La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Morte misteriosa in via San Donato 29

Per descrivere il caseggiato di via San Donato 29, location di questo misterioso caso di cronaca nera torinese, sono opportuni i versi della canzone di Gipo Farassino Ël 6 ëd via Coni: «… a l’é na ca veja | che gnanca na vòlta a l’era nen bela». Questo edificio è adiacente all’Istituto delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio e al Museo Francesco Faà di Bruno, al civico 31, di ben maggiore dignità, anche per le lapidi commemorative.

Al 29, invece, troviamo un caseggiato di quattro piani fuori terra, con la facciata male in arnese e due negozi con vetrine di qualche pretesa che paiono appoggiate lì per caso. Se questo è l’aspetto attuale, figuriamoci quale poteva essere nel 1951, al tempo della nostra storia.

Verso le 10:00 di venerdì 9 febbraio 1951, il portinaio della casa, Pietro Riva, esce dal suo sgabuzzino e si dirige al primo piano. È preoccupato perché da qualche giorno non ha più visto un inquilino, Cesare Cantimori, e deve incassarne l’affitto.

Il portinaio raggiunge l’alloggio, bussa alla porta e attende. Dall’interno nessuna risposta. Riva aspetta qualche secondo, bussa di nuovo. Silenzio assoluto. Insospettito, entra in casa con una certa facilità: la stanzetta è illuminata dalla luce del giorno che batte su un corpo steso al suolo. Riva arretra: l’uomo è morto, ormai irrigidito. Veste un paio di pantaloni scuri, una camicia a grossi scacchi, un pullover. Giace supino, gli occhi spalancati, le mani, contratte, appaiono macchiate di sangue raggrumato, come se, prima di morire, le avesse portate alla nuca, che presenta profonde ferite. I capelli sono intrisi di sangue e una larga chiazza ematica, coagulata, si allarga sul pavimento attorno al capo.

Il portinaio avverte il Commissariato San Donato che a sua volta allerta la Questura. Poco prima delle undici giungono sul posto funzionari e agenti della Squadra Mobile.

Le prime indagini accertano che l’uomo trovato cadavere è Cesare Cantimori, nato a Russi di Ravenna nel 1889. Fino ad un anno e mezzo addietro è stato dipendente delle ditte RIV e Westinghouse, nell’estate del 1949 è andato in pensione: riceveva la modesta somma di 2.700 Lire mensili dalla Previdenza sociale. Per tirare avanti, sbrigava piccole commissioni e svolgeva qualche lavoretto di meccanica presso laboratori delle vicinanze.

Dopo il pensionamento, Cantimori ha sposato Caterina Mattia vedova Mina, ma l’unione non è durata a lungo: l’anno precedente, la donna ha dato segni di squilibrio mentale ed è stata ricoverata in una casa di cura. I suoi disturbi psichici paiono scaturire da una incompatibilità di carattere col marito: Cantimori è di fatto separato dalla moglie ricoverata in clinica, alla quale non fa mai visita, ma è rimasto profondamente addolorato per questo abbandono. Non intrattiene buone relazioni con il figlio che la moglie ha avuto dal primo matrimonio, Battista Mina, di 29 anni, sposato, che abita poco distante, sempre nella via San Donato.

Cantimori è così tornato a vivere da solo, nella camera squallida e disadorna con pochi mobili meschini: una stufa, un lettino, un tavolo sconnesso, una sedia, un mucchio di ovuli di carbone in un angolo. Si alzava tardi e a mezzogiorno andava in una vicina trattoria, dove mangiava un piatto di minestra e ordinava mezzo litro di vino: s’era comperato in precedenza il pane e il suo pranzo era sempre quello. Qualche testimone parla di pasti regolati consumati a mezzogiorno in trattoria e alla sera in casa. Qualcuno non esita a descriverlo come soggetto a periodiche ubriacature serali.  

