Viaggiatori sull'Appennino
La fontana di Pianelleto

Fra le valli del Taro e del Ceno

La mia prima vacanza del 2022 si è svolta in un territorio affascinante e poco noto: le valli dei fiumi Taro e CenoQuesta zona appenninica si trova in provincia di Parma, un ultimo lembo amministrativo di terra che fu signoria dei Malaspina e poi dominio dei nobili Landi, che un antico legame unisce alla famiglia regnante nel Principato di Monaco.

A coronamento di una grande potenza nel 1525 arriva il decreto emanato da Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero, che conferisce alla famiglia Landi il titolo di Principi e il privilegio di emettere moneta. Bardi era la capitale dei loro domini, con un castello imponente, nato come struttura difensiva per proteggersi dalle incursioni. Anche il castello di Bardi ha il suo fantasma, legato alla romantica storia d’amore fra Soleste e Moroello, che ricorda molto la passione, finita in tragedia, fra Romeo e Giulietta.

L'Appennino si caratterizza per piccoli paesi, borgate e frazioni sparse sui monti, il lento tramonto serale che fa scorgere la luce sparpagliarsi sui monti fino a tarda ora, il canto dei galli la mattina a suonare una sveglia d’altri tempi. E poi il silenzio, un silenzio incorrotto al punto che l’arrivo di un’automobile si preannuncia da lontano. Non è una favola o un ritratto a tinte romantiche, è il panorama che ho gustato per una settimana. E mentre la pianura affogava a trenta gradi costanti, a Noveglia la mattina il termometro registrava 18 gradi.

Il quaderno n. 11 del Centro Studi della Valle del Ceno (diretto da Beppe Conti), pubblicato nel 2002, riproduce una antica descrizione della zona (contenuta nella lettera inviata nel 1617 dallo scrittore milanese Francesco Piccinelli al suo medico curante Bernardo Landolo, che gli aveva consigliato un soggiorno su questi monti per ritemprare la sua cagionevole salute). La narrazione coincide con il momento di maggior splendore dello “Stato dei Landi”, regnante l’ultimo discendente maschile della casata: Don Francesco Landi, IV Principe di Borgo Val di Taro.

“Breve descrizione delle amenissime valli del Taro e del Ceno”, è il preambolo alla lettera. Il Piccinelli così descrive l’ambiente fra Compiano e Bardi: “La posizione del luogo è poi così felice, che pare non possa esservi nulla di più bello, di più comodo e di più ameno. Infatti ad est confina coi Parmigiani, colla Vallata della Magra e cogli Apuani; a nord colla Valle del Ceno; ad ovest col Marchese Malaspina e col Principe Oria; a sud colla Liguria, onde ogni specie di viveri e di cose necessarie alla vita umana, con facile né lungo tragitto, si trasportano”.

Un viaggiatore e pastore di anime, che si è fermato a Noveglia, è il sacerdote don Luigi Brigati  (classe 1938, nato a Casale di Tornolo e sacerdote dal 1965), parroco a Monastero dal 1969. Nel 2017 ha pubblicato il volume Mezzo secolo in Val Noveglia (a cura di Ida Albianti e di Pino Bertorelli). Ho incontrato don Luigi in canonica, a Monastero di Gravago. Mi chiede di aprire il suo libro alla pagina 31.

“Leggi tu, io non ci vedo più bene” mi invita con la sua voce suadente. Attualmente a Monastero è dato incontrare diversi pellegrini, solitari o in gruppo, fin qui giunti con cartina alla mano, bardone, zaino e smartphone per scatti fotografici. (…) La Via degli Abati attraversa parte del territorio provinciale di Pavia e l’Appennino Tosco-Emiliano nelle province di Piacenza, Parma, Massa Carrara, attraversando i Comuni di Pavia, Broni, Castana, Canevino, Pometo, Caminata, Romagnese, Bobbio, Coli, Farini, bardi, Borgotaro, Pontremoli.

