Brevi riflessioni su un tema di cui si parla molto, forse troppo

Così ragionando, però, si genera soltanto confusione nel povero elettore

Si scrive e si parla spesso di un partito di “centro”, che non c’è ma ci dovrebbe essere, per impedire la vittoria elettorale della destra o della sinistra. Normalmente per centrista si intende un politico capace di moderazione rispetto ai due estremismi ricordati: né troppo liberista né troppo statalista, né troppo legato ai principi antropologici né troppo laicista, insomma in tutto un moderato.

Così ragionando, però, si genera soltanto confusione nel povero elettore. Per esempio, oggi un fautore di una politica centrista è Carlo Calenda, con il suo nuovo partito Azione (che fra l’altro sembra ispirarsi al Partito d’Azione), alleato con Emma Bonino e i radicali: un centrista moderato anche in tema di vita e famiglia?

La realtà è che anche in questo caso, per andare all’origine del significato della parola “centrismo”, bisogna tornare all’inizio della modernità, quando la politica si divise in diversi partiti ideologici, ognuno dei quali aveva un progetto alternativo di società. In ogni manuale di storia delle dottrine politiche, infatti, si può leggere come a partire dalla Rivoluzione del 1789 nascano in Europa quei partiti moderni che si contenderanno il potere per i due secoli successivi.

Essi danno inizio a un processo di distacco da un modello di società non ideologico, cioè inventato dall’uomo, ma fondato su principi validi sempre, seppure adattabili alle diverse situazioni storiche. Per fare un esempio: la famiglia è sempre e solo quella fondata sul matrimonio per sempre di un uomo e una donna aperti alla vita, anche se può avere un ruolo sociale diverso in contesti storici differenti.

Insomma, con il 1789 ci si comincia ad allontanare sempre più da un ordine sociale stabile fondato su valori perenni e si innesta un conflitto fra le diverse ideologie che si allontanano progressivamente da quell’ordine originario. Nascono partiti liberali, democratici, socialisti, comunisti che si combattono per conquistare il potere, radicalizzando sempre di più i loro obiettivi. In questa corsa verso posizioni sempre più radicali, ci sono quelli che rimangono indietro, oggi li chiameremmo moderati, che diventano di fatto “di destra” nel quadro politico, anche se originariamente erano considerati di sinistra.

L’esempio tipico sono i girondini, ovvero i liberali del 1789, certamente rivoluzionari all’origine, in quanto contrapposti a chi voleva che la Francia rimanesse cattolica e monarchica, ma presto diventati di “destra” o moderati rispetto ai rivali “giacobini”; anche questi ultimi diventeranno in qualche modo centristi, perseguitando come estremisti i seguaci di Hébert, proto-comunisti, e contemporaneamente alcuni “girondini” considerati moderati, come Danton.

In questo arco di partiti, dalla destra (e alle false destre) alla sinistra, nasce l’idea del Centro, cioè di chi si colloca sempre più o meno a metà strada tra le richieste radicali della sinistra e chi vi si oppone. Si tratta di una posizione politica sostanzialmente ambigua, a metà strada fra chi afferma ideologie antiumane e chi vi si oppone, come se il bene comune non prevedesse valori perenni e principi irrinunciabili. Insomma, è come se un centrista dicesse a uno di sinistra “hai ragione, ma non troppo”, oppure “vuoi tutto e subito, ma se avessi solo un poco di pazienza …”, e invece dicesse a chi si oppone in nome di principi naturali e perenni: “sei esagerato, il mondo non può stare fermo, al male bisogna pur concedere qualcosa”.

In Italia (e in Germania, altrove molto meno) il Centro si è incarnato in partiti politici di ispirazione cristiana già nel secolo XIX, ma soprattutto nei partiti arrivati al governo nel secondo dopoguerra. In realtà, di centro in Italia si comincia a parlare soltanto dopo la nascita del centro-sinistra, negli anni Sessanta, quando vengono “inventati” gli opposti estremismi, costituiti da un pericolo fascista, che non aveva nessuna consistenza, e dal pericolo comunista, invece reale, rappresentato dal Pci e, dopo il 1968, dai gruppi extraparlamentari di sinistra.

