D'Annunzio massone?

Iniziato a se stesso (di Aldo A. Mola)

Tra le molte leggende su Gabriele d'Annunzio (politico, stratega, occultista, profeta...) perdura quella della sua affiliazione alla Massoneria. Ne ha scritto Raffaella Canovi in L'Iniziato. D'Annunzio e la Massoneria (ed. Ianieri). Quali novità propone?

 

Candidato della Bellezza...

Dopo aver documentato in un corposo saggio del 2019 l'incolmabile distanza tra d'Annunzio e il fascismo, in un nuovo robusto libro Raffaella Canovi spazza via la litania di avocazioni di Gabriele d'Annunzio alla politica, alla condotta d'armi e infine alla massoneria. Gabriele (Ariel) fu se stesso: divertito e divertente con chi lo divertiva. Scostante per tutti gli altri. Spesso anche con sé, benché incline all'autocontemplazione. Cent'anni dopo l'“impresa” che nel settembre del 1919 lo pose al centro dell'attenzione internazionale vanno fatti i conti tra il Principe di Monte Nevoso e la storia.

Una prima considerazione s'impone. D'Annunzio influì sulla vita politica. Ma fu un “politico”? Canovi richiama all'attenzione la gracilità propositiva della sua discesa in campo nel 1897, “candidato della Bellezza” in contrapposizione al radicaleggiante e poi socialisteggiante Carlo Altobelli (San Vito Chietino, 1857-Napoli, 1917) nelle elezioni suppletive di Ortona a Mare, uno dei collegi elettorali “a noleggio” degli Abruzzi. D'Annunzio accettò la candidatura, sorretto da fautori decisi a farsene bandiera per moralizzare la lotta politica. Prevalso su Altobelli, il futuro Vate fu convalidato a fine dicembre e prestò giuramento il 28 aprile 1898. Secondo Filippo Tommaso Marinetti trasformò la fama letteraria in influenza politica, la celebrità in potere parlamentare.

Il successo, però, gli arrise per motivi non propriamente “politici”. La maggior parte dei notabili locali era orgogliosa di poter essere rappresentata a Roma da chi anni prima aveva, sì, stigmatizzato la Bestia elettorale e non mancava occasione per esprimere disprezzo per le aule parlamentari, ma contava su una fitta rete di contatti coltivati in “salotti” influenti. Le attese in lui riposte non vennero affatto ripagate. Solo il 24 marzo 1900 l'“Eletto” intervenne alla Camera per annunciare teatralmente il suo passaggio dall'estrema destra (che non sapeva di averlo nelle sue file) alla sinistra: “uomo d'intelletto” che andava “verso la vita”. Successivamente gli elettori di Ortona a Mare ripiegarono sull'avellinese Francesco Tedesco (1853-1821), già deputato da due legislature per il collegio di Mirabella Eclano, poi giolittiano: quanto di meno dannunziano si potesse immaginare nel primo Novecento.

A stupire non sono solo i funambolismi di un esteta “a-politico” ancor più che antiparlamentare ma gli inni e canti che gli vennero tributati dai socialisti quando il futuro Vate nelle elezioni politiche del 3 giugno 1900 si candidò a Firenze contro Tommaso Cambray-Digny, da lui irriso per il “duplice nome francioso” ma nettamente vincitore alle urne. Non furono solo i socialisti a scommettere sul poeta vagante. Lo fece anche Ettore Ferrari, repubblicano, alto dignitario del Grande Oriente d'Italia: scultore accademico, ignaro di politica.

 

...Oracolo conteso tra le Massonerie d'Italia

Quei precedenti aiutano a cogliere le molte novità documentate da Canovi sullo sconcertante tiro alla fune tra le maggiori comunità massoniche nazionali (il Grande Oriente d'Italia, GOI, e la Gran Loggia d'Italia, GLI), che nel 1919-1922 gareggiarono per avere o almeno vantare d'Annunzio tra i propri affiliati.

