Nunzio Nasi/Giovanni Giolitti
Nunzio Nasi ritratto da Giacomo Balla

Vite Parallele (di Aldo A. Mola)

Il Grande ritorno di Nunzio Nasi e la ferocia di Giolitti

Ha sorriso per mesi sotto i baffi Nunzio Nasi, ritratto nei dipinti e nei busti esposti alla Mostra coordinata da Roberto Garufi, di concerto con Vincenzo Cerami e studiosi di classe (Angela Morabito, Daniela Scandariato...), nelle sontuose sale del Museo regionale di Trapani intitolato ad Agostino Pepoli. Ieratico e ironico, richiamato in vita da carte d’archivio, mobilio tratto dalla sua villa Lo Scoglio, uniforme di Ministro, un oceano di fotografie e dalle rigorose didascalie che accompagnarono i visitatori, Nasi ha visto sfilare cittadini, scolaresche e insegnanti saliti lungo il secentesco “Scalone magnifico” alla scoperta dell’uomo, del politico e dei suoi gusti di raffinato collezionista d’arte, per decenni al centro dell’attenzione europea.

Dal 1904 lo “scandalo Nasi” squassò per una decina d’anni l’agone della “politica” italiana: una goccia d’acqua nel mare delle guerre tribali tra parlamentari in lotta per il potere supremo. In questo dopoguerra, sommerso da decenni di polemiche e da antiche condanne, benché a lungo sia stato il deputato più votato della Trinacria, poco a poco Nasi scivolò nell’oblio. Eppure, a ragion veduta, fu la bandiera non solo della “sicilianità” ma della democrazia meridionale contrapposta al governo romano-centrico manovrato dal piemontese Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842-Cavour, 1928).

A detta del generale Arturo Cittadini, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, l’“uomo di Dronero” (come Giolitti venne detto dal suo collegio elettorale) somigliava all’imperatore romano Tiberio (27-37 d.Cr.): «aveva la sua grandiosa statura, il disprezzo degli uomini, la conoscenza dei loro vizi, la durezza del cuore, una certa onestà personale, il disdegno delle lodi palesi, la facoltà di governare da lontano (Tiberio lo fece da Capri, NdA), il rifuggire la folla. Ma la sua facoltà principale, come conduttore di uomini parlamentari, era sempre quella di sentirsi padrone. Era in questo aiutato dalla bassezza degli altri, che si sentivano servi. Uomo di passioni, ma in minima parte di passioni generose, inesorabile contro i nemici e fedelissimo con gli amici.»

Per comprendere la ferocia del conflitto tra Giolitti e Nasi occorre tracciare un breve profilo del politico siciliano. Nunzio Nasi (Trapani, 2 aprile 1850 - Erice, 17 settembre 1935), avvocato, docente di filosofia del diritto, consigliere comunale dal 1883, provinciale due anni dopo e deputato dal 1886, militò inizialmente su sponda radicale legalitaria sulle orme del conterraneo Francesco Crispi, capofila della Sinistra storica, presidente della Camera dei deputati, ministro dell’Interno con Agostino Depretis e presidente del Consiglio dal 1887 al 1891 e nuovamente dal 1893 al 1896, quando il negus Menelik sbaragliò presso Adua il corpo di spedizione italiano comandato da Oreste Baratieri.

Di otto anni più anziano, Giolitti, laureato in legge nel 1861, in servizio al ministero della Giustizia, “prestato” a quello delle Finanze quando titolare ne era Quintino Sella, segretario generale della Corte dei conti nel 1877, consigliere di Stato e deputato dal 1882, ministro del Tesoro con Crispi dal 1890, nel 1892 presidente del Consiglio in successione al palermitano Antonio di Rudinì (avversato da Nasi), l’anno dopo fu travolto dall’aggrovigliato “scandalo della Banca Romana”, vero e proprio verminaio di meschinità. Costretto alle dimissioni, isolato e schivato da tutti, al culmine delle polemiche Giolitti riparò prudentemente a Berlino nel timore di essere arrestato, con conseguenze “irreversibili” come era accaduto ad altri. Rientrò in Italia quando a suo carico venne spiccato un mandato di comparizione senza neppure capo d’imputazione. Così all’epoca funzionava la giustizia. Non per caso Giolitti propugnò la separazione della magistratura inquirente, non di rado succuba dei “politici”, e giudicante, di cui ancor oggi tanto e invano si discute.