La caratteristica di questa vicenda è proprio la sfaccettatura delle varie testimonianze che propongono visioni sempre differenti della stessa realtà. Viene l’idea di scomodare Rashomon, il film classico della cinematografia che il regista Akira Kurosawa ha proposto nell’anno precedente. Anche nel caso di Cantimori le versioni dei testimoni si succedono e forniscono ciascuna una descrizione un po’ diversa della vittima.

Questa una prima ricostruzione dei suoi ultimi momenti di vita: una coinquilina lo ha visto giovedì 8 febbraio alle 14:00 sotto il portone, apparentemente normale. Alle 22:00 dello stesso giorno, un’altra inquilina, abitante nell’alloggio soprastante a quello di Cantimori, lo ha sentito muoversi come sempre: probabilmente si preparava ad andare a letto. Poi più nulla fino alla macabra scoperta di venerdì mattina.

Mentre iniziano le indagini, il medico municipale dichiara che la morte risale alla sera precedente, tra le 22:00 e le 24:00. Terminate le constatazioni di legge, il cadavere è trasportato all’Istituto di Medicina legale per l’autopsia. Il fattaccio desta forte impressione nel borgo e, come succede al tempo, si raccoglie una piccola folla davanti allo stabile al civico 29.

Gli inquirenti, sullo sconnesso tavolo, a circa due metri dal cadavere, trovano un martello e un punteruolo spezzato, entrambi macchiati di sangue. Nell’idea che siano gli strumenti impiegati dall’assassino, gli esperti della Scientifica li esaminano minuziosamente, per rintracciare impronte digitali. Si attendono i risultati.

Perché il sessantaduenne pensionato è stato ucciso con feroci martellate alla nuca? Gli inquirenti considerano il rapporto del morto con i parenti: riceveva visite saltuarie del fratello, dipendente delle ferrovie, e col figlio della moglie intratteneva scarse relazioni.

È difficile pensare a un’aggressione scaturita da un rancore covato da tempo. Cantimori non aveva nemici, visto che non si occupava di politica, non era un attaccabrighe né un beone. L’ipotesi di una rapina sembra aver maggior credito in Questura.

Cantimori sei o sette mesi prima ha ricevuto una liquidazione di 230.000 Lire, pagabili in undici rate di poco meno di 22.000 Lire. La somma non è stata rinvenuta nella camera, malgrado diligenti ricerche. Nel portafogli del cadavere c’erano alcuni documenti e pochi spiccioli, non più di 100 o 150 Lire. L’ipotesi della rapina potrebbe trovare conferma perché Cantimori, per timore dei ladri, era solito portare sempre con sé le rate della liquidazione. C’è una precisa testimonianza: circa due mesi or sono è entrato verso l’una di notte in un caffè di via Saccarelli. Sorseggiava una bibita e al momento di pagare frugava nel portafogli, alla ricerca di moneta spicciola: così il barista vi poteva scorgere numerosi biglietti da 10.000 e 5.000 Lire.

Ma anche questa pista si rivela poco percorribile.

La Squadra Mobile convoca subito il figliastro Battista, in disaccordo col patrigno, e sua moglie. L’uomo è a lungo trattenuto in Questura. Qui sono interrogate venti persone.

Si parla di un coetaneo di Cantimori, che aveva stretto con lui una certa amicizia, che quindici giorni addietro aveva trascorso una notte nell’abitazione del morto, sarebbe di Casale ed avrebbe abitato per qualche tempo in via San Donato 32, ma a questo indirizzo non risulta conosciuto. È trattenuto per accertamenti un calzolaio, vicino di casa e conoscente di Cantimori.

Nelle prime ore della mattina del 10 febbraio altre tre persone sono accompagnate in Questura: due commercianti di verdura della zona, padre e figlio e il loro giovane garzone che abitualmente dorme in uno scantinato di via San Donato 29. Il padre è rilasciato quasi subito; gli altri sono pregati di restare a disposizione. Viene perquisita la cantina di via San Donato 29.

