Hong Kong è normalizzata: ora tocca a Taiwan

Dopo 25 anni di “regime cinese” è stata eliminata ogni forma pubblica di resistenza

Dopo 25 anni di “regime cinese”, a Hong Kong è stata eliminata ogni forma pubblica di resistenza. Il leader cinese Xi Jinping arriva in città per celebrarne la conquista. Prende possesso, ufficialmente, della città di oltre sette milioni di abitanti, centro finanziario di rilevanza mondiale. Fino a 25 anni fa appartenente alla Gran Bretagna per poi diventare, dal 1997, una regione speciale amministrata dalla Cina.

Quest’ultima aveva promesso un regime speciale per i successivi 50 anni, indicato dallo slogan “un Paese, due sistemi”. Poi, dopo 50 anni, la Cina avrebbe avuto il via libera. Qualcuno sperava, come scrive padre Gianni Criveller, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), in un suo saggio apparso sul sito Asia News, che il sistema Hong Kong avrebbe contagiato la Cina e non viceversa.

Non è andata così. A metà del percorso, la città è finita totalmente nelle mani della Cina, ogni forma di opposizione è stata messa a tacere, con tanti esponenti della resistenza anticinese già in galera. Se negli anni scorsi abbiamo assistito a dimostrazioni che portavano in piazza milioni di anticomunisti, oggi tutto questo non c’è più, nessuno si azzarda più a protestare per non essere processato e imprigionato.

Ricorderete la mia recensione del libro di Joshua Wong, “Noi siamo la rivoluzione”, edizioni Feltrinelli (2020), il paladino dei giovani hongkonghesi che si batteva contro il potere dispotico della Cina comunista di Xi Jinping.

Wong chiedeva aiuto: “Anche se siamo lontani, la nostra ricerca di democrazia e di libertà è la stessa. Vi prego di stare con Hong Kong, perché la nostra lotta non è ancora finita”. A 18 anni Wong è stato riconosciuto come uno dei leader della rivolta degli ombrelli (2015), ha fondato un suo partito, Demosisto. Era la figura più popolare della “rivoluzione” in corso a Hong Kong.

Ora la Cina comunista “non ha voluto neppure dare dimostrazione al mondo di moderazione, - scrive Invernizzi - di rispetto dei diritti delle persone, di difesa di libertà e democrazia, ma ha imposto con la violenza un regime poliziesco, dal 1 luglio guidato da tale John Lee, di religione cattolica, 40 anni trascorsi in polizia su 64 di vita, colui che aveva represso le manifestazioni per la libertà.

Nei giorni scorsi sono arrivati ad arrestare il 91nenne cardinale Joseph Zen, forse il maggiore testimone di una resistenza morale straordinaria, che poi è stato liberato su cauzione: sono tutti segnali volti a incutere paura, a scoraggiare ogni resistenza, a piegare l’opposizione democratica e anticomunista”. (Marco Invernizzi, Hong Kong. La fine della libertà, 2.7.22, alleanzacattolica.org).

Oggi Hong Kong è «una città triste, depressa, impaurita e incerta», scrive padre Gianni Criveller. Decine di migliaia dei suoi abitanti se ne sono già andati: forse questa è l’ultima forma di protesta possibile.

Ai cristiani, però, non è permesso perdere la speranza, e il missionario lo ricorda citando il vescovo della città, mons. Stephen Chow, che recentemente ha scritto «che la vita della gente e dei credenti a Hong Kong “sta diventando sempre più simile a un’esistenza tra le crepe. Un tempo godevamo di molto spazio e libertà di espressione”.

La Cina considera Taiwan una “provincia ribelle”, e non ha mai escluso di riunificarla con l’uso della forza. L’isola è di fatto indipendente da Pechino dal 1949; all’epoca i nazionalisti di Chiang Kai-shek vi hanno trovato rifugio dopo aver perso la guerra civile sul continente contro i comunisti, facendola diventare l’erede della Repubblica di Cina fondata nel 1912.

Gli esperti dichiarano che entro il 2030, Taiwan sarà invasa dalla Cina comunista. Tuttavia sembra che “la maggioranza dei taiwanesi è pronta a impugnare le armi nel caso di invasione da parte della Cina. è quanto emerge da un sondaggio pubblicato ieri dalla Association of Chinese Elite Leadership. Secondo i risultati, il 61,4% degli intervistati (maggiorenni) combatterebbe i cinesi in caso di attacco, mentre il 25,1% si è detto contrario”. (Maggioranza dei taiwanesi pronta a impugnare armi contro invasione di Pechino, 21.5.22, Asianews.it)

Diversi osservatori internazionali facendo un paragone con la resistenza degli ucraini all’invasione russa, mettono in dubbio la volontà dei taiwanesi di fare lo stesso per fermare un’eventuale aggressione cinese. Altri fanno notare che il dato del 61,4% è superiore a quello di un sondaggio effettuato nel 2015 in Europa da WIN/Gallup International, secondo cui gli ucraini decisi ad affrontare un’azione militare di Mosca erano il 59%.

Recentemente il quotidiano Avvenire ha offerto un elenco dettagliato delle forze in campo, tra il colosso comunista cinese e la piccola Taiwan. In pratica “Golia contro Davide”. (Un gigante contro il «ribelle»: conto alla rovescia su Taiwan 7.7.22 Avvenire)

“Oltre quasi due milioni di soldati contro 160mila, 6.300 carri armati contro ottocento, 1.600 velivoli da guerra contro 400, un bilancio militare che sfiora i 300 miliardi di dollari per Pechino contro quello di 19 miliardi per Taipei sono i numeri che sulla carta darebbero ampio margine di vittoria alla Repubblica popolare cinese se accogliesse la tentazione di annettere con la forza la «provincia ribelle» di Taiwan, di fatto indipendente dalla fuga sull’isola, il 7 dicembre 1949, di quanto restava del governo nazionalista sconfitto da Mao”.

Prosegue Avvenire: “Da allora e finora per 26.510 giorni la tensione è stata costante, tenendo accesa la miccia di un potenziale conflitto mondiale. Sul territorio dell’isola e degli isolotti che farebbero da prima linea in caso di attacco, la preparazione è costante [...]”. A questo punto, la domanda del quotidiano “è se la leadership di Pechino sia pronta a subire perdite ingenti sulle coste taiwanesi e poi combattendo casa per casa, rischiando conseguenze interne e internazionali solo in parte prevedibili”.

Comunque sia anche Avvenire riporta il sondaggio del maggio scorso che ha indicato come il 61,4 per cento dei 23 milioni di taiwanesi siano pronti a prendere le armi in caso di conflitto aperto. Anche perché Taipei è cosciente che Washington potrebbe non garantire una difesa diretta dell’isola e che l’unica certezza è potere contare sulle proprie forze e sulla propria determinazione.

 

 

 

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Articolo pubblicato il 11/07/2022