 

Insieme per la riscossa liberaldemocratica

Contrario alla dura repressione dei fasci siciliani nel 1893-1894 attuata da  Crispi (che li riteneva sobillati dalla Francia), nel luglio 1899 con Giuseppe Zanardelli, il venerando Michele Coppino, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia Ernesto Nathan e lo stesso Giolitti, anche Nasi (già ministro di Poste e telegrafi nel primo governo Pelloux, dal giugno 1898 al  maggio 1899) partecipò alla riunione di cinquanta deputati di area liberaldemocratica decisi a difendere le prerogative del Parlamento contro il presidente del Consiglio, Luigi Pelloux.

Dopo il governo presieduto dall’ottantenne energico Giuseppe Saracco, Vittorio Emanuele III, asceso al trono all’assassinio del padre Umberto I, affidò la formazione del governo al bresciano Zanardelli con un programma di democrazia avanzata. Presidente mancato (secondo alcune voci), Nasi fu nominato ministro della Pubblica istruzione anziché dell’Interno, dicastero affidato a Giolitti. Il governo nacque all’insegna del rinnovamento liberaldemocratico: libertà di scioperi “economici”, mediati dai pubblici poteri a favore della parte più debole (braccianti e operai), ma  severo divieto di interruzione dei pubblici servizi, anche con la loro militarizzazione (ferrovie, poste, segretari comunali, docenti...).Tra i ministri più lungimiranti, il 3 agosto 1901 Leone Wollemborg (Padova, 1859-Camposampiero, Padova, 1932) propose in consiglio dei ministri un piano di innovative riforme fiscali. Non venne accettato. Politico nel senso alto e vero della parola (attento cioè a studiare e a risolvere problemi anziché a occupare poltrone), si dimise e tornò a dedicarsi al credito rurale, di cui era e rimase pioniere pugnace, in competizione con le banche cooperative, che riteneva (non a torto) volte al profitto e quindi simili a quelle ordinarie.

Uscito di scena Wollemborg, iniziò la guerra per la successione all’anziano Zanardelli. Essa divenne più incalzante quando il presidente ventilò l’introduzione del divorzio su proposta del deputato sardo Francesco Cocco Ortu (1842-1929). Ebbe l’assenso del re, ma gli ecclesiastici insorsero e in poche settimane raccolsero tre milioni di firme contrarie. Il 21 giugno 1903 Giolitti si dimise dall’Interno. Riteneva imprudente sfidare i cattolici nel timore che si organizzassero in partito, ma respingeva interferenze della Chiesa nella vita pubblica.

 

Un massone dalla Minerva alla condanna

Iniziato massone nel 1893 (lo stesso anno del catanese Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano: il miglior ministro degli Esteri a giudizio di Vittorio Emanuele III), venerabile della loggia “Roma” insediata nella capitale e presidente del Rito Simbolico Italiano, Nasi contava su una rete di consensi che andava molto oltre i confini nazionali, forte della fratellanza massonica, con speciali sponde in Francia, Spagna e nelle Americhe, zeppe di logge italofone nell’età della grande emigrazione.

Politico accorto, egli ebbe piena consapevolezza della centralità civile di quella carica. Non si sentiva affatto “ministro dei bidelli” (come di sé mi confidò un parlamentare democristiano assegnato contro le sue attese a Viale Trastevere). Era anzi strategico. Varò riforme di vasta risonanza a vantaggio dei maestri elementari, istituì i direttori didattici, mostrò simpatie per le organizzazioni studentesche, come la “Corda Fratres”, federazione universitaria internazionale d’impronta massonica, e le rivendicazioni patriottiche, molto vivaci nel 1903, quando si registrarono scontri all’Università di Innsbruck tra vetero asburgici e studenti che rivendicavano l’istituzione di una Università italofona al di qua delle Alpi. Nell’esercizio delle sue funzioni percorse instancabilmente l’Italia, anche per ispezioni e convegni di docenti e, come documentato dalla ricca Mostra al Museo Pepoli, promosse la propria immagine con tutti i mezzi atti a formare un’opinione.   

