Herem, l'abbandono in mostra a Mondově (CN)
Foto di Samuele Silva

Fino al 31 luglio, sacri abbandoni fotografati da Samuele Silva e Lorena Durante

"Herem è un anatema.

Il luogo colpito dalla maledizione

diventa inviolabile ed è destinato a finire in rovina"

(www.herem.it)

Entriamo come turisti al Museo Civico della Stampa di Mondovì. Il visitatore di questa mostra si chiede subito il significato e il senso del titolo Herem. La parola è ebraica e rappresenta l’anatema che veniva lanciato contro i dissidenti, per decretarne l’oblio dalla comunità. Le origini di questa pratica si ritrovano in alcuni libri dell’Antico Testamento (in principio si trattava dello sterminio di popolazioni nemiche che ostacolavano la conquista della Terra Santa).

Deuteronomio (20,17) nomina sei gruppi che dovevano essere soggetti all'herem (usando il verbo ebraico): gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Hivvei e i Gebusei.

Il vocabolo è usato anche nel capitolo VI del Libro di Giosuè, dove Gerico passò sotto Herem. Ciò significava che doveva essere completamente distrutto, ad eccezione di "l'argento e l'oro e gli articoli di bronzo e di ferro" che dovevano andare nel "tesoro di YHWH" (Giosuè 6,19).

La mostra e il suo catalogo mostrano una serie di edifici religiosi che hanno patito una simile maledizione, lanciata dagli uomini o dalla natura. Una sorta di Herem dev’essere stato lanciato verso questi luoghi che Samuele Silva e Lorena Durante hanno sottoposto allo sguardo dell’obiettivo fotografico, mostrando gli effetti della devastazione e dell’abbandono proprio su edifici sacri, con una idea di base e una scelta ben determinata.

Nella prefazione di Piergiorgio Odifreddi si legge, fra l’altro: “La pietà del fotografo ha però lenito le ferite di questi edifici, perché ha addolcito la visione utilizzando prospettive inusuali e insolite, che distolgono l’attenzione dal degrado degli edifici rappresentati, e la concentrano invece sulle loro simmetrie. A volte si tratta di cupole viste dal basso, sostenute da muri e colonne che si stagliano in verticale e convergono in un punto all’infinito che sta in cielo. Altre volte si tratta di pareti viste dal basso, i cui pavimenti e soffitti fuggono anch’essi verso l’infinito, ma in orizzontale. Altre volte ancora, un arco si piega fino a diventare un cerchio perfetto che racchiude uno spoglio altare abbandonato. Altre volte, infine, lo sguardo si posa su teorie di banchi di chiesa vuoti, in inevasa attesa di fedeli che non esistono più”.

Le foto di Samuele e Lorena dimostrano come tutto sia soggetto all’anonimo Herem del tempo. Chiese chiuse, desacralizzate o in distruzione: sono molte e ormai fanno parte del nostro paesaggio. Com’è possibile che l’Herem si sia abbattuta sui templi, sui luoghi voluti e vissuti per la comunione con Dio e tra gli uomini? La cattedrale di Notre Dame a Parigi che brucia è diventata, non a caso, parabola della situazione della Chiesa cattolica. La documentazione fotografica offerta in questa mostra ci rende consapevoli di una vergognosa catastrofe che attenta ad una memoria preziosa per i credenti e ci priva di un patrimonio esteso e vario.

Enzo Bianchi, nella sua postfazione, si chiede se “queste chiese non potrebbero trovare uno statuto che ne continui almeno la funzione sociale e socializzante. Se non saranno più luogo per la liturgia dei cristiani, potrebbero essere luogo di silenzio, di contemplazione, di incontro per tutti, essere un canto alla bellezza per la quale sono state create, una testimonianza di cultura e di arte”.

Questa mostra è un autentico urlo dal silenzio, lanciato da chiese in rovina o abbandonate, da chiese mute; la speranza è che l’iniziativa di Samuele e Lorena sia un sasso lanciato nel mare dell’indifferenza e possa trovare una risposta, nei credenti e nelle istituzioni.

“Tutto ciò che il deserto acquista è una perdita, ciò che al deserto è sottratto è vita” (Enzo Bianchi).

Chi sono i due fotografi? Li ho cercati, li ho incontrati e conosciuti da vicino.

Lorena Durante è nata e cresciuta in un paesino cuneese di mezza montagna, da anni vive nelle Langhe. È una giovane “madamina” piemontese, educata e perbene, al punto che non la si riconosce quando si traveste da squatter nei suoi raid Urbex. La passione fotografica, scattata nel 2014, l’ha portata ad esplorare la natura paesaggistica e i concerti; negli ultimi anni si è concentrata sull’abbandono urbanistico. Le sue fotografie, ad un primo sguardo imprecise e talvolta ‘sporche’ per l’abuso del controluce, colpiscono per la luce che emanano: gli angoli fissati dai suoi scatti impressionano per la disarmonia creata da un oggetto imperfetto, ma raccontato storie con morbide nuances. Lorena ci trasmette l’impressione di oblio che regalano tante meraviglie abbandonate e quasi si riesce ad avvertire l’odore di polvere e muffa della bellezza dimenticata e nascosta dentro muri in rovina. L’incipit del suo sito www.lorenadurante.it (che porta il sottotitolo di “Stories of Decadence”) è una frase di Roberto Peregalli: "La patina, come la polvere, si deposita sulle cose. Dà loro vita. Le inserisce nel tempo. Un tavolo, una sedia, un bicchiere parlano del passato, delle mani che li hanno toccati, attraverso la pelle del tempo che li avvolge a poco a poco". A commento di un post di pochi mesi fa, ha scritto: “L’ esplorazione urbana non deve e non può essere solo la moda del momento, non è solo adrenalina e l’emozione di entrare in un luogo proibito ma deve essere qualcosa per ricordarci la storia di questi luoghi, un modo per documentare e scoprire nuove cose, anche grazie ai racconti di chi ha studiato e ricercato queste storie negli anni passati”.

