Il messaggero di Garibaldi

Michele Piazza giovane eroe garibaldino (Di Alessandro Mella)

La Sicilia insorgeva contro il giogo borbonico ed a Genova, a Villa Spinola, Garibaldi attendeva notizie chiare per capire cosa fosse più opportuno fare. Erano in molti a pregarlo di scendere verso l’isola in preda ai moti ma molti erano anche i timori che albergavano nei cuori di tutti. Le stesse notizie che si susseguivano parevano contraddittorie e non si capiva fino a che punto l’esercito di Francesco II si fosse spinto per soffocare la rivolta.

Sta di fatto che ad un tratto il condottiero nizzardo decise di rompere gli indugi e partire per tentare di andare a soccorrere i patrioti siciliani in lotta:

Nella notte dal venerdì al sabato il generale Garibaldi, dopo avere data la demissione da aiutante di campo del re, è partito (…) per la Sicilia, sopra vapori mercantili. Sono con lui, fra gli altri, Nino Bixio ed il deputato Sirtori. (1)

Attorno a lui si erano radunati un manipolo di volontari di ogni origine e classe sociale e non mancavano gli esuli siciliani desiderosi di tornare a casa da liberatori. Con le prudenze del caso, il Re era assolutamente favorevole all’iniziativa ma la stessa era fermamente osteggiata da Cavour, i combattenti garibaldini presero dunque la via del mare, verso sud:

Sabato a notte, buon numero di questi uomini, armata mano, sorprendevano due battelli della compagnia Rubattino, li traevano fuori del porto di Genova, e quivi li caricavano d’armi, di munizioni e d’altra gente che stavano attendendo su barconi. Dicesi che il General Garibaldi fosse munito di passaporto estero ed inalberasse una bandiera che non è quella sarda. E ciò deve averlo fatto per precauzione, perocché non poteva ignorare che, per imperiose esigenze, il Governo del Re aveva dato ordine alle navi della Marineria militare di opporsi alla spedizione quando fosse fatta sotto la nostra bandiera. (…). Gli uomini imbarcatisi con Garibaldi sommavano ad oltre 1300, ben muniti d’armi. Fra essi erano oltre a 150 giovani accorsi volontari dalla Lombardia. Altri legni provenienti da Livorno e da Piombino dovevansi unire a Garibaldi (…). (2)

Nel giro di pochi giorni, sbarcati a Marsala, i soldati giunti con il prode generale sconfissero i borbonici a Calatafimi proseguendo l’avanzata fino a Milazzo dopo aver preso Palermo che li aspettava trepidante. La campagna militare sollevava, infatti, fior di entusiasmi e moltissimi siciliani presero ad unirsi alle camicie rosse andando ad ingrossare le fila dell’armata in marcia. E tra questi volontari, vero nucleo portante dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, furono innumerevoli i giovanissimi.

Vale la pena ricordare brevemente la vicenda di uno di loro, un adolescente.

Michele Piazza era nato nel 1847 ed a soli tredici anni già frequentava i movimenti carbonari e rivoluzionari di Palermo.

In particolare, il giovanotto si era unito ad un gruppo di nobili cospiratori che avevano finito per nutrire molta fiducia in quel ragazzo vivace e svelto.

Vi erano tra loro il duca di Serradifalco, il duca Della Verdura, il cavaliere Audisi, il marchese Ratoni, il principe di San Lorenzo, il principe Romualdo Trigona di Sant’Elia, il principe Domenico Sant’Elia, il principe Sanmarco, il conte Mancuso, l’avvocato Pirrone, il conte Tasca, il barone Scimonelli ed il cavaliere Ernesto di Trabia. (3)

Il manipolo di ribelli blasonati decise di affidare a Michele un messaggio da portare a Garibaldi del cui sbarco s’era ormai avuta notizia. Il ragazzo partì spedito e raggiunse il campo dei garibaldini fino a recare personalmente il biglietto al generale che l’accolse festosamente e gli affidò la risposta. Rientrato e consegnato il prezioso messaggio egli continuò a mandare segnali all’armata liberatrice accampata a Belmonte Mezzagno.

Tutto questo seguitando a fare da corriere per Garibaldi e quando una pattuglia borbonica lo intercettò il Piazza riuscì a nascondere, alla perfezione, una lettera dell’eroe nizzardo. Egli l’aveva abilmente occultata nelle scarpe.

Ma il ruolo di messaggero, a quel giovane entusiasta, non bastava e trovato un fucile si unì alle camicie rosse in marcia su Palermo partecipando agli scontri di Porta Termini e venendo colpito dalle palle di moschetto del nemico. Una gragnuola di piombo lo prese in pieno nel petto lasciandolo per due giorni inerme e senza sensi all’Ospedale Civile dove i medici disperavano di salvarlo ed i commilitoni temevano di perderlo. Invece, tempra ardita e siciliana, italiana e garibaldina, Michele Piazza si riprese.

La notizia del suo inatteso miglioramento commosse l’intera armata e Garibaldi si recò a far visita a quel suo eroico portaordini che tante lezioni di coraggio aveva già dato anche ai più grandi di lui.

Fiero ed orgoglioso del suo passato militare e risorgimentale Michele Piazza tornò poi alla vita civile finché, nel 1931, il governo gli concesse l’assegno annuo previsto per i reduci della campagna del 1860 volendogli manifestare la “riconoscenza per le benemerenze acquisite”.

Egli tornò ancora all’attenzione dei giornali nel 1934, alla veneranda età di ottantasette anni magnificamente portati, per poi spegnersi qualche tempo nella sua amata Palermo.

La vicenda di Michele Piazza merita memoria e ricordo perché racconta del coraggio dei giovanissimi e di come questi sappiano, se la storia bussa alla loro porta, mettersi in gioco per le giuste cause e per la libertà.

 

NOTE

1) La Sentinella delle Alpi, 111, Anno X, 10 maggio 1860, p. 2.

2) L’Eco delle Alpi Cozie, 38, Anno VII, 12 maggio 1860, p. 1.

3) Domenica del Corriere, 30, Anno XXXVI, 29 luglio 1934, p. 6.

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Articolo pubblicato il 20/06/2022