L’Italia tentenna, ma l’Europa non ride

Le scelte che rischiano di travolgerci, senza che neppure ce ne accorgiamo

Anche ieri, gli smandrappati del M5S hanno monopolizzato l’informazione con i loro contorcimenti verbali. Non è pervenuta una legittima critica al governo, come in tanti, ed anche noi di Civico20News, nel tempo, abbiamo formulato, motivandola, ma solo difesa di riprovevoli interessi di scansafatiche.

Intanto Giuseppe Conte si sta beatamente avviando al suicidio politico e non ci commuoviamo neppure. Ad oggi, non è dato concretamente intendere quel che capiterà prossimamente. Si avanzano più ipotesi, ma basiamoci su elementi concreti, quando si presenteranno.

Anche la Francia non ride. Non sono pervenuti gli effetti post elettorali e quali saranno i provvedimenti salienti del neo governo. Compromessi, scontri con le opposizioni o confonti costruttivi?

Meglio stendere un velo pietoso sulla Gran Bretagna, sulla discussa figura del premier dimissionario con il contorno di scandaletti sessuali e non. Dai singoli Paesi, senza tralasciare il dopo Merkel, con non pochi problemi, giriamo lo sguardo sconsolato all’Europa.

I limiti dell’azione comunitaria li abbiamo già ampiamente trattati in un recente passato. Ma entriamo nel particulare.

Soffermiamoci sulla guerra scatenata da Putin in Ucraina. E’ fuor di dubbio che ci troviamo di fronte a uno di quegli episodi sconvolgenti che, per loro stessa natura, mutano il corso della storia, fanno saltare paradigmi e configurano un mondo con assetti diversi. Soltanto i ciechi non vedono che sulla pelle delle popolazioni ucraine si stanno imbastendo nuovi terreni di conflitto tra le potenze di Washington e di Mosca.

Si vanno delineando nuove zone di influenza e si misurano le strategie egemoniche di un mondo non più bipolare tra Occidente ed Oriente, con la Cina di Xi che avanza come un rullo compressore conquistando nuovi spazi economici a cominciare dal continente africano, dopo aver attirato finanze e industrie dal primo nel segno del turbocapitalismo, comprimendo diritti e libertà al suo interno.

In questo turbillon di squilibri ed equilibri nuovi non ancora del tutto definiti, l’Europa è come un vaso di coccio fra vasi di ferro. Sconta gli errori e le incertezze del passato. Paga lo scotto di essere una entità indefinita nella sua dimensione politica e appena abbozzata sul piano della convergenza economica e finanziaria. Per non parlare del profilo sociale, di quell’Europa sociale e del Popoli, tante volte evocata, ma mai concretamente attuata.

Ora che la guerra ha messo tutti con le spalle al muro e fatto emergere i limiti di un’Europa che è tutto fuorché federale, una aggregazione di Stati e di Nazioni che faticano a trovare una identità comune, avendo ognuno la sua e l’una diversa dall’altra, a Bruxelles si cerca di correre ai ripari.

Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire. La storia è piena di accadimenti improvvisi e inaspettati che possono cambiarne il corso. In queste circostanze, però, bisogna avere il coraggio di ripensare il modello, di mettere in discussione le cose che non vanno e calibrare un progetto che sia credibile e funzionale, un progetto, per così dire, “rivoluzionario”.

Prendiamo la globalizzazione. La pandemia, prima, e la guerra nel cuore del nostro Continente, ora, hanno mostrato i suoi limiti. Per milioni di uomini, in Europa e fuori dall’Europa, è diventata insopportabile.

Aumento delle diseguaglianze, pauperizzazione e precariato, intensificazione delle forme di sfruttamento, sia manuale che intellettuale; distruzione dell’ambiente ossia dei modi di vita che permettono la solidarietà tra categorie sociali e tra generazioni; crisi dei modelli democratici e affermazione delle autocrazie.

La globalizzazione capitalistica, pur portando progresso e benessere in molte zone del mondo, ha prodotto, in altre parti e sotto diversi profili, danni incalcolabili e catastrofi destinate a moltiplicarsi, violenze di cui si parla poco.

Con questo non si vuole intendere che se ne debba prescindere e fare a meno. Non è possibile. I popoli europei, e non solo loro, non hanno alcuna possibilità di collocarsi fuori dalla globalizzazione. Il processo è irreversibile, comunque la si pensi. E’ un processo che appartiene alla storia dell’umanità. Un processo che si basa sulla forza propulsiva del capitalismo, che ne determina le principali caratteristiche attuali e, insieme, gli effetti contraddittori.

 

Su questo, su tali contraccolpi va appuntata l’analisi. Per concludere che bisogna ripensare il modello Europa, costruire un’altra Europa, una entità politica che sia solidale e democratica capace di agire nella globalizzazione stessa, e sulla globalizzazione.

 

Un’Europa che cambi il modo in cui il mondo è globalizzato. Ne consegue che per adempiere a questo ruolo e centrare l’obiettivo, L’Europa deve cambiare profondamente se stessa, ripensare “le strategie di protezione dei rapporti sociali delle sue popolazioni e regolare i processi di circolazione e di trasformazione, del locale e del globale”.

 

La revisione dei Trattati, invocata da Draghi recentemente, è un primo importante passo. Ma non basta a configurare ancora l’architettura di una nuova Europa né è sufficiente a colmare gli effetti negativi delle tendenze del capitalismo finanziario.

Analogo discorso vale per la difesa europea. Il riarmo tedesco, sollecitato dalla guerra in Ucraina, prelude in qualche modo alla costruzione di una forza militare continentale uniforme e tecnologicamente attrezzata. Ma non si costruisce un contingente militare comune, moderno ed efficace, se prima non si costruisce una politica estera comune, un quadro finanziario omogeneo, una rappresentatività internazionale capace di parlare un solo linguaggio.

Una forza che sappia calibrare la sua presenza nell’alleanza atlantica senza doverne essere subalterna e succube. Un’Europa che sappia portare nei tavoli che contano una credibile proposta di riforma delle istituzioni internazionali, a partire dal Fondo monetario internazionale fino alla Corte di giustizia e all’Onu, ossia in quelle istituzioni che sono lo specchio di rapporti interimperialistici e di equilibrio tra potenze statali appartenente ad un’altra epoca.

Insomma, stiamo parlando di un’Europa che si affermi come potenza. E di cui sarebbe utile discutere in Parlamento.

Qui inevitabilmente si torna all’Italia. Da dieci anni, la cura dei rapporti internazionali  e con l’Unione europea è affidata a funzionari. I Governi succedutisi dopo il blitz di Napolitano, culminato con il benservito a Berlusconi, non hanno adottato una strategia che tenesse conto delle nostre  prerogative, dipendenze energetiche e dei difficili, ma indispensabili rapporti con i nostri scomodi dirimpettai del mediterraneo. Le conseguenze si sono viste amaramente  in questi mesi.

Se dopo le elezioni, vicinissime  o a scadenza naturale, non si porrà rimedio, l’Italia continuerà ad essere soggiogata dal volere delle  solite oligarchie tecnocratiche che stabiliranno quale debba essere il nostro futuro. La nostra voce, non sarà neppure flebile. Non si udirà per niente

Scenario conseguente e logico se il governo del Paese sarà affidato ad un manipolo di arruffoni, con l’ignoranza eretta a sistema.

 

 

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Articolo pubblicato il 18/07/2022