Baravalle: “Le elezioni abbiano meno parole d’ordine e più ordini di priorità”

I provvedimenti pratici assunti negli ultimi decenni hanno prodotto applicazioni opposte ai principi evocati.

Luca Baravalle, imprenditore agroalimentare e presidente di una fondazione giuridica sociale: “Termini come ripresa e sviluppo saranno anche stavolta i più ricorrenti, ma la storia degli ultimi decenni insegna che i provvedimenti pratici assunti hanno prodotto applicazioni opposte ai principi evocati”.

Dunque si torna a votare. Campagna elettorale sotto il solleone delle emergenze climatiche, energetiche e sociali, con pochi ombrelloni aperti se non quello dello scudo anti-spread targato BCE che dovrebbe mettere, almeno per i mesi a venire, una toppa sul rischio di esplosione degli interessi passivi sul debito pubblico.

Ci si prepara, per la prima volta dopo 103 anni, a una serie di comizi estivi che preluderanno al voto autunnale per il prossimo Parlamento, mentre il dimissionario governo Draghi si occuperà degli affari correnti italiani - che molto correnti non sono, considerata la necessità di non bucare le scadenze ravvicinate del Pnrr e di non perdere le prossime rate di fondi europei - sino alla fine di ottobre.

Le imprese guardano allo scenario politico, apertosi con la caduta dell’esecutivo dell’ex governatore della Eurotower di Francoforte, con un misto di attesa, apprensione e legittima impazienza per quelle che saranno o dovrebbero essere le proposte di merito di candidati, liste e coalizioni sui temi della crisi e sugli strumenti da opporre alle prevedibili difficoltà autunnali. Difficoltà che nel concreto riguarderanno, ancora una volta, il sistema delle aziende e il mercato del lavoro.

Dr. Baravalle, il governo è politicamente capitolato sui capitoli della ripresa e dello sviluppo: inesistenti secondo chi ne ha provocato le dimissioni, ben presenti nell’agenda ministeriale secondo il Premier ora in carica per gli affari correnti. Chi ha ragione?

Non è questione di attribuire colpe specifiche, il punto è un altro. Sono decenni che si sentono le stesse parole d’ordine: ripresa, sviluppo, coesione, solidarietà, ma a mancare sono gli ordini di priorità.

Il dato finale è sotto gli occhi di tutti: sulla base delle parole forti di cui sopra, o in nome di esse, si sono alternati o susseguiti in ogni legislatura parlamentare una moltitudine di provvedimenti, alcuni senza dubbio pure condivisibili, ma la cui applicazione effettiva ha prodotto risultati, magari involontari, opposti ai principi evocati. Questo perché il quadro nel quale venivano declinati non era coerente in origine.

È sufficiente consultare le statistiche degli stessi uffici legislativi di Camera e Senato così come dei più apprezzati e autorevoli centri studi: per ogni atto normativo di agevolazione o di semplificazione, vi sono stati uno o più atti di aggravio o di complicazione, e ciò è avvenuto in maniera trasversale. Per questo torno a ribadire: meno parole d’ordine , che tanto oramai tutti conosciamo, e più ordini di priorità”.

Questo quanto incide sulla crisi dell’impresa e del lavoro?

Moltissimo. Pensiamo al tema delle dinamiche salariali. Noi, a capo di imprese sane chiamate ogni giorno a salvaguardare i mercati nazionali e a cercare di crescere con la nostra qualità e professionalità su quelli esteri, siamo i primi a volere che il potere d’acquisto delle famiglie migliori, ma pure qui non si può pensare di procedere per parole d’ordine. Un tavolo per reggersi ha bisogno di almeno tre pilastri o di un unico pilastro ma su una base molto ampia. Le economie che funzionano meglio non sono quelle dove i problemi non esistono, perché qui entreremmo nel campo dell’utopia, ma sono quelle dove non si ragiona per parole d’ordine, e dove i provvedimenti statali agiscono come camera di compensazione per sostenere il potere d’acquisto dei salari in maniera inseparabile dal sostegno alla competitività di molte imprese che oggi sono a rischio fallimento, anche se questa parola è stata formalmente abolita dal nostro ordinamento dallo scorso 15 luglio, perché devono farsi carico di ogni genere di extra-costo pubblico e privato. Simili stanze di compensazione non sono mai a saldo zero, ma accrescono il valore aggiunto a beneficio di tutti quanti sono coinvolti nel procedimento di produzione di un bene o servizio.

Esempi di parole d’ordine che sentiamo?

Dire: introduciamo il salario minimo perché le imprese sono a prescindere tutte disoneste verso i propri lavoratori. Oppure: continuiamo a mantenere certi sussidi, a prescindere dalla loro effettiva capacità di fare incontrare domanda e offerta di lavoro, altrimenti milioni di persone resteranno povere per sempre. Ecco: queste parole d’ordine hanno dimostrato che le soluzioni non si sono trovate e i problemi sono rimasti come e più di prima.

Alla link campus University, dove alcune settimane fa ho avuto come relatore il privilegio di interloquire con alcuni tra i massimi esperti di economia, finanza e Istituzioni, ho ribadito che il solo termine in grado di farci passare dalle parole d’ordine agli ordini di priorità, è la formazione: formazione per mantenere aggiornate le competenze di chi è lavoratore, ma anche di chi è imprenditore e di chi aspira a esserlo. Se intorno a questa parola viene fatta ruotare l’intera galassia degli interventi pubblici, molte delle attuali disfunzioni si risolveranno da sole, o la loro risoluzione verrà comunque spianata.

Quindi la cultura del sussidio va progressivamente abbandonata?

Bisogna intendersi sul significato dei termini e sulla loro contestualizzazione. Oggi si tende a dire: siccome è il sistema pubblico privato a non funzionare, e a non garantire il sostentamento dei redditi da lavoro o da impresa, allora mettiamo un sussidio. Lo scenario di fondo però non è stato corretto né migliorato, anzi si crea in parecchi casi un effetto boomerang perché l’introduzione di un sussidio legittima, come a volte è successo, un taglio ulteriore alla generalità dei pubblici servizi. Invece urge, come ho proposto, passare da uno Stato dei sussidi a uno Stato delle sussidiarietà.

Sembra una dizione difficile ma non lo è affatto: il sussidio serve a riallineare una situazione di svantaggio agevolandone la ricollocazione all’interno di un’economia sociale fondata sulla formazione e sulla specializzazione. Diversamente, in una realtà fondata sulla burocratizzazione di ogni aspetto lavorativo o aziendale, il sussidio è un boomerang che aumenta il disallineamento, diventando un’altra parola d’ordine.

 

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Articolo pubblicato il 04/08/2022