A rinviare le attenzioni sin dal 1900 riservategli da Ettore Ferrari il Poeta provvide con il suo volontario allontanamento dall'Italia. Poco prima di quella decisione e negli anni immediatamente seguenti, la “questione massonica” esplose al centro della vita politica italiana per intricate vicende parlamentari e culturali: la mozione presentata da Leonida Bissolati per vietare l'insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare pubblica (febbraio 1908: con esito catastrofico per i suoi promotori); il processo massonico voluto da Ferrari a carico dei deputati massoni che non l'avevano sorretta; la lacerazione del Supremo consiglio del Rito scozzese antico e accettato in due tronconi contrapposti in Italia e all'estero; la fondazione della Gran Loggia d'Italia; la dichiarazione di incompatibilità tra iscrizione al Partito socialista italiano e militanza massonica (culminata con l'espulsione dei massoni dal partito, voluta da Benito Mussolini e approvata a larghissima maggioranza nel congresso di Ancona, il 26 aprile 1914); la drastica liquidazione della “cultura massonica” (ottima per “commercianti, maestri elementari, mediconzoli...”) da parte di Benedetto Croce e la mortificante esclusione del GOI dalle feste nel Cinquantenario del regno (marzo-ottobre 1911). Il tardivo plauso all'impresa di Tripoli, le interpellanze in Parlamento sulle interferenze dei gradi massonici con quelli militari e l'inchiesta sulla massoneria avviata dall'“Idea Nazionale”, dagli esiti molto più devastanti rispetto alle lunghe polemiche dei clericali e dei libelli antimassonici di Léo Taxil e Domenico Margiotta, inaridirono il possibile terreno di reciproca ricerca fra i litigiosi vertici massonici e il Vate.

Nel primo Novecento e ancor più negli anni del suo “soggiorno” in Francia d'Annunzio svettò in cima alla vita letteraria italiana perché la Grande Visitatrice falciò Giosue Carducci e Giovanni Pascoli. La “triade” si ridusse a un puntino in cielo straniero.

Con quale legna tenere accesa la fiaccola (con o senza moggio, come scrisse l'irridente Guido da Verona) della Terza Italia e rivendicarne politica estera e militare? Mentre potenziava la flotta con le corazze prodotte a Terni (vulnerabili, come poi accertato da apposite inchieste: decenni addietro ne scrisse Fabio Andriola) non si poteva certo puntare sul crepuscolare Sergio Corazzini o sul mite Guido Gozzano. Non rimaneva che Gabriele d'Annunzio, ovunque fosse, quali fossero i suoi trascorsi e le sue difficoltà a tenere a bada i creditori, spintisi a pignorarne la “Capponcina”. Il Vate parve l'unica “risorsa” nazionale, soccorsa da Luigi Albertini che ne compensava lautamente le “Canzoni” per il “Corriere della Sera”.

A d'Annunzio venne conferito ruolo non solo metapolitico ma oracolare all'indomani dell'arrangement di Londra con il quale il 26 aprile 1915 il governo aderì alla Triplice Intesa anglo-franco-russa senza conoscerne i patti fondativi. Il presidente del Consiglio dei ministri Antonio Salandra, il ministro degli Esteri Sidney Costantino Sonnino, i loro conniventi e l'ala più fervorosa dell'interventismo ricorsero a una personalità estranea al Parlamento per sferrare l'offensiva finale contro i fautori della neutralità condizionata ed escludere dal gioco Giovanni Giolitti, capo riconosciuto della maggioranza costituzionale. Con prudenti omissis ne scrisse Ettore Cozzani che si recò a Parigi per ottenere l'impegno del Poeta a pronunciare a Quarto di Genova il discorso per lo scoprimento del monumento ai Mille garibaldini e a consegnargliene il testo per il nihil obstat del governo. Troppo sbilanciato contro l'Austria-Ungheria, risultò incompatibile con la presenza di Vittorio Emanuele III. A Salandra, del resto, il re già aveva dichiarato che se mai fosse andato alla cerimonia non avrebbe preso la parola. «Chiacchierassero» altri...

Secondo Gino Bandini, Grande Oratore del GOI, a Quarto affluirono cinquecento labari massonici. Furono ignorati dal governo, contrario a cedere il “marchio” dell'interventismo, e dalle cronache dei giornali e delle riviste che facevano opinione, ma non passarono inosservati a d'Annunzio, attento ai messaggi cifrati. Tuttavia non vi è traccia di contatti tra il Vate e il Grande Oriente nella settimana decisiva, dall'arrivo di Giolitti a Roma (9 maggio) alle dimissioni del governo il 13, alla mancata formazione di un ministero diverso, alla conferma di Salandra il 16 e alla precipitosa partenza dello statista alla volta del Piemonte, “ben custodito e sorvegliato” da casa alla stazione Termini, nel timore che cadesse vittima dell'attentato mortale, deliberato e giurato “in società segrete” come Salvatore Barzilai riferì al confratello Ferdinando Martini, che lo annotò nel Diario il 26 maggio: «Tutto dunque era pronto e si stava per eseguire. Erano le quattro: ci fu tempo a provvedere e Giolitti partì due ore dopo.»

