Ehi, chi sono quei pazzi scatenati che vediamo correre qua e là?

Non ci siamo neppure ancora resi conto che stiamo osservando noi stessi riflessi dallo specchio della vita quotidiana!

Quanto segue si riferisce all’incontro n° 64 del 23.11.2021 che è stato suddiviso in 10 articoli. Questo è il n°2.

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Proprio così! Noi siamo gli artefici inconsapevoli di quello che siamo.

Attiriamo a noi ciò che può apparire, semplicemente desiderandolo, nei campi morfogenetici, cioè negli spazi dove si materializzano le forme. Noi siamo e siamo capaci di fare tutto questo, solo che ce ne siamo dimenticati, abbiamo dimenticato come si fa. Quindi ce la prendiamo sempre con qualcun altro quando le cose non vanno come desidereremmo, ma dovremmo semmai prendercela con noi stessi (anche se non ne comprendiamo le cause perché deviate nel subconscio o celate nell’inconscio). Siamo comunque noi gli autori dello stato in cui ci troviamo anche quando non sappiamo di farlo.

 

Per fare un esempio più pratico di come noi agiamo facciamo riferimento all’uso dell’automobile.

 

Molti di noi guidano un’automobile. Abbiamo preso la patente, quindi ci hanno insegnato a spingere i pedali, girare il volante, muovere la leva del cambio, usare il freno. Informazioni pratiche che, insieme ad altre, sono state necessarie e sono bastate per conseguire la patente di guida di un’automobile. A nessuno di noi è stato insegnato come funziona un’automobile in tutti i suoi comparti, salvo per alcuni di essi, ritenuti necessari e sufficienti. Benissimo, ciò vale anche per noi. Abbiamo preso la patente, o almeno crediamo di avercela, per comportarci come esseri umani, ma nessuno ci ha mai spiegato come funzioniamo e come si fa.

 

Quindi ogni tanto tocchiamo qua e là qualcosa del nostro corpo, esprimiamo dei comportamenti e vediamo succedere delle cose, ma non sappiamo bene quali siano le conseguenze a medio e lungo termine, rispetto all’azione che abbiamo intrapreso. Così facendo alcune volte ci va bene, altre volte combiniamo cose non piacevoli o veri e propri disastri. Tuttavia molte volte cerchiamo di spiegarci le cose ad ogni costo o vogliamo agire senza sapere cosa stiamo facendo.

 

C’è una ragione per tutto questo: non ci viene chiesto di fare quello che noi vorremmo fare; ci viene chiesto di fare, ed è anche il nostro scopo, di utilizzare lo strumento che abbiamo a disposizione (cioè noi stessi) per lo scopo per il quale è stato pensato. Così come nessuno ci chiese di sapere come funzionano le varie parti dell’automobile ma semplicemente di saperla usare per quello che serve.

 

Mi rifaccio ad una frase di cinque secondi fa, “quello per cui è stato pensato”. Pensato da chi o cosa? …

 

Ci arriviamo, piano, poco per volta, abbiate pazienza. Giusto per evitare di sostituire eventualmente con un credenza dogmatica di fede altrui una qualsiasi credenza dogmatica della nostra fede personale, senza una spiegazione maturata da noi stessi, cadendo dalla padella alla brace. Cerchiamo di arrivarci attraverso un ragionamento che deve partire da ciascuno di noi e non dall’ennesima elaborazione altrui (anche se ne contiene il contributo) che possiamo accettare più o meno passivamente.

 

Quindi abbiamo detto che noi funzioniamo come l’automobile, per cui non è così importante sapere come funziona il motore, il motorino di avviamento, il cablaggio delle candele; non è così importante. Non è neppure importante sapere come si cambia una ruota se si fora un pneumatico; troveremo sempre l’aiuto di chi lo sa fare. È invece estremamente importante conoscere perché l’automobile esiste e a cosa serve. Perché è stata ideata e ha bisogno di essere usata da qualcuno o qualcosa per raggiungere la meta condivisa con chi la guida.

 

Bene, l’idea velleitaria di intervenire sull’automobile senza sapere cosa facciamo è esattamente la stessa che mettiamo in atto verso noi stessi quando tentiamo di entrare nei meccanismi, organismi e interazioni, che stanno a monte del nostro apparire come forma capace di elaborare tutto quello che serve per arrivare allo scopo finale per cui quella forma è stata creata.