Samuele Silva è nato a Imperia. Si considera piemontese di adozione, intende la fotografia come una narrazione per immagini, un tentativo anacronistico e razionale di verità, una tangente alla poesia e alle emozioni. La sua luce, apparentemente così dimessa e laterale, è umanità che cerca di trovare uno spazio, coraggio che scava sotto le macerie; sempre all’inseguimento della foto perfetta, la sua è una ricerca fredda e dura, refrattaria alla fantasia, ma sensibile alla vita. Il suo ultimo servizio fotografico, all’interno del sito www.samuelesilva.net, è accompagnato da questo commento (che ben descrive il fotografo): “Per arrivare a questa piccola cappella (purtroppo non sono riuscito a reperire nessuna informazione) è necessario percorrere (a piedi) quasi 2000 metri. Si trova ai confini di un piccolo paesino del Piemonte, nascosta nella boscaglia, in stato di grande rovina e abbandono. Un vero peccato. Sull’altare sono appoggiati tre quadri, quasi delle icone, un po’ particolari. Un’arte diversa dal solito, con tratti molto spigolosi. Osservando con attenzione ho trovato, nascosti dietro l’altare e protetti con il cellophane, altri due quadri leggermente più grandi: sulla parte posteriore di tutti si trova una piccola etichetta adesiva, con un numero di protocollo e la dicitura Muzeul Etnografic al Transilvaniei, un museo che si trova a Cluji-Napoca in Romania, 100 anni di storia (quest’anno), uno dei più grandi e importanti del paese. Questo mi ha lasciato decisamente perplesso e non sono riuscito a darmi una spiegazione plausibile. Come sono arrivati questi quadri dalla Romania? Perché si trovano in una piccola cappella abbandonata? Cosa rappresentano? Ai posteri l’ardua sentenza”.

I due fotografi hanno scritto sul sito di questa originale mostra:

“HEREM non vuole essere solo una mostra fotografica, non vuole solo raccontare distruzione e abbandono, ma vuole portare lo spettatore a riflettere su cosa sta succedendo in questi anni. L’abbandono di certi spazi è solo stato il primo sintomo di un fenomeno più grande di allontanamento dalla religione, di disgregazione del concetto di comunità, di nuove ideologie”.

E aggiungono:

“HEREM è un anatema, una maledizione, un sacrificio di un luogo o di una cosa ormai maledetta, che non si può più toccare e che deve essere votato alla distruzione completa”.

Mi sembra una conclusione perfetta. In una torrida estate di un anno senza pioggia dal cielo, con i boschi di mezza Europa in fiamme come un olocausto voluto dagli uomini, entrare nelle sale del Museo Civico della Stampa di Mondovì per guardare le foto in mostra sia una esperienza emozionale. Ciascuno ne ricaverà le sue personali impressioni (l’arte, e la fotografia è arte moderna, deve suscitare emozioni, altrimenti rappresenta il nulla), da serbare nel cuore. Un percorso nella memoria di quel che eravamo, che tutti abbiamo vissuto; un viaggio nella dimenticanza e nell’abbandono di una civiltà sempre più veloce e in cerca soltanto del profitto e del benessere immediato; una esperienza quasi metafisica che ci interroga e ci riporta alle origini della fede e del rapporto fra umano e divino, attraverso luoghi diventati paradigma dell’oblio.

Invito, quindi, ad approfittare dell’ultimo periodo di apertura di questa mostra, aperta fino a domenica 31 luglio con i seguenti orari:

giovedì e venerdì dalle 14 alle 18 (ultimo ingresso ore 17) - sabato e domenica dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso ore 18)

Mondovì - Piazza d’Armi 2/E

Qualche parola, infine, per raccontare il palazzo che ospita questa mostra dal carattere innovativo. ll Museo Civico della Stampa occupa il piano terra dellex Collegio delle Orfane, risalente al XVII secolo, sede dei padri Carmelitani Scalzi e poi Collegio delle Orfane dal 1802 fino al 1927. La storia della stampa, dall’invenzione dei caratteri mobili alla digitalizzazione, passando per la stampa tipografica e quella artistica, diventa protagonista dell’allestimento museale multimediale articolato in sei sale al piano terra, due laboratori didattici e la ricostruzione di una tipografia a conduzione familiare al primo piano.

Il Museo Civico della Stampa è identificato dalla presenza di un rombo pieno che allude alla concretezza del metallo delle macchine da stampa. Qui si possono osservare da vicino le macchine che, attraverso la diffusione della carta stampata, hanno reso possibile la rivoluzione della comunicazione.

In contemporanea alla mostra, sabato 30 luglio si svolgerà l’evento Un cielo di caratteri, laboratorio di composizione e stampa tipografica, dalle 15 alle 17.30.

Info e prenotazioni: +39 339 7491335 

info@museostampamondovi.it

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Articolo pubblicato il 27/07/2022