Una lettera antica e un libro recente dicono già molto. Siamo sulla Via degli Abati, che congiunge Pavia a Pontremoli (il cammino completo si può anche spezzare in due tronconi, da Pavia a Bobbio e da Bobbio a Pontremoli). Le origini di questo percorso risalgono al periodo longobardo e il suo cuore pulsante è proprio al centro, nell’Abbazia di Bobbio voluta dal monaco irlandese Colombano, che aveva improntato la sua vita alla Peregrinatio pro Christo. Colombano è una figura centrale del monachesimo, quasi paragonabile a San Benedetto: nasce nel 540 circa, arriva in Italia nel 612 e fa diventare Bobbio un faro di cultura e un prezioso luogo di salvataggio e recupero di libri e manoscritti antichi. Viene sepolto nella cripta della sua Abbazia.

Nel piccolo grande mondo che va da Bardi a Borgotaro si vedono ancora (abbarbicate sul monte, raggiungibili con un difficoltoso percorso di sentieri) le rovine del castello di Gravago, in posizione elevata sulla antica via di transito, che passava proprio da Monastero (il nome non è casuale, in antico il monastero esisteva) e saliva per piccole borgate al Passo Santa Donna (il suo nome originario è Sant’Abdon), incontrando un maestoso edificio di culto nella borgata Pieve (la Pieve di Gravago, perché nelle pievi si raccoglievano i fedeli e si amministravano i sacramenti a un popolo poco religioso, ancora molto pagano e legato ai riti ancestrali della terra e della fertilità).

Il mio viaggio su questo lembo di Appennino è stato un ritorno, per la quarta volta. No, non è troppo, perché forse solo quest’anno mi sono sentito anch’io parte di questa terra: pellegrino sui sentieri degli Abati prima che turista, fotografando con gli occhi dell’animo tanti luoghi (prima di scattare una foto) che mi è sembrato di scoprire.

Mi torna in mente la borgata di Pianelleto (qualche vecchio cartello indica “Pianelletto”), raggiungibile soltanto a piedi, fra boschi fitti e incredibili colpi d’occhio dove le natura si apre sulla valle sottostante: da qui tutti se ne sono andati, per la mancanza di servizi e per la scomodità, quando il mondo agro-pastorale della sussistenza è finito e le ragioni degli stipendi fissi e delle otto ore al giorno hanno prevalso sulle radici di una storia millenaria. Nei miei occhi rimane un’istantanea di bellezza abbandonata, che un giorno risorgerà se altri motivi di vita riporteranno alla montagna.

Oppure Lavacchielli: una lunga salita insieme all’ex meccanico di Noveglia Gino Spagna, che ha voluto accompagnarmi fin quassù nel giorno del suo settantanovesimo compleanno, lui più agile e svelto di me a salire per sentieri e mulattiere che hanno visto passare una civiltà fino al suo lento declino. Qualche architrave è rimasto, in un ambiente che era caratterizzata da veri capolavori d’arte, creati da maestri scalpellini (la maggior dei materiali di pregio è scomparsa, a volte sotto le macerie di case ormai cadute, oppure è stata rubata).

Guardare dentro le case attraverso finestre sbrecciate o porte flagellate dalle intemperie fa un certo effetto: è facile immaginare, senza essere visionari, la vita difficile di tante famiglie, un incontro serale con i racconti degli anziani, bambini e giovani viaggiavano con la fantasia quando sentivano un nome sconosciuto.

Molti anni fa anche Paolo Rumiz, grande viaggiatore e narratore contemporaneo, si era fermato in questo angolo di Appennino, come ha descritto nel libro La leggenda dei monti naviganti: La notte m’inghiotte in un villaggio di nome Noveglia, con un maledetto vento di mare che rimesta temporali. Davanti alla locanda “Geppetto”, un cuoco che gli somiglia mi accoglie così: “Benvenuto nel posto dove il mondo finisce”. Sembra un sinistro avvertimento. Invece è il prologo di un’accoglienza da re. “La gente scappa da qui e non sa cosa perde”.