 

Quindi non ci mettiamo a studiare tutti i componenti dell’automobile, tutti i materiali di cui è composta un’automobile, prima di metterci in movimento con essa. E neppure stiamo ad ascoltare gli specialisti dei pneumatici, del carburatore o dell’iniezione, prima di avviare l’auto o intervenire su un suo malfunzionamento. Infatti, dopo un certo periodo di uso, ci siamo resi conto che, anche se abbiamo messo a posto questo o quel particolare, non sapremo mai definitivamente perché la nostra automobile abbia ripreso a funzionare nuovamente bene o continui a non funzionare affatto, o zoppicando. Ciò avviene per il semplice fatto che si può intervenire su ogni singola parte o alcune ma, come per le mie automobili che sono vetuste e acciaccate quanto me, sostituire un componente con uno nuovo in un complessivo usato, il più delle volte procura guai all’intero sistema, poiché ne modifica gli equilibri. Per esempio, se si cambiano gli pneumatici occorre equilibrarli insieme ai cerchioni, prima separatamente dall’auto, ma, successivamente occorre riequilibrarli anche dopo il montaggio sull’auto per evitare che, assommando le variabili statiche e dinamiche proprie all’auto a quelle dei pneumatici e cerchioni, ormai diventati ruote, durante il loro lavoro all’interno del complessivo automobile, rotolando sulla strada trasferiscano il loro eventuale squilibrio relativo all’intera automobile, facendola vibrare e rendendone l’uso problematico se non pericoloso. Fino a quando ad un certo punto le cose non funzionano più né bene né male.

 

Benissimo! Tutto l’aggregato della nostra forma, a dispetto di ciò che ne pensiamo, è quindi soggetto ad una forza di attrazione che attira in maniera polare inversa tutto quello che gli serve per manifestare le caratteristiche di quella forma. Insieme a ciò nasce e si rende disponibile tutto quello che serve per far funzionare quell’aggregato. Anche se dal punto di vista di chi osserva quell’aggregato è storto, brutto, o gli manca qualcosa. Fino a quando quell’aggregato è in grado di muoversi, attraverso di lui scorre la vita e si producono cose, effetti, fatti e situazioni. Trasferiamo tutto ciò nel nostro quotidiano e nella nostra situazione attuale nella quale tutti gridano “aiuto, aiuto”, “fate questo, fate quello”, “correte qui, correte là” perché stiamo tutti per morire oppure dobbiamo salvarci. Il che per quanto noi osserviamo è vero, ma per quanto riguarda lo scopo di tutto quanto questo produce siamo lontani molto più di anni luce dal comprenderne ragioni e scopo.

 

Siamo completamente da un’altra parte, completamente persi, fuori strada.

 

Tanto è vero che qualunque cosa si metta in atto le forme che devono cessare di esistere cesseranno comunque, esattamente come accade nell’universo ai pianeti, alle stelle o altri corpi celesti, che quando devono collidere o sparire, semplicemente spariscono o collidono senza che nessuno si preoccupi del loro destino e delle conseguenze per tutti i corpi celesti rimanenti. La vita scorre continuamente attraverso le forme, ma le forme non sono eterne, servono temporaneamente all’economia funzionale del quadro generale perché si generi continuamente quello che serve per conseguire lo scopo di tutto questo. E poco alla volta arriveremo a comprenderlo.

 

A comprendere sia lo scopo, sia le modalità attraverso le quali conseguirlo.

 

Ho fatto un salto galattico da quello che ho evidenziato la scorsa volta scendendo alla nostra realtà corporea. Poco per volta recupereremo tutto lo spazio e le fasi intermedie poiché è strettamente necessario comprendere, nella sua interezza, il processo che porta a tutto ciò, altrimenti ci troveremo nuovamente, come ora, ognuno separato e racchiuso in una convinzione personale, artificiosamente sostenuta, completamente avulsa dall’idea originale. È così importante la legge di gravità e polarità in relazione alla nostra forma perché sappiamo che essa continua ad esistere anche quando la nostra forma non vive più, almeno per un certo tempo, poiché in essa non scorre più la vita come prima. Sembra sempre la stessa forma di un istante prima ma non si muove più e non ha più niente da fare. Noi diciamo quindi che quella forma è morta. Non ha più ragione di essere. Perché sia possibile rendere parzialmente autonoma, mettere in movimento e quindi dare la possibilità che essa compia un lavoro (lavoro = forza x spostamento) occorre che ad una forma sia data la forza di compiere uno spostamento. Solo se quella forma può muoversi, spostarsi, essa può compiere un lavoro inteso come qualsiasi tipo di attività anche solo di pensiero (in alcuni casi particolari si dice “non ho più nemmeno la forza di pensare”).

 

Quindi come avviene che la nostra forma cominci a funzionare e agire con un certo grado di autonomia subito dopo il momento del parto?

 

Poi, se ne avremo strumenti e possibilità, ci occuperemo di cosa avviene prima del parto e ancora prima del concepimento. Ci arriveremo per gradi.

 

Quando una forma umana nasce, noi la riconosciamo immediatamente come un essere umano. O così crediamo.

 

Ma è proprio così?

 

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prosegue nei prossimi articoli …

 

foto e testo

pietro cartella

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Articolo pubblicato il 17/07/2022