Governo. Requiem per il bonus edilizio dell’iniquità

Può definirsi equo il provvedimento che ha foraggiato un vero e proprio mercato parallelo dell’edilizia?

Il governo ha deciso una clamorosa retromarcia su un provvedimento bandiera della deleteria stagione di Conte, ma  spacciato per grande esempio di attenzione alle esigenze della collettività.

Il superbonus 110% non solo non verrà prorogato di un altro anno, ma non sarà neppure ridefinito come misura fiscale da inserire strutturalmente fra gli incentivi e le agevolazioni per favorire il recupero e la riqualificazione del patrimonio immobiliare del Paese.

Mentre finora il vincolo del 30 giugno 2022 era fissato come data finale per tutti, e sarebbe stato prorogato a fine 2022 solo nel caso dei condomini che avessero realizzato almeno 60% dei lavori programmati, ora invece l’incentivo si può applicare fino al 31 dicembre 2022 pienamente a tutti i lavori, singole abitazioni o condomini a prescindere dallo stato di avanzamento dei lavori raggiunto il 30 giugno. Ma a patto che i fondi ci siano

Nessuno ha mai compreso fino in fondo, infatti, l’iniquità di una misura che ha consentito a milioni di italiani di rifarsi gratis la casa a spese dei contribuenti e che ha foraggiato un vero e proprio mercato parallelo dell’edilizia con nuove imprese nate per lucrare sui costi dei materiali, incredibilmente lievitati, vale a dire gonfiati spesso ad arte per poter avere maggiori rimborsi per i lavori di ristrutturazione svolti.

Quei soldi avrebbero potuto essere destinati al mondo delle imprese per ridurre il costo del lavoro in tutti i settori e consentire al sistema imprenditoriale di acquistare maggiore competitività e invece sono finiti nelle tasche dei più furbi, producendo utilità solo per alcuni, non esclusa la malavita organizzata.

Molte persone, infatti, non avrebbero mai sentito la necessità di rinnovare i propri ambienti domestici, già dotati di comfort e conformi alle leggi vigenti, ma hanno approfittato dell’occasione per inventare necessità infondate. “Tanto paga Pantalone”, come si dice in questi casi.

Ma Pantalone ha finito i soldi e ora c’è il concreto rischio che lo Stato non riesca a mantenere le promesse e non riesca a garantire lavori di ristrutturazione con il bonus del 110% a quanti già pregustavano quella possibilità.

Sicuramente chi presenterà candidature per avere quel sussidio a partire dalla prossima settimana,  resterà a bocca asciutta, ma anche chi si è svegliato in ritardo e solo un mese o due mesi fa aveva fatto richiesta ben difficilmente potrà accedere a quei fondi che, a quanto è dato sapere, sono ormai in rapido esaurimento.

Per fortuna sono cadute nel vuoto tutte le pressanti richieste arrivate in questi giorni dalle numerose categorie coinvolte nella filiera edile e in prima linea sui cantieri 110%.

Imprese e associazioni di professionisti avevano chiesto rassicurazioni al Governo sulla proroga alla detrazione fiscale del 110% per gli interventi di efficientamento energetico e messa in sicurezza sismica degli edifici e nel frattempo hanno continuato ad avallare progetti di ristrutturazione che ora potrebbero anche ritrovarsi a corto di fondi pubblici. Con l’inevitabile corollario dell’esplosione di tanti contenziosi.

I sostenitori del bonus 110% puntano i piedi e fanno sapere che la decisione del governo di non rinnovare la misura potrebbe frenare la ripresa del mercato dell’edilizia, che ha significato anche nuovi posti di lavoro. Ma sarebbe fuorviante avallare tale genere di valutazioni.

Bisogna fare i conti, infatti, con il bilancio fallimentare di una misura che, al pari del reddito di cittadinanza e di altri bonus una tantum erogati a pioggia e privi di effetti sostanziali in termini di ripartenza, ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza.

Che sia l’inizio dell’abrogazione degli effetti nefasti delle Leggi promosse e sostenute dai grillini?

Chi si ostina a difendere il bonus 110% dimentica che la Guardia di Finanza ha già accertato 5,6 miliardi di truffe e che sono stati altresì documentati rincari pari a 2,5 miliardi a carico dello Stato, dovuti alla “lievitazione immotivata” delle quotazioni di tutti i materiali e dei lavori di ristrutturazione, indotta dalla corsa sfrenata dei privati verso quell’opportunità.

E poi sono già oltre 33 i miliardi spesi dallo Stato per finanziare lavori coperti da quel bonus.

Ma come si può tollerare che in una fase storica così delicata per l’economia e per la tenuta sociale, i soldi pubblici vadano solo ad alcuni per esigenze tutt’altro che inderogabili e con criteri tutt’altro che meritocratici?

Questo Bonus è stato indubbiamente uno dei provvedimenti più controversi e che in più occasioni aveva diviso le forze di governo.

Scadrà il 31 dicembre e questa è una buona notizia.

Attendiamo altre significativa abrogazioni di leggi derivanti dall’opera demolitoria dell’economia e delle finanze pubbliche messe in atto dai grillini al governo.

 

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Articolo pubblicato il 02/07/2022