Edward Hopper: a 140 anni dalla sua nascita

tra malinconia e attesa, la solitudine del nostro mondo

Il 22 luglio si è celebrata la ricorrenza della nascita di un grande artista statunitense, Edward Hopper.

Nato appunto il 22 luglio del 1882 a Nyack, una cittadina nello stato di New York, Edward Hopper è considerato da gran parte della critica il più importante pittore realista statunitense del XX Secolo.

Le sue tele immortalano, come in uno scatto fotografico i nuovi spazi urbani di cittadine e piccoli borghi poco distanti da New York, descrivendone le scene quotidiane di vita americana ai primi del ‘900: assolate campagne sovrastate da cieli immobili, pompe di benzina che sembrano sorgere in mezzo al nulla, solitarie stazioni ferroviarie di provincia.

EDWARD HOPPER, GAS, 1940
Olio su tela, 66.7 x 102.2 cm
The Museum of Modern Art, New York, Mrs. Simon Guggenheim Fund

 

La vera protagonista delle sue opere, è la luce, riprodotta con grande maestria anche nelle ambientazioni di interni. È lui stesso a scrivere: «Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa».

 

Le scene d’interno sono sospese tra la luce calda e rassicurante e l’estraneità dei personaggi che vi abitano, esseri umani isolati e incapaci di comunicare tra loro, espressione emblematica della disillusione del sogno americano. Nelle sue opere il tempo non passa mai, sembra essersi fermato, in una perenne attesa in cui i volti, spesso femminili, attendono con pazienza, immersi nella quiete delle loro camere d’albergo, all’interno di un bar o alla stazione, avvolti da solitudine e mistero.

 

 Sole di mattina, 1952

Hopper ci offre uno spaccato sorprendentemente realistico della vita americana in bilico tra la grave crisi economico-finanziaria del 1929, iniziata proprio negli Stati Uniti d'America e che sconvolse l'economia mondiale con devastanti ripercussioni sociali, e la corsa sfrenata verso il progresso, tanto veloce da lasciare l’animo umano attonito, sperso, disorientato e non più integrato alla realtà che lo circonda.

L’America di Hopper descrive una società che prova a risvegliarsi dopo la recessione economica, oppressa dal divario fra le classi sociali e da quel senso di solitudine che sembra andare sempre di pari passo con il progresso. Il suo stile unico e inconfondibile, anche grazie alla semplificazione dei volumi architettonici quasi privi di profondità e all’uso di colori piuttosto piatti, è legato indissolubilmente alla “vita vera”: accanto alla rappresentazione di grandi spazi sconfinati si affiancano le persone che li abitano e ci vivono: uomini e donne completamente estranei alla realtà che li circonda, quasi alienati, come se non facessero parte della scena in cui sono calati.  Corpi irreali che esprimono solitudine e che gridano un silenzio assordante.

EDWARD HOPPER, CAPE COD MORNING, 1950
olio su tela, 86.7 x 102.3 cm
Smithsonian American Art Museum, Gift of the Sara Roby Foundation

L’opera di Hopper è oggi quanto mai moderna e attuale, forse perché quella stessa sensazione di incertezza, di disorientamento che traspare dalle sue tele, è la stessa che proviamo noi oggi, in un momento in cui, tra pandemia, guerra, siccità, povertà e chi più ne ha più ne metta, il mondo costruito con fatica e sacrifici dai nostri nonni, sembra tornare indietro e caderci addosso.

Non ci resta che immergerci nella bellezza per cavalcare l’onda di questo periodo dominato dalla paura pensando che forse Dostoevskij aveva ragione: “la bellezza salverà il mondo”.

 

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Articolo pubblicato il 26/07/2022