Ritratto dallo scultore Ettore Ximenes, autore del famoso “Garibaldi a cavallo” scoperto al Gianicolo il XX Settembre 1895, e dal pittore divisionista Giacomo Balla (Torino, 1871-Roma,1958), che lo immortalò alla scrivania di ministro e poi ritrasse Nathan, Nasi mirò a creare un vasto seguito di insegnanti, docenti, studiosi e “patrioti” destinati a divenire i “quadri” di un partito demo-popolare. Ebbe il plauso del “fratello” Giosue Carducci, maestro e vate della Nuova Italia. Profuse oratoria faconda e vigore giovanile, lontano dalla compassata austerità di “Palamidone”, uomo delle istituzioni. Mentre per Giolitti lo Stato era il volano per l’emancipazione dei derelitti, per Nasi la società stessa doveva ergersi a Stato.

Alla fine del 1903, in coincidenza con le dimissioni di Zanardelli e il ritorno di Giolitti alla presidenza del Consiglio, Nasi divenne bersaglio dell’accusa di malversazioni, propalate dal “Corriere della Sera” in responsorio con socialisti (Leonida Bissolati, lo stesso Filippo Turati) e radicali (Ettore Sacchi), preoccupati dalla competizione dei democratici di matrice risorgimentale, patriottica e autenticamente “laica”, alternativa alla lotta di classe, al materialismo strisciante e al rifiuto delle istituzioni che avevano guidato l’unificazione nazionale, monarchia sabauda alla testa. Travolto dalla violenta campagna scandalistica, il 22 marzo 1904 Nasi fu inchiodato dall’“inchiesta” condotta dal deputato conterraneo e suo antagonista Vincenzo Saporito. La Relazione elencò sprechi e insinuò scorrettezze: nulla di veramente clamoroso. Qualche rimborso spesa non abbastanza certificato o per missioni “politiche” spacciate per ministeriali. Come fosse oggi, la Relazione arrivò ai giornali prima che in Aula. A maggio il magistrato ottenne dalla Camera l’autorizzazione ad arrestare Nasi. Trasferitosi prudentemente a Parigi, dopo un iniziale comprensibile scoramento organizzò la difesa, orchestrata da suo figlio, Virgilio, ma cozzò contro l’ormai invincibile onnipotenza di Giolitti, il 20 settembre 1916 creato Cavaliere della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.

Nella sostanza l’addebito nei confronti di Nasi si ridusse a un “ammanco” (da accertare analiticamente) di 1.158 lire. Ma con la Relazione Saporito Giolitti non si sbarazzò solo di Nasi. Impallinò un altro possibile contendente, il conterraneo Tancredi Galimberti, deputato di Cuneo, già ministro di Poste e telegrafi nel governo Zanardelli, originariamente radicaleggiante, cognato di Carlo Schanzer, rampollo di un alto dignitario massonico. “Deplorato” per alcune irregolarità e sospettato di aver utilizzato fondi ministeriali addirittura per il viaggio di nozze, Galimberti s’incamminò dalla sponda anticlericale a quella dei cattolici moderati, sino al 1913 quando venne sconfitto alle elezioni dal trentunenne Marcello Soleri, nuovo “delfino” di Giolitti e futuro ministro della Guerra nel 1922 e del Tesoro nel 1944-1945. Finì fiancheggiatore del fascismo e senatore. Suo figlio, Olimpio Tancredi (“Duccio”), apprezzato da Ferrucci Parri, fu comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” in Piemonte e venne trucidato il 3 dicembre 1944 da scagnozzi dell’Ufficio investigativo repubblichino.

Nasi, invece, continuò a contare sulla compatta fedeltà dell’elettorato di Trapani e di larga parte della Sicilia. Eletto e rieletto, malgrado gli annullamenti pronunciati dalla Camera, supina al suo demiurgo, il 15 luglio 1907 fu condannato dal Senato costituito in Alta Corte di giustizia e presieduto dal giolittiano Tancredi Canonico. Arrestato, detenuto pochi giorni a Regina Coeli e assegnato ai domiciliari, fu ulteriormente condannato in Corte d’assise a 11 mesi e 20 giorni di detenzione e all’interdizione dai pubblici uffici per 4 anni. Ancora una volta dichiarato decaduto da deputato il 24 marzo, il 22 luglio 1908 tornò in nave da Napoli a Trapani, ove fu accolto da una folla strabocchevole che in lui vedeva il campione della democrazia meridionale.

