L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa: Il voto alle donne: Elettrici ed elette in seguito ai decreti luogotenenziali di Umberto II° di Savoia

Le prime deputate della storia d’Italia diedero un contributo significativo nella definizione della legge fondamentale dello Stato

Quest’anno per il 2 giugno, anniversario della nascita della Repubblica Italiana sono stati ripristinati i fasti militari, con la parata ai Fori Imperiali, ma senza il ricevimento al Quirinale. Rispetto al copione ante Covid, al Corteo sono stati ammessi i veri eroi della pandemia, ossia i medici e le infermiere.

 

Il 2 giugno 1946, per chi non lo ricorda e non ha potuto impararlo a scuola, gli italiani con almeno 21 anni di età furono chiamati alle urne per il referendum tra monarchia e repubblica e per l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente. Alla consultazione elettorale per la prima volta parteciparono anche le donne, come elettrici e alcune furono anche elette. Prima del 1945 in Italia erano stati fatti vari tentativi per concedere alle donne il diritto di voto.

 

Nel febbraio del 1860 Benedetto Cairoli aveva presentato un disegno di legge sull’allargamento del voto amministrativo al gentil sesso e, tra il 1863 e il 1876, più volte il Parlamento si era occupato del voto alle donne.

 

Nel 1880 fu Agostino Depretis a riproporre l’estensione del voto amministrativo ma anche quella volta l’iniziativa venne respinta. Nel 1881 si propose il voto di tutti i maggiorenni, uomini e donne. Di nuovo un nulla di fatto e lo stesso avvenne 7 anni dopo.

 

Col nuovo secolo Giovanni Giolitti istituì una commissione parlamentare ad hoc che, nonostante 3 anni di lavoro, dal 1907 al 1910, giunse alla conclusione di lasciare le cose come stavano “per ragioni di politica e di opportunità”.

 

Solo nel 1919 la Camera approvò (174 Si contro 55 No) l’accesso al voto dell’altro sesso, ma lo scioglimento dell’assemblea, prima dell’approvazione del Senato fece decadere il tutto.

Anche Mussolini, si occupò della questione. Nel 1924, infatti, il Ministro agli Interni Federzoni presentò un disegno di legge “sull’ammissione delle donne all’elettorato amministrativo” che riprendeva il precedente D.D.L. n. 2121 del 1923 decaduto per la fine della XXVI Legislatura.

 

La proposta di Federzoni riguardava le donne con almeno 25 anni, munite di licenza elementare, che pagavano tasse non inferiori a lire 100 annue, nonché le decorate al valor militare, le madri e vedove dei caduti in guerra.

 

Escluse dal voto rimanevano le prostitute mentre una ulteriore limitazione era previsa per le donne eleggibili. Queste ultime, infatti, non potevano candidarsi alle cariche di Sindaco, Assessore, né potevano ricevere altri importanti incarichi amministrativi. Approvata la legge e pubblicata nella G.U. del 9 dicembre 1925, non esplicò mai i suoi effetti perché le elezioni amministrative vennero abolite l’anno dopo, dalla normativa che introdusse la figura del Podestà.

 

Finalmente, il 31 gennaio 1945, dunque, il Consiglio dei Ministri, presieduto da De Gasperi, approvava lo schema di un decreto che ha riconosciuto finalmente alle donne il diritto di voto.

Il decreto si componeva di soli 4 articoli, ma ci fu una dimenticanza. In esso, infatti, non si faceva alcun accenno all’eleggibilità delle donne per la quale si dovrà attendere, a più di un anno di distanza, l’art. 7 del Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 (G.U. n. 60 del 12 marzo 1946).

 

Il diritto all’elettorato attivo e passivo delle donne, in Italia, contrariamente a quel che si ritiene, non è ascrivibile alle repubblica. Furono infatti due decreti luogotenenziali firmati da Umberto II di Savoia a garantire i diritti politici alle donne.

 

L’estensione del diritto di voto  era stata decisa nella riunione tenutasi a Roma il 25 ottobre 1944 e indetta dall’UDI. Vi parteciparono anche le rappresentanti del Comitato Femminile DC, del Gruppo Femminile del Partito Repubblicano, dei Centri Femminili dei Partiti Comunista, Socialista, d’Azione, Liberale, Sinistra Cristiana, Democrazia del lavoro e dell’Associazione “Pro Suffragio” della Federazione Italiana Laureate e Diplomate (FILDIS).