Le indagini si presentano difficili. Non ci sono indizi, non ci sono orme, nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno sospetta. Dagli interrogatori emerge soltanto che Cantimori era taciturno, misantropo, chiuso.  

L’indecifrabile quadro investigativo viene sconvolto dai risultati dell’autopsia, già parzialmente annunciati dai giornali nel pomeriggio del 10 febbraio e ufficializzati dal magistrato inquirente il giorno seguente: si tratta di uno stranissimo suicidio.

Ecco come l’autorità giudiziaria ha ricostruito la vicenda sulla scorta degli elementi forniti dal medico legale.

Il sessantaduenne Cantimori, stanco della sua vita misera e travagliata, la sera di giovedì ha deciso di uccidersi. Col martello si è inferto un primo colpo all’apice del cranio. Ha continuato poi a colpirsi con altre cinque martellate, quasi tutte nello stesso punto. La volta cranica non è stata sfondata, le contusioni convergono nel medesimo punto, cinque lesioni risultano di lieve entità e una sola più grave. È però iniziato il deflusso di sangue dai capillari e un’emorragia rilevante dal naso. Cantimori ha posato il martello insanguinato sul tavolo e si è trascinato per la stanza con passi barcollanti. L’inquilino della camera accanto ha udito il rumore, ma ha creduto che il vecchio fosse rientrato in casa brillo, come già capitato. Cantimori non ha perso subito le forze e si è aggirato faticosamente per la stanza. Dall’esame di un armadietto rimasto aperto, si è stabilito che ha cercato di afferrare il rasoio per affrettare la morte. La sua lenta agonia è continuata per circa un’ora. Si è accasciato sul pavimento con la testa rovesciata all’indietro. Le sue infelici condizioni fisiche e l’età avanzata avrebbero accelerato il decesso per dissanguamento. La posizione supina ha determinato la coagulazione del sangue sulla nuca, così gli inquirenti hanno inizialmente ritenuto che si trattasse di omicidio perché la vittima non avrebbe potuto colpirsi in questo punto.

La Scientifica ha riscontrato che le sue impronte digitali sul manico del martello. La Mobile ha interrogato diverse persone che poco prima della morte hanno appreso dal pensionato la sua intenzione di suicidarsi. L’assoluta mancanza di un movente per il delitto rende ancor più accettabile la versione del suicidio, certo attuato in modo strano, ma la letteratura scientifica in campo medico-legale registra episodi che potrebbero apparire incredibili.

La perizia necroscopica, anche se supportata dalla Scientifica e da testimonianze, non mette la parola fine alle indagini sul misterioso episodio che ha provocato tanti commenti nel Borgo San Donato. La Procura della Repubblica incarica la Squadra Mobile di stabilire, con esattezza e minuto per minuto, quali azioni abbia compiuto Cantimori nel suo ultimo giorno di vita. Anche i funzionari di Polizia intendono chiarire il motivo dello strano suicidio.  

Vengono di nuovo interrogate numerose persone che ultimamente hanno avuto contatti con il vecchio pensionato. Emerge che di recente si era acutizzata la sofferenza di Cantimori per l’abbandono della moglie. Domandava ai vicini se un giorno la donna sarebbe tornata da lui e in quegli istanti sembrava in preda alla follia. Negli ultimi giorni, ai vicini e a numerosi amici aveva detto - guardandoli con occhi allucinati - che voleva farla finita con un’esistenza senza senso. Si sapeva che viveva in estrema povertà tanto da dover vendere tutti gli oggetti con un minimo di valore.

Sono indicazioni che inducono ad accettare la tesi del suicidio, attuato in modo tanto strano da mettere in imbarazzo anche i più esperti e accorti investigatori.

Così la vicenda viene definitivamente e ufficialmente conclusa alla metà del mese di febbraio.

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Articolo pubblicato il 17/06/2022