Eletto nuovamente nel 1909 e nel 1913 Nasi ripeteva che “l’Italia incomincia da Trapani”. I suoi fedelissimi gli fecero dono della Villa detta Lo Scoglio, proprio dove mugghia l’incontro tra il Tirreno e il Canale di Sicilia. Lì lo statista si raccoglieva in meditazione. Parte della sua biblioteca è stata esposta alla Mostra del Museo di Palazzo Pepoli; parte è nella villa, dagli infissi cadenti e dalle iscrizioni votive illeggibili.  

Nel corso della Grande Guerra Nasi intervenne nella seduta della Camera in “comitato segreto” (giugno 1917). All’indomani del conflitto fu rieletto deputato. Mentre il settantenne Giolitti, annoiato dalle dispute parlamentari (come scriveva alla moglie Rosa Sobrero), lasciò Roma per il “vecchio Piemonte”, lo statista siciliano rimase sulla breccia contro l’introduzione del riparto proporzionale dei seggi sulla base dei voti ottenuti dai partiti, voluta dal siciliano don Sturzo e dai socialisti. Solo anni dopo Giolitti bollò la “maledetta proporzionale” quale causa del tramonto dell’intera dirigenza liberale, anzi dell’Italia nata dal Risorgimento. Con la consueta acuta prontezza, Nasi lo comprese prima di lui. Già fondatore dell’Unione Democratica, dopo l’avvento del governo di coalizione nazionale dal 31 ottobre 1922 presieduto da Mussolini con il giolittiano Teofilo di Montelera ministro dell’Industria (approvato alla Camera anche da Giolitti e al Senato da Luigi Einaudi), Nasi aderì alla Democrazia Sociale capitanata dal duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, massone, teosofo e bastione contro la fascistizzazione della Sicilia.

Post fata resurgit...   

Più affini di quanto sia stato colto da molti studiosi (pregevoli le opere di Salvatore Costanza, che ebbe a disposizione l’archivio di Nasi) i due statisti ebbero in comune la scelta politica fondamentale: nell’ora della sventura elessero a propri unici veri giudici i loro elettori, che li conoscevano intus et in cute, non si facevano imbeccare da quotidiani d’opinione corrivi a manovre scandalistiche (come il “Corriere della Sera”) e se ne fidavano. Vennero premiati con suffragi larghissimi e ripetuti. Nel 1924 il listino liberale giolittiano, alternativo al “listone” nazionale fascista nel quale figurarono anche Orlando e De Nicola, in Piemonte ottenne tre seggi. In Sicilia la Democrazia sociale resse molto meglio. Venne poi stroncata con la violenza, i brogli e l’azione congiunta del prefetto Cesare Mori, dei tribunali e dello squadrismo locale. Alla morte del padre, Virgilio Nasi ne pubblicò le Memorie, ormai introvabili e meritevoli di un’edizione critica.

L’altra affinità è evidenziata da una “storia” a due facce. Né Giolitti né Nasi pervennero a dar vita a un autentico Partito liberale italiano. Questo nacque nell’ottobre 1922, fuori tempo massimo e non li ebbe nelle loro file. Mentre il genero di Giolitti, Mario Chiaraviglio, massone di rito simbolico e già deputato, rinunciò alla carriera politica e si trasferì in Argentina, suo nipote Antonio raggiunse Giorgio Amendola nel Partito comunista italiano dominato da Palmiro Togliatti. Ne uscì solo molto dopo la repressione dell’insurrezione ungherese per mano dei carri armati mandati da Kruscev.

Virgilio Nasi fu eletto alla Costituente e alla prima legislatura repubblicana nel Fronte popolare socialcomunista nelle cui file confluirono anche ex militanti del Partito d’azione contrariati dalla deriva moderata ma al tempo stesso costretti a trangugiare l’inclusione dei Patti lateranensi nella Costituzione repubblicana per l’accordo tra democristiani e comunisti (contro i soli Concetto Marchese e Teresa Noce). Pur così diversi Nasi e Giolitti sono due volti di una storia politica meritevole di essere riproposta. Trapani ha fatto bene la sua parte con la Mostra al Museo Pepoli, con soddisfazione postuma di Nasi e della sua gente.

Aldo A. Mola      

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Articolo pubblicato il 29/05/2022