In realtà, il Pci non avrebbe potuto accedere al governo perché l’Italia era un Paese facente parte dell’alleanza della Nato, se non cercando di conquistare il potere reale nel Paese attraverso una penetrazione culturale nelle diverse realtà sociali, secondo la strategia già teorizzata da Antonio Gramsci prima di tentare un suo coinvolgimento nel governo del Paese, come cominciò ad avvenire negli anni dei governi di “solidarietà nazionale”, fra il 1976 e il 1979: fu il cosiddetto “compromesso storico” fra Pci e Dc, che peraltro finì con le elezioni politiche del 1979 per decisione del segretario comunista Enrico Berlinguer.

Ma anche per valutare l’opera della Dc, il partito di centro forse più studiato nel mondo, bisogna risalire alle origini della presenza cattolica nella storia italiana dopo l’Unità. Il movimento cattolico ha rappresentato fino all’avvento al potere del fascismo nel 1922 la vera e unica opposizione a quel processo rivoluzionario che ho cercato di descrivere succintamente, rappresentando il “Paese reale” contro quello “legale”: era quello che Giovanni Spadolini ha descritto nel suo libro L’opposizione cattolica.

Dopo la Seconda guerra mondiale e la fine dei fascismi, i cattolici governeranno l’Italia attraverso quella componente del movimento cattolico chiamata “democratico-cristiana”, sorta alla fine dell’Ottocento con alcune figure, anche molto diverse fra loro. La Dc che prese la guida politica del movimento cattolico (sebbene non ufficialmente) era certamente un partito di centro che guardava a sinistra, secondo la definizione attribuita ad Alcide de Gasperi, ma il suo elettorato e gran parte dei suoi quadri intermedi provenivano dall’Azione Cattolica e dai Comitati Civici di Luigi Gedda, fondati in vista delle elezioni del 18 aprile 1948, che rappresentavano il mondo cattolico, al quale si alleò quel mondo conservatore e anticomunista che scelse la Dc come diga per frenare la possibilità dell’avvento al governo del Fronte Popolare socialcomunista.

Questa è la fotografia della realtà di quanto avvenne alle elezioni politiche del 18 aprile 1948: un Paese ancora sostanzialmente cattolico e conservatore che, grazie in particolare all’impegno di Papa Pio XII e dei Comitati Civici, riuscì a mobilitare il Paese e fare votare plebiscitariamente la Dc, affidandosi a un partito che portava questo patrimonio elettorale al servizio di obiettivi politici sempre più orientati a sinistra, salvo alcuni episodi, come l’operazione Sturzo del 1952 e il governo Tambroni del 1960, che peraltro non riusciranno a far invertire la rotta al partito.

Concludo tornando al nostro tema d’origine, il Centro, che sembra oggi conoscere una nuova attenzione, forse più mediatica che sostanziale. Esso mi sembra un “non luogo”, cioè qualcosa che non esiste in politica, e non solo oggi, con la vigente legge elettorale che costringe a schierarsi in uno dei due poli se si vogliono vincere le elezioni.

Rifiutare gli estremismi, cercare la moderazione, sono virtù umane che ogni uomo dovrebbe perseguire, che nulla hanno a che fare con le ideologie e i programmi politici, se non per il modo di presentarli e incarnarli. Oppure, e sarebbe molto più grave, la resurrezione di un ipotetico Centro nasconde un intento politico-ideologico, come avvenuto durante la Prima Repubblica, quando il partito di ispirazione cristiana ha fatto una politica di sinistra con il voto dei conservatori.

Marco Invernizzi

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Articolo pubblicato il 03/08/2022