Elezioni. Intesa nel centrodestra: chi prende più voti indica il premier

L’opzione Meloni

Dopo l’ossessiva richiesta di elezioni anticipate sciorinata da anni, a destra come a sinistra, ora i partiti rischiano di trovarsi con il cerino in mano, anche a causa del tempo ristretto, senza aver individuato i confini delle coalizioni, il nominativo del presidente del consiglio in pecore e, soprattutto i programmi, con la crisi energetica che ci sovrasta ed il bisogno di concretezze.

Nel centrosinistra, i “lavori sono ancora in corso”, ma si litiga e si cerca di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa pur di impedire al centrodestra di vincere, mentre nel centrodestra si inizia a stabilire alcune regole in vista delle elezioni del 25 settembre, dopo la defezione di parti significative di Forza Italia e qualche malumore nella Lega, per l’impostazione “destra centro” della coalizione.

Dopo un vertice di coalizione durato quattro ore, a Montecitorio, i leader del centrodestra hanno trovato la quadra sulla premiership. A indicare il premier sarà il partito che prenderà più voti tra Lega, FdI, FI e centristi, che si presenteranno alle elezioni del 25 settembre col proprio simbolo e l'indicazione del capo politico.

«La squadra sarà compatta», ha assicurato Matteo Salvini. Intesa anche sulla ripartizione dei candidati nei 221 collegi uninominali che prevederebbe 98 seggi a Fratelli d'Italia, 70 alla Lega, 42 a Forza Italia-Udc e undici ai centristi di Noi con l'Italia e Coraggio Italia.

Fratelli d’Italia, seguendo i sondaggi, fa la parte del leone ed è prevedibile che l’indicazione dl premier sia di sua scelta, dopo le elezioni.

Questo rappresenta il primo punto debole. Dopo le polemiche sui presidenti del consiglio non votati sin dal 2011, i partiti, dileggiano i cittadini e non cambiano impostazione.

Sarebbe stato preferibile che dalla coalizione fosse emerso il nome di una personalità adeguata alle emergenze del Paese, così l’elettore avrebbe potuto compiere una scelta elettorale adeguata e consapevole.

Questa lottizzazione a scatola chiusa è disgustosa.

Se, come da previsione, vincesse le elezioni il centro destra e FdI risultasse il primo partito, rischieremo di ritrovarci, per equilibrio di correnti, presidente del Consiglio un Lollobrigida o una Montaruli qualunque, alla faccia dei vituperati Conte e Draghi.

Questa è la demagogia dei mestieranti della politica che per riempire caselle seguono le orme di Caligola.

D’altronde la protervia di FdI la vediamo ogni giorno al Consiglio Regionale del Piemonte ove questi giannizzeri hanno pure denunciato al Tar la democratica elezione del Presidente Stefano Allasia della Lega, per polemiche di bassa cucina, volte all’accaparramento delle seggiole.

Poi andremo ad analizzare i programmi, appena saranno noti.

Si tornerà alle frasi fatte o si punterà a risolvere i  problemi  basilari del Paese?

La Meloni, punterà ad impostare l’autonomia energetica o nottetempo si recherà a Piombino per ottenere i favori di coloro che non voglio il rigassificatore in rada? Questi sono interrogativi non da poco che potranno, se risolti orientare il voto dell’homo sapiens.

Oggi è un giorno amaro per Enrico Letta, che non ha perso tempo per commentare sarcasticamente l’esito del vertice di centrodestra: «Oggi è un giorno importante per la storia e la politica italiana perché Berlusconi e Salvini hanno deciso di consegnarsi definitivamente nelle mani di Meloni».

La verità è che ora il segretario del Pd, per limitare le perdite nelle urne, sarà costretto a imbarcare tutti, porci e cani e dovrà chinare il capo anche con il leader Cinque Stelle, Giuseppe Conte, cercando in extremis un accordo anche con lui, onde evitare di soccombere in quasi tutti i collegi uninominali, il che preluderebbe a una vera dèbacle per il suo partito e il suo schieramento.

Ci occuperemo di Letta, senza pregiudizi, quando le bocce saranno ferme e si potrà capire qual è l’esito finale delle sue scelte.

Giorgia Meloni è sta pesantemente attaccata dalla stampa internazionale, per l’origine del suo partito. FdI nasce come partito postfascista - che, anzi, rifiutava, la scelta moderata di Fini -, ed è chiaro che ci siano molte perplessità, a fronte della biografia del partito.

Oggi FdI comprende ancora una minoranza legata a nostalgici del Ventennio, o addirittura  sacche di estremisti che ancora si annidano all’interno, che in più occasioni hanno preso le distanza da Crosetto e dalle new entry con un passato orgogliosamente democratico.

Anche il recente caso scoperchiato da un giornale del "Barone Nero", Roberto Jonghi Lavarini, e della sua cricca di nostalgici, legati politicamente all’europarlamentare Carlo Fidanza, a cui spettava il delicato compito di tessere la rete conservatrice in Europa, porta acqua al mulino di quanti vogliono mettere nell’angolo Meloni. Che è stata invece capace di favorire l’evoluzione del partito, ma non al punto di effettuare il repulisti necessario. 

Meloni non potrà governare infischiandosene di questi segnali contro la sua persona e il suo partito. Pesa sull’Italia ancora l’onta di nazione  sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Se alle prossime elezioni dovesse vincere - non il centrodestra - ma il destra centro, con FdI che fa l’en plein, mentre la leader si circonda di qualche improbabile reduce di Predappio, tempo un mese, e tramite spread e, dulcis in fundo, una bella “lettera di Trichet”, la “patriota” verrebbe messa alla porta.

Meloni però può vincere e governare: dipende da lei. Ma deve fare scelte coraggiose. Non candidare i nostalgici e, invece, puntare sull’ampia comunità di conservatori che è incubata in alcune fondazioni e associazioni parallele a FdI, ma che il partito si è sempre guardato bene di cooptare.

Meloni poi avrà bisogno di un centro liberale forte. L’area di Giorgetti e, ancora di più, Forza Italia, con il suo solido ancoraggio al Ppe. Utili potranno essere i partiti di centro che guardano a destra, come l’Udc

Al centrodestra in generale servirebbe un federatore, oggi che  anche Salvini non gode di ottima salute. Una figura terza, con ancoraggi a Bruxelles e Washington, che garantisca quei mondi che non si fidano di Giorgia, che potrebbe ritagliarsi il ruolo di vicepremier.

Insomma, se a destra prevarrà la lamentazione “è il popolo che vuole Giorgia Meloni, andiamo avanti con lei”, c’è il rischio che, anche questa volta, il centrodestra fallirà. Se si supera la fase delle doléances contro le regole Ue, e si propone un governo di centrodestra che garantirà gli equilibri indispensabili, con persone di alta caratura democratica e non in orbace, Meloni ce la potrà fare.

Attendiamo di leggere i punti significati del programma e l’impegno dei segretari sui temi imprescindibili, per capire se  il centrodestra appare lanciato verso il successo elettorale.

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Articolo pubblicato il 29/07/2022