Governo. Oggi dopo le comunicazioni di Draghi, la mozione avvolta dal fumo gli darà il placet per volare a Bruxelles.

Quanto terrà il compromesso sulle armi, raggiunto da tutte le forze di maggioranza?

Ieri i palazzi romani della politica hanno vissuto una giornata intensa e carica di contraddizioni. Il voto di apparente rottura che si è consumato in Francia, le baruffe dei grillini e le pessimistiche dichiarazioni del segretario generale della Nato sulla durata imprevedibile della guerra, facevano da sfondo.

E’ in gioco il testo della risoluzione di maggioranza che dovrà essere votata dopo le comunicazioni in Senato del premier Mario Draghi di oggi pomeriggio, in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno.

Nella bozza, però, fino a tarda sera è lasciata in bianco la prima voce relativa agli ‘impegni’, quella che riguarda i possibili aiuti umanitari, economici e anche militari a Kiev.

Si è trascinata sino alla notte di ieri, la riunione di maggioranza per giungere a una risoluzione comune, evitando un testo bandiera del M5S.

Al momento la discussione sembra 'impaludata' sulla formulazione per impegnare il governo a coinvolgere il Parlamento, anche se sembra ormai scemata del tutto la possibilità di chiedere un nuovo voto delle Camere su un eventuale nuovo invio di armi a Kiev, come chiesto dai vertici del Movimento.

Mario Draghi sta lavorando al discorso, pronto a ribadire di aver già incassato il disco verde del Parlamento anche sull'invio di armi a Kiev, ma gli occhi sono puntati sul terremoto interno al M5S, con il braccio di ferro in corso tra il ministro Luigi Di Maio e il leader del Movimento Giuseppe Conte.

Le diplomazie sono al lavoro affinché, dalla seduta di oggi esca l'immagine di una maggioranza compatta, nonostante le fibrillazioni e le divisioni evidenti. Ma a Palazzo Chigi in queste ore si respira un leggero ottimismo, certi che la quadra sulla risoluzione di maggioranza alla fine prevarrà.

Sul punto, del resto, anche Draghi non sembra disposto a fare concessioni, forte del via libera del Parlamento al decreto Ucraina, il primo con cui venne dato il disco verde all'invio di forniture, anche militari, a Kiev, senza paletti o limiti temporali di sorta.

Conte ed i suoi ascheri, lo  ritengono superato, perché "non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale".

Gli altri capitoli del documento, così generici da non risultare divisivi, né tanto meno risolutivi, impegnano il Governo a “supportare le domande di adesione all’Ue di Ucraina, Repubblica Moldova e Georgia, in un quadro di rispetto dei criteri di Copenaghen, e favorire il percorso di adesione all’Ue dei Paesi dei Balcani Occidentali”.

Il testo, impegna altresì il Governo a “sostenere una revisione puntuale della governance economica che modifichi radicalmente il Patto di Stabilità e Crescita al fine di favorire gli investimenti e la coesione sociale”;

“adoperarsi per la definizione di strumenti fiscali comuni europei e di nuove risorse proprie del bilancio Ue, che non impattino sui bilanci nazionali, per compensare gli squilibri per gli Stati dovuti alle conseguenze economiche della guerra in Ucraina e alle sanzioni alla Russia;

rafforzare politiche a favore di famiglie e imprese in difficoltà per gli effetti del conflitto;

rendere esecutivi i progetti che sostanzino l’ “autonomia strategica europea” per ridurre le dipendenze dell’Ue in settori cruciali”;

“finalizzare le iniziative di RePowerEU che realizzino la diversificazione delle fonti energetiche in Europa e contrastino l’incremento dei prezzi dell’energia;

a tale scopo, è prioritario l’utilizzo per tutti i Paesi membri dei fondi ancora disponibili nel Dispositivo di Ripresa e Resilienza, l’aumento significativo degli investimenti sulle rinnovabili, la tutela della coesione sociale nella transizione eco-sostenibile e le riforme del mercato energetico europeo, a partire dall’introduzione di un tetto ai prezzi del gas e dal disaccoppiamento del prezzo dell’energia tra rinnovabili e fonti fossili tradizionali”

“dare seguito al dibattito sulle proposte adottate dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, con l’obiettivo di rafforzare l’azione dell’Unione europea, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, utilizzando tutte le potenzialità degli attuali Trattati, ivi inclusa la possibilità di avviare una procedura di revisione ordinaria, anche attraverso la convocazione di una Convenzione cui partecipino i rappresentanti dei Parlamenti nazionali (articolo 48 del Trattato sull’Unione europea)”.

Aria fritta in più direzioni. I diktat enunciati, se presi sul serio dall’UE, non potrebbero che allargare il divario e le perplessità da parte dei falchi del nord Europa.

Si enfatizza l’apertura dell’UE all’Ucraina, anticipando che ci vorranno anni per il compimento.

Nessun capo di Stato europeo, oggi imperante, sarà ancora in carica fra 5 anni, per cui i leader europei assumono gravosi impegni per conto terzi, dal valore effettivo vicino al nulla.

Poi irromperanno inevitabilmente le rivendicazioni dei paesi che da più lungo tempo hanno avanzato la candidatura per fare parte dell’Ue. Si preconizza già l’apertura della Germania verso i Paesi mussulmani, rispetto a quelli a maggioranza ortodossa.

Celebriamo l’ennesimo trionfo dell’ipocrisia, ma c’è di mezzo una guerra ed una crisi energetica senza precedenti.

Il taglio significativo delle forniture del gas, lascia il governo senza soluzioni immediate e certe.

Non ci risulta che le trivelle stiano iniziando, almeno ad essere rimesse in moto in Adriatico, mentre la stampa amica e compiacente, oscura le prese di posizioni ostili al governo, da parte dei sindaci e di coloro che avrebbero buon gioco nel riattivare ogni fonte obsolete od alternativa.

Le forniture energetiche  negoziate con altri Paesi,, se tutto fila, potrebbero arrivare in Italia nel 2024.

Cosa potremo scommettere a livello parlamentare?

L’eterna figuraccia italiana, perché i nostri politicanti levantini, appena presupporranno di aver più chances inalberando un cartello di protesta,  piuttosto che continuare a fare gli yes man governativi, senza trarne i debiti contraccolpi ,agiranno di pancia, continuando ad ignorare  ciò che significa per un paese industriale, dotarsi di una politica energetica efficace, come, tra l’atro hanno ignorato per decenni.

Al governo come all’opposizione la tutela del “Bene comune” dovrebbe prevalere. Qui i nostri saltimbanchi che sostengano il governo o decidano di mettersi di traverso, continueranno ad ispirarsi ali lotofagi, magari compiaciuti per aver sfilato a tutti i pride accessibili sul territorio.

Del caro vita e dell’energia, bene raro e prezioso, se ne fottono!

 

 

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Articolo pubblicato il 21/06/2022