 

In quell’occasione venne costituito il “Comitato Pro Voto” per “ottenere il riconoscimento del diritto della donna a occupare posti di responsabilità nelle Amministrazioni Pubbliche” e per “svolgere una vasta opera di propaganda e suscitare una larga corrente di appoggio per l’estensione del diritto di voto ed eleggibilità alla donna”, con l’impegno a formare analoghi comitati nelle province dell’Italia liberata.

 

Fu, dunque, nella primavera del 1946 che le italiane votarono per la prima volta nelle consultazioni amministrative parziali per i consigli comunali e provinciali, ma fu il 2 giugno sempre del 1946 che la partecipazione delle donne al voto assunse il significato di un evento storico, anche se, è inutile negarlo, furono pochissime le donne candidate.

 

Se, infatti, concentriamo l’attenzione sui tre partiti che riscossero maggiori consensi (DC, PSIUP e PCI) essi presentarono complessivamente solo 110 donne, pari al 6,5% dei candidati. La percentuale cala ancora di più se si guarda a coloro che vennero elette perché esse rappresentarono il 4,6% di tutti gli eletti dei tre partiti.

Una piccola pattuglia di 21 donne  entrò, dunque, nell’Assemblea Costituente.

 

Esse erano 9 comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi).

 

9 democristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio),

2 socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin),

1 dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi).

 

Nonostante il numero, piuttosto esiguo, le prime deputate della storia d’Italia diedero un contributo significativo nella definizione della legge fondamentale dello Stato, specialmente le quattro che presero parte ai lavori della “Commissione dei 75” e cioè la socialista Angiolina Merlin, la democristiana Maria Federici, le comuniste Nilde Iotti e Teresa Noce.

Il loro apporto alla nascita della Costituzione non fu ispirato da uno sterile “rivendicazionismo di genere”, come oggi si sente spesso vociare, ma dalla consapevolezza che lo sviluppo della società dovesse passare inesorabilmente per l’allargamento dei diritti di cittadinanza alla popolazione femminile, per la costruzione di una vera democrazia compiuta nel nostro Paese.

 

Cosa direbbero oggi queste donne che già sotto il fascismo, a titolo diverso erano impegnate, nella tutela delle prerogative femminili ed alcune  combattendo per il ritorno della democrazia reale e a difesa di diritti dei cittadini?

 

“Perché l’Italia, fondata sul lavoro come vorrebbe il nostro articolo 1, vive una crisi profonda e questa in larga parte è da impuntarsi solo e soltanto al malgoverno che da troppi anni la affligge; perché il tessuto sociale è pericolosamente spaccato e non c’è un solo tema in cui l’Italia possa dirsi unita; perché i nostri giovani vivono un deficit dell’istruzione che pagheremo per le prossime generazioni (essendo peraltro la nostra attuale società già pesantemente gravata dal fardello dell’analfabetismo funzionale), ma ancora di più perché da oltre due anni c’è stata una pericolosa sospensione delle libertà fondamentali a tutto danno di quelle libertà per le quali i Padri fondatori si sono a lungo battuti”.

 

Si pone questi interrogativi e  in parte risponde al quesito precedente, Lorenza Morello, giurista d’Impresa.

 

I governi che si sono succeduti avranno certamente le loro responsabilità, ma non possiamo dimenticare che le Costituenti e le rappresentanze parlamentari femminili nella  prima repubblica, venivano elette dalla libera scelta dell’elettore. La loro tenacia e la volontà di unità d’azione sui temi dei diritti, ed a tutela del cittadino, dimostrata in tante battaglie parlamentari, non è paragonabile a quel che succede oggi, quando candidati e candidate  sono scelti dai padroni dei partiti, sono tenuti alla tacita obbedienza, e non dai leader  di quel tempo che promuovevano l’acceso alle liste elettorali di donne e uomini di provata coerenza e competenza, non di pedine radiocomandate.

 

La differenza è abissale e si riscontra ogni giorno! Per carità di patria non elenchiamo nomi  e cognomi, ma è sufficiente ascoltare i dibattiti televisivi con la partecipazione parlamentare per rendersene conto del livello.

 

Ormai gli ideali e gli impegni indispensabili per guardare al futuro, sono sostituiti da meri calcoli elettorali, per apparire, lanciare unicamente slogan. che avviliscono gli elettori e segnano ancor più il degrado di questi politicanti d’infimo ordine, ridotti a corpi estranei in un mondo che cambia rapidamente.

 

Francesco Rossa - Condirettore Responsabile e Direttore Editoriale

 

 

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Articolo pubblicato il 05/06/2022