicolo puntiglio mi consegno a una costrizione maggiore nella camera con i tre schermi.

Io passo incessantemente, per necessità e per noia, da uno schermo all’altro, ma capita spesso che mentre sto lavorando al computer, un moto compulsivo mi spinga a controllare i messaggi sui social del telefonino. A dire il vero ho pure preso l’abitudine di tenere accesi i tre schermi contemporaneamente, in maniera che mentre sto scrivendo una recensione a un libro di poesie e dia nel frattempo un’occhiata alle chat, possa anche seguire su televisore le partite a tennis dei principali tornei o ascoltare i menzogneri notiziari per formarmi un’idea – rabbiosa, indubbiamente – sull’indottrinamento spudorato esercitato dalla propaganda governativa.

Lo so. Tutta questa luce costruita e innaturale mi sta rovinando la vista, ma, per necessità e per noia, dal mattino sino a notte inoltrata io mi consegno a questa fittizia e irrinunciabile illuminazione.

L’aquila inviata da Zeus si precipita su Prometeo e gli strazia il fegato, che durante la notte gli ricresce, pronto a essere dilaniato ad ogni alba successiva. Questi specchi non riflettenti sono le aquile altissime che vengono giorno dopo giorno a beccarci gli occhi.  Sono stati creati come aquile-corvi: nel momento in cui dall’alto sembrano maestosamente farci osservare ogni particolare del mondo, già ci hanno trasformato in cadaveri putrescenti, con una corona di uccelli neri che hanno nel becco il succoso boccone dei nostri bulbi oculari. Quante parole e quante figurine entrano nei miei occhi e da lì passano senza controllo alla mente e al cuore? “Pe’ gli occhi fere uno spirito sottile/che fa in la mente spirito destare…”. Guido era sconvolto dalla persistenza di un’unica immagine, che provocava in una reazione a catena una pioggia di spiritelli emotivi e commoventi da cui non poteva ripararsi. Questo per essersi votato a un’unica figura. Io che sono trascinato a una perenne, estrema infedeltà, io che assisto alla danza scomposta e indecente di migliaia di immagini, compio il percorso inverso a quello di Guido. I tanti minuscoli simulacri che entrano in me attraverso gli occhi, non muovono proprio nulla, non emozionano, né divertono, né eccitano e mi riconducono alla nera noia da cui cerco di fuggire.

Se incontro qualcuno – e ormai il faccia a faccia non è più casuale, ma programmato rigorosamente attraverso un appuntamento fissato settimane, se non mesi prima - se riesco cioè a uscire dalla camera trischermata per vedere una persona in carne e ossa, parlare con un amico, un parente, subito mi sorprendo delle sue dimensioni sproporzionate e faccio fatica a riportare i corpi e i volti quotidianamente percepiti su scala virtuale, a quelle reali fattezze fisiche. Sono incontri pantagruelici. Troppo abituato alla meccanica dei messaggi vocali e degli sms, anche le parole mi giungono strane e disturbate dalla fonazione labiale, come se i giganti là sopra avessero le orecchie nei piedi. Ma è soprattutto l’ambientazione, il contesto che mi disturba, perché anche se io e l’altro passeggiamo in un bosco, mi pare di essere ripreso e di stare collaborando a un pezzo che sarà trasmesso on line. Infatti nessuno più ascolta e risponde a tono, è come un continuo rubarsi la scena attraverso un monologo strillato più forte. Dopo un’ora di questo sproporzionato fracasso, la testa inizia a girarmi e devo rientrare nella camera con i tre schermi.

Giunto alla sera gli occhi si impastano e iniziano a spremere lacrime densissime. Mi alzo a fatica e in bagno mi lascio cadere nella congiuntiva una stilla o due di collirio, ma serve a ben poco. Prima di andare a letto la colatura delle parole e delle immagini mi scivola sulla gola e sul petto. Il distacco dagli schermi prevede un preciso rituale e non succede mai che io possa sbagliarmi e invertire le chiusure: prima col telecomando spengo il televisore, poi arresto il sistema del pc - eseguo l’arresto, mi risponde come un questurino -, infine passo allo smartphone che blocco e collego alla batteria per la rigenerazione notturna. A letto non dormo, ma sto per ore e ore a fissare il buio che buio non è mai.

 

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Articolo pubblicato il 24/05/2022