La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Vendetta nel nome di Sant’Antonio

Questa è una storia che parte da una catena di Sant’Antonio, tema che fa spesso capolino in rete, e che costituisce un sistema per la diffusione di un messaggio che incita il destinatario a produrne più copie da inviare a nuovi destinatari. Si parla di Sant’Antonio, molto legato alla devozione popolare, perché i messaggi veicolati di solito invocano un aiuto divino in cambio di preghiere.

Queste catene sono andate aventi per molti anni grazie ai tradizionali sistemi (carta e penna, le buste spedite per posta oppure inserire nelle buche delle lettere), hanno via via saputo sfruttare le fotocopie e i fax poi si si sono evolute utilizzando gli SMS, WhatsApp, le e-mail, Facebook, con una vasta gamma di varianti.

È una pratica disapprovata dalla netiquette, ma comunque diffusa e sono note spiritose ammonizioni dissuasive che finiscono a loro volta per creare piccole catene.

Tutto questo per ambientare la nostra storia che si svolge nel 1946, nell’immediato dopo guerra, quando le catene di Sant’Antonio si diffondono soltanto con lettere manoscritte spedite per posta, e ha come protagonista un sottufficiale della Polizia torinese.

Così ce lo presenta La Stampa di sabato 24 agosto 1946:

 

Un’insolita avventura è toccata al maresciallo Ciriaco Cappelluzzo, un instancabile «detective» del commissariato San Salvario, persecutore di furfanti d’ogni genere. Poco più di una settimana fa il maresciallo riceveva una lettera in busta gialla nella quale «un’anima pia» gli intimava di trascrivere per tredici volte una invocazione a Sant’Antonio da Padova: altrimenti sarebbe incorso in disgrazie gravissime.

Il sottufficiale alzava le spalle divertito e gettava la missiva in un cassetto.

 

Si tratta evidentemente di una catena “personalizzata” visto che l’«anima pia» torna a farsi viva con ininterrotta regolarità nei giorni successivi:

 

Ma il giorno dopo ecco nuovamente l’«anima pia» con il medesimo scritto: e il terzo giorno ancora; e così pure il quarto.

E per tredici giorni la posta recapitò al maresciallo copie della stessa lettera.

 

Tredici lettere. Il tredici è un numero collegato alla sfortuna e non a caso dalla tredicesima lettera emergono chiari avvertimenti:

 

L’ultima conteneva la minaccia «Ti capiterà una grave disgrazia... Sei un ateo…». 

Chi mai poteva essere il burlone scocciatore? Alla sera il sottufficiale rincasò, per la strada che percorre da anni e anni. Ad un tratto un sibilo e qualcosa gli passò a pochi centimetri dal capo, spaccandosi al suolo in cento pezzi: era un poderoso vaso di fiori tale da accoppare un bue.

Caduto o lanciato?

 

A questo punto il clima arcano e misterioso pare dissolversi:

 

Il maresciallo Cappelluzzo compiva una rapida indagine nello stabile; e in breve identificava e arrestava… l’attentatrice nella pregiudicata Ercolina Sambelli da lui più volte arrestata per truffe e furti. La Sambelli ha pure confessato di aver scritte le tredici epistole.

La donna aveva giurato terribile odio al maresciallo e da alcuni mesi attendeva l’occasione di vendicarsi nel nome di Sant’Antonio.

 

Non c’è che dire: la pregiudicata Ercolina ha saputo mettere in atto una elaborata vendetta che poteva sfociare in conseguenze tragiche. Avrebbe però dovuto prevedere il verificarsi del simulato incidente lontano da casa sua… Da parte sua, il maresciallo ha dato un’ulteriore prova di quelle capacità investigative che il cronista gli ha riconosciuto fin dall’apertura dell’articolo.

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Articolo pubblicato il 25/06/2022