A Noveglia la ristorazione nasce come osteria (con rivendita di sale e tabacchi) grazie alla famiglia Battaglia negli Anni Cinquanta. “Geppetto” è stato il proseguimento della trattoria “Tina e Lucia”, l’insegna è rimasta a lungo dopo la chiusura del locale, dove si ballava il venerdì sera. Geppetto, grande affabulatore e uomo dalla vita avventurosa, serviva ai tavoli. L’ho incontrato una sera di luglio 2013, gli ho chiesto quanti anni avesse e mi rispose “settanta più le festività”. Parlando con calma al tavolo, mentre gli ultimi avventori se ne andavano, scoprii il suo forte legame con Torino, per due motivi. Una figlia qui trasferitasi e il lavoro più appagante, fra i tanti svolti in una lunga vita: stretto collaboratore dell’imprenditore Castagno, con i suoi apprezzati punti di ristoro che anticipavano la “street food” di oggi, dal quale si era dovuto separare dopo il rapimento e le difficoltà finanziarie successive che avevano poi travolto la famiglia e le sue attività.

Ogni volta che la notte scende lenta sull’Appennino penso a questo sottile filo sentimentale che ha unito Noveglia a Torino. Se è vero che nulla accade per caso, era scritto che io dovessi passare di qui per conoscere anche questa storia.

Adesso la trattoria è stata riaperta, da due giovani di Parma, Martina e Davide.

Si chiama Trattoria Val Noveglia. Viaggiatori dello spirito, i due giovani hanno lasciato la città e i lavori che svolgevano per rilevare, quasi al buio, un locale che era chiuso da qualche tempo. Una scommessa inizialmente appesa ad un filo, giocata giorno per giorno, con bambini piccoli da crescere. Amanti della natura e della produzione naturale e biologica, hanno puntato su prodotti di qualità e di prossimità, hanno aperto un piccolo prodotti attiguo al ristorante, che è stato utilissimo nel periodo dei lock down per il covid19, unico punto vendita per anziani e persone prive di mezzi di trasporto del luogo, assumendo anche una valenza sociale.

Dopo cena mi è bastato percorrere cento metri oltre il ristorante, dove iniziano i prati e la strada prende a salire verso il Santa Donna: nel primo buio ho visto svolazzare le lucciole, tante, con il loro lento luccichio che mi ha riportato con i ricordi alla mia infanzia. Se la felicità esiste… forse l’ho sfiorata in quel momento, mentre fili di vita e volti di persone scorrevano davanti ai miei occhi e qualcuno suonava soltanto per me una canzone di Lucio Dalla (La sera dei miracoli). E altre immagini prendono forma: monaci e pellegrini, cavalli e bisacce, litanie in un latino incerto e libri manoscritti da copiare in uno sciptorium illuminato dalle candele, contadini al lavoro sui campi quando i boschi erano rari perché la terra veniva coltivata tutta per mangiare.

Se è vero che la società e l’evoluzione cambiano le forme del vivere, l’essere umano rimane sempre lo stesso, con l’aspirazione alla sopravvivenza materiale ed alla elevazione dello spirito, senza bisogno di correre per ottenere obiettivi irraggiungibili.

Anche se povero, il “chilometro zero” c’era già e lo abbiamo distrutto, prima di riscoprilo. Nel Novecento abbiamo corso troppo e abbiamo corso malamente. È ora di tornare indietro, per vivere meglio. Quando sono a Noveglia non ho dubbi, il tempo assume la sua giusta dimensione e il trascorrere dei giorni mi sembra abbia un senso, finalmente! E lasciare Prati dei Campassi, poetico nome d’Appennino, e un accogliente albergatore, è un dispiacere.

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Articolo pubblicato il 02/07/2022