Era stato d'Annunzio, appena reduce da Parigi, a incitare la folla ad appiccare il “fuoco purificatore” per liberare Roma dal «boia labbrone le cui calcagna di fuggiasco sanno le vie di Berlino». Venne saldato in un'area extraparlamentare il durevole legame tra il GOI, da dieci mesi avanguardia della cospirazione interventistica, e l'ex deputato della Bellezza?

 

Quanti “fratelli” nell'Impresa di Fiume

Su quello stesso terreno si registrò la convergenza del settembre-ottobre 1919, perlustrata nei dettagli da Raffaella Canovi. La “marcia di Ronchi” ebbe lunga genesi e molti padri ma alla stretta finale d'Annunzio non contò sull'esplicito sostegno di alcun partito o gruppo parlamentare, né dei quotidiani che per anni lo avevano vezzeggiato. Le “cordate” che lo decisero a capitanare il colpo di mano si ridussero a tre: i sette granatieri di Sardegna che gli assicurarono il sostegno del loro volitivo ma esiguo reparto e i “portavoce” delle due comunità massoniche preminenti in Italia, il GOI, nella persona di Giacomo Treves, e la Gran Loggia d'Italia (GLI), tramite Attilio Prodam. Il primo ne scrisse in una Relazione da lui mai pubblicata e non priva di lapsus poetici. Il secondo vantò il suo protagonismo nel sontuoso memoriale Gli Argonauti del Carnaro, pubblicato pochi mesi dopo la morte di d'Annunzio.

Dalle carte d'archivio studiate da Canovi emerge l'aspra contesa tra le due comunità massoniche per rivendicare la primogenitura dell'impresa, in specie nella sua fase iniziale, nell'errata illusione che il governo avrebbe risolto la crisi proclamando l'annessione della città. Questa, invece, venne esclusa all'unanimità dal “consiglio della Corona” appositamente convocato da Vittorio Emanuele III il 25 settembre 1919, rappresentativo di tutti i gruppi parlamentari, nazionalisti inclusi (i socialisti lo disertarono col pretestuoso motivo che quel consulto non era previsto dallo Statuto). Per conseguire l'intento il GOI e la GLI imboccarono la via più breve: “iniziare” d'Annunzio, per subordinarlo alle proprie direttive. Il progetto fallì perché il Vate era stato e sarebbe rimasto all'obbedienza esclusiva di se stesso. Accettò di buon grado sostegni politici, militari e finanziari sia per i legionari sia per la città e anche un po' per la sua vita dispendiosa, constatò la modestia dei denari inviati da logge italiane e italofone anche dal di là dell'Atlantico e apprezzò l'opera svolta in Fiume da dignitari della loggia “Sirius” (a cominciare dal suo venerabile, Antonio Vio), originariamente all'obbedienza della Gran Loggia Simbolica di Ungheria e poi ricostituita nell'ambito del GOI, e della “XXX Ottobre” della GLI, ma fece parte per se stesso.

Lo provano i documenti, per chi li sa leggere. Nell'ampio carteggio con il Vate il massone torinese Giacomo Treves, fondatore della loggia “Oberdan” di Trieste e a lungo tramite fra lui e il gran maestro Domizio Torrigiani, a d'Annunzio si rivolse sempre in terza persona. Altrettanto vale per gli scambi epistolari tra Torrigiani e d'Annunzio e Alceste De Ambris, che abbozzò la Carta del Carnaro. Non compare mai il fraterno “tu”, usato (tanto per esemplificare) tra Carducci, Crispi, Lemmi e una miriade di “fratelli” veri.

Quanti Maestri per tanti Apprendisti?

