Il cuore oltre la breccia

Giulio Lavizzari a Porta Pia (di Alessandro Mella)

Per tutto il Risorgimento Roma e Venezia erano state un sogno, un mito assoluto, le città irredente da liberare per completare, almeno in una prima fase, l’unificazione nazionale.

In particolare, il fatto che Roma dovesse diventare la capitale dell’Italia una parve l’unica cosa capace di trovare concordi Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini.

Ovviamente i quattro non concordavano, tuttavia, sul come e sul quando con Garibaldi che avrebbe voluto avanzare verso la città eterna già dopo la vittoria del Volturno. E con Camillo Cavour impegnato a rallentarne il passo onde evitare che Napoleone III, protettore della Santa Sede, intervenisse a difesa di Pio IX.

Tuttavia, che la celeberrima città fosse destinata, al momento opportuno, a ricongiungersi con la sua patria fu dichiarato esplicitamente dallo stesso Cavour:

La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno Italico. (1)

Attorno a questo sogno si erano radicate molte aspettative, molte illusioni e disillusioni, molti sogni perduti al punto che Garibaldi decise, due volte ugualmente stroncate, di tentare di raggiungere la futura capitale con un paio di tentativi infruttuosi prima nel 1862 e poi nel 1867.

Il momento propizio parve avvicinarsi nell’estate del 1870 quando Napoleone III entrò in guerra con la Prussia avviando una campagna militare difficile e pericolosa che portò la Francia a cercare appoggi anche a Firenze fino a ritirare le proprie truppe da Civitavecchia e Viterbo.

La pesante sconfitta subita a Sedan, evento che condusse al crollo definitivo del Secondo Impero, ed il ritiro del contingente gallico posto a difesa dello Stato Pontificio, liberarono all’Italia la strada per la sua capitale.

I fatti sono noti, la mattina del 20 settembre le truppe italiane guidate dal generale Raffaele Cadorna presero l’iniziativa. L’artiglieria aprì un varco nelle mura romane presso la celebre Porta Pia e da lì le forze armate sabaude entrarono nella città papalina:

Dispacci Telegrafici (Agenzia Stefani). Villa Albani, presso Roma, 20. Questa mattina alle ore 5 30 le nostre truppe, rispondendo al fuoco delle truppe pontificie, sfondarono la cinta delle mura di Roma presso Porta Pia. Alle ore 10 entrarono in città. I pontificii inalberarono bandiera bianca su tutte le batterie cessando il fuoco per ordine del Papa. Fu spedito un parlamentario al Quartier Generale. (2)

Se l’iconografia risorgimentale ci ha trasmesso l’immagine dei bersaglieri che, al suono festoso delle loro marce, entravano in Roma dal celebre “ingresso”, è pur vero che il primo soldato italiano ad affacciarsi da quel passaggio fu un luogotenente, aiutante maggiore, di fanteria.

Giulio Lavizzari, valtellinese, era nato nel 1839 sotto il giogo dell’Impero Austroungarico ma si era poi arruolato, molto giovane, nell’Armata Sarda combattendo anche nella campagna del 1859 per la liberazione della sua Lombardia.

Il 20 settembre 1870, ufficiale del 41° reggimento di fanteria, si lanciò attraverso la breccia guadagnandosi una medaglia d’argento al valore militare.

La motivazione fu così indicata:

Per coraggio, attività ed arditezza, dimostrate nell’attacco della città eterna.  Primo sulla breccia di Porta Pia, fronteggiò da solo arditamente gli ultimi difensori lottando corpo a corpo. (3)

Dopo i celebri fatti di Porta Pia, la proclamazione di Roma Capitale, il nostro Lavizzari passò al 59° reggimento come capitano e fu successivamente elevato a commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia. (4) Qualche tempo dopo ebbe anche le insegne di cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e proseguì la sua carriera fino al grado di colonnello. (5) Andato in congedo si ritirò a Berbenno in Valtellina ove a lungo esercitò il ruolo di sindaco, dal 1899, del felice paesello e dove fu ispettore provinciale del tiro a segno di Sondrio.

Nel suo paesino lombardo, memore di una vita avventurosa, egli visse gli ultimi anni stimato e venerato come spettava, del resto, ad un testimone vivente di grandi momenti della storia nazionale. Esempio per quei giovani che al tempo assistevano ai festeggiamenti del “XX settembre” un tempo tanto orgogliosamente sentiti.

Alessandro Mella

NOTE

1) Camillo Benso dei marchesi di Cavour, discorso al Parlamento del Regno di Sardegna, Torino, 11 ottobre 1860.

2) La Sentinella delle Alpi, 220, Anno XX, 22 settembre 1870, p. 1.

3) La Domenica del Corriere, 24, Anno XIII, 11-18 giugno 1911, p. 7.

4) Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 24, 30 gennaio 1911, p. 453.

5) La nomina a cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro è riportata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 78, 2 aprile 1896, p. 1666. La promozione a colonnello risulta invece nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 85, 12 aprile 1898, p. 1318.

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Articolo pubblicato il 13/06/2022