L'opera di Canovi sollecita riflessioni che vanno oltre la mancata iniziazione del Vate e investono la storia della massoneria in Italia tra l'immediato dopoguerra e il forzato autoscioglimento delle due comunità più note. La prima concerne l'elevato numero dei “fratelli” coinvolti nella “questione di Fiume”. Tale affollamento va inquadrato nell'ambito dell'andamento delle iniziazioni. Dopo la pesante flessione registrata nel 1915-1918 per via della guerra che mobilitò cinque milioni e mezzo di maschi, i nuovi ingressi in loggia conobbero un'impennata: 16.000 ingressi nel GOI in soli quattro anni. Altrettanto avvenne nella Gran Loggia d'Italia. Però le porte dei templi erano girevoli. La politicizzazione prevalse nettamente sull'iniziatismo. Molti “fratelli” risultarono presto così assenti e/o indifferenti ai richiami a regolarizzare il dovuto da essere radiati per morosità. Fu il caso di Giuseppe Bottai (semel abbas? ...). Parecchi passarono con una certa disinvoltura dall'una all'altra Obbedienza, contando sulla mancanza di informazioni tra le logge delle contrapposte comunità, avvolte nel “segreto” e quindi più infiltrabili di quanto si proponessero. Assonnamenti, espulsioni e abbruciamenti tra le colonne si moltiplicarono. Riguardarono anche dannunziani/fiumani eminenti come Eugenio Coselschi, da anni radiato dal GOI ma incline a utilizzare cifrari criptici.

La seconda considerazione riguarda il “programma” delle due comunità massoniche. Il GOI arrivò a mettere in discussione non solo l'ideario politico-partitico soggiacente all'Istituzione originaria e la sua stessa storia in Italia, ove venne riorganizzata nel 1859-1860 per fiancheggiare la monarchia sabauda da Torino a Marsala e oltre, ma anche la forma dello Stato; sicché non deve stupire la sua mancata difesa da parte di Vittorio Emanuele III nel 1923-1925. Perché mai il re avrebbe dovuto spendersi per chi si schierava per la repubblica? Non solo. Mentre predicava la “democrazia del lavoro”, particolarmente cara a Torrigiani, il GOI fece ampio credito a “riforme sociali” dando per scontato il crepuscolo della “borghesia” e persino l'abolizione del suo cardine, il “diritto di proprietà”.

Non sorprende che per difendersi i conservatori abbiano quindi dato spazio non ai fiancheggiatori dell'eversione (squadristi senz'arte né parte) ma direttamente al suo “duce”, politicamente più affidabile e pragmatico del Vate. Canovi conferma inoltre quanto sia stato caotico e ondivago il percorso di Torrigiani, ora preoccupato dalla “competizione” con la GLI, ora di organizzare a Roma un congresso mondiale massonico il 20 settembre 1920 (naufragato per la coincidenza con l'occupazione delle fabbriche), ora aperto alla pressante sollecitazione ad accogliere l'iniziazione femminile (propugnata dal futuro gran maestro Alessandro Tedeschi), che avrebbe precluso il suo riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra.

A sua volta il sovrano gran commendatore e gran maestro della GLI Raoul Palermi alternava intricati passi rituali nelle Terre Liberate e in Fiume alla coltivazione del riconoscimento della sua comunità da parte del Supremo convento mondiale scozzesista convocato in Svizzera, pago di aver fatto consegnare a d'Annunzio sciarpa e rituali dell'Ordine e di averlo fatto sapere: un omaggio ininfluente sul Vate, replicato il 24 ottobre 1922 alla Stazione Termini ove si recò di persona a “massonizzare” (invano) Mussolini, in transito dal convegno fascista di Napoli a Milano.

Le due comunità, va aggiunto, erano impegnate nella defatigante trattativa per una riunificazione che non avvenne né allora né poi. Chi era consapevole del proprio ruolo nazionale e universale non poteva ignorare la vaghezza di quei certami e tenersene lontano, come appunto fece il Vate. A quel modo però le Massonerie lo sopravvalutarono e lo sovraesposero quando a fine ottobre 1922 venne l'ora di schierarsi. Invocato da Luigi Facta, d'Annunzio rimase “suso in bell'Italia”. Il rivoluzionario Mussolini andò invece da Milano all'Hotel Savoia in Roma a indossare l'abito di circostanza per presentare al Re l'Italia di Vittorio Veneto. Vittorio Emanuele III lo mandò a farsi... “bene-dire” dalle Camere, col viatico delle comunità massoniche che dopo appena tre mesi e mezzo furono messe al bando dal partito.

Certo anche il Vate qualche cosa sapeva di cifrari esoterici. Come ne masticavano massonofagi che non meritano di essere ricordati. I padri della Compagnia di Gesù ne sapevano più di tutti i martinisti.

Per l'Equinozio d'Estate 2022

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 19/06/2022