La strage di Villarbasse (TO) e l’ultima condanna a morte emessa in Italia

Il più efferato delitto dell’epoca, fece slittare l’abolizione della pena di morte, poi eseguita a Torino otto mesi dopo

Alle ore 7:45 del 4 marzo 1947, al poligono di tiro delle Basse di Stura di Torino, un plotone di esecuzione, formato da poliziotti della città di Torino eseguì le ultime condanne a morte eseguite in Italia.

Il caso è di particolare rilevanza, sia per il terribile svolgimento del crimine compiuto nel comune di Villarbasse (TO), il 20 novembre 1945, dunque nell’immediato dopoguerra, sia per essere stato l’ultimo ad essere ufficialmente punito con la pena capitale in Italia. Infatti, la decisione di abolire la pena di morte era già stata presa nel 1946, ma a causa di questo crimine, sarebbe entrata in vigore soltanto il 1º gennaio 1948.

La fucilazione dei responsabili di quella che ancora oggi, parlando con gente della zona, viene ricordata come la “strage del pozzo”, fu eseguita nel 1947, rimanendo l’unica di quell’anno e l’ultima di origine penale, nel nostro Paese. Lo scalpore diffuso dalla crudeltà del delitto spinse l’allora Presidente Enrico De Nicola a rifiutare la grazia. Lo sdegno e la rabbia dell’opinione pubblica suscitati dall’evento furono fortissimi e tuttora presenti nella memoria popolare. Non avrebbero tollerato il perdono.

Essendo stato cittadino di Reano una ventina d’anni fa (paese attiguo di Villarbasse), anche chi scrive fu colpito dai racconti di qualche maturo cittadino della zona che era presente a quel tempo e a quei fatti. In particolare ricordo un vicino, certo Prof. Vergnano, vero  atlante storico di questi e altri eventi, quindi i gestori di un antiquato bazar e quelli di una panetteria, che narrando in piemontese stretto, erano ancora infervorati come se il delitto fosse stato appena consumato.

Il fatto

Il crimine era avvenuto nella cascina Simonetto, poco al di fuori di Villarbasse dove, nel corso di una rapina erano state massacrate a colpi di bastone ben dieci persone, quindi gettate a morire dentro una cisterna adiacente alla cascina.

I responsabili della strage furono quattro immigrati siciliani provenienti da Mezzojuso, valore aggiunto alla rabbia popolare piemontese, già di per sé contraria e ostile verso un fenomeno migratorio dalla Trinacria che, sull’onda della guerra, non aveva spinto verso nord il meglio della gente siciliana.

Secondo i racconti e le cronache dell’epoca, i quattro malviventi fecero irruzione nella cascina all’ora di cena, mentre a capotavola sedeva l’avvocato Massimo Gianoli, di anni 65, benestante dirigente dell’Agip, noto come una gran brava persona. Con lui stanno cenando rispettivamente: il mezzadro Antonio Ferrero e la moglie Anna Varetto; Renato Morra, genero di Ferrero, diventato padre da poche ore; la cameriera Teresa Delfino; il bracciante Marcello Gastaldi; Fiorina Marfiotto e Rosa Martino; i due mariti Gregorio Doleatto e Domenico Rosso.

Un bambino di due anni dormiva in una stanza accanto.

In quel mentre entrarono i rapinatori, mascherati e armati di rivoltella. Sarebbe stata una rapina come altre, frequenti in quei tempi di fame e povertà, invece pare che fu Rosa Martinoli a riconoscere un bandito. Avrebbe fatto bene a stare zitta, poiché vistosi scoperti, i rapinatori portarono tutti in cantina, bastonandoli senza pietà per poi buttarli in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana (a quel tempo l’acqua si rispettava anche così). Come risulterà in seguito, quando furono gettati nell’acqua, molti malcapitati erano ancora vivi.

Solo il bimbo fu graziato dai criminali, ritenuto troppo piccolo per smascherarli.

Quindi, i quattro assassini, rispettivamente: Francesco La Barbera; Giovanni Puleo; Giovanni D’Ignoti e Pietro Lala (quest’ultimo il basista, riconosciuto perché aveva lavorato nella cascina), eseguita la strage, approfittarono della cena e dopo aver rubato formaggi e salumi, scomparvero con un bottino di L. 48.000 ciascuno e oggetti di poco conto, malloppo ben inferiore a quello che erano certi di trovare a casa dell’avvocato.

Il giorno seguente fu il pianto del bimbo ad attirare l’attenzione. Dopo le prime ipotesi di rapimento, all’ottavo giorno della strage i corpi furono scoperti nel pozzo. Dalle cronache, le prime indagini svolte dalla polizia alleata portarono a indagare verso ipotetici intrecci di vendette partigiane, poiché la zona era stata teatro di scontri e di feroci rastrellamenti durante le ultime fasi della guerra.

Falsa pista presto accantonata quando un caparbio investigatore dei Carabinieri di Venaria collegò ai fatti un minuscolo indizio: il ritrovamento di una giacca insanguinata con la scritta “Caltanissetta”, mettendo gli inquirenti sulle tracce di una banda siciliana, fino all’arresto di Giovanni D’ignoti, l’unico rimasto a Torino, quindi di La Barbera e di Puleo.

Pietro Lala, che si era imboscato in Sicilia sotto il falso nome di Francesco Saporito, fu trovato ammazzato al suo paese d’origine, probabilmente giustiziato dalla gente del posto che lo aveva soprannominato: “malacarne”, o per altre questioni di faide mafiose. Il motivo non fu mai chiarito, più interessante era stato il risultato.

Trasferiti alle Carceri Nuove di Torino, i tre assassini rimasti furono quindi condannati a morte il 5 luglio 1946. Dopo un’ultima sigaretta e frasi inneggianti all’indipendenza della Sicilia, la fucilazione del 4 marzo 1947 venne eseguita da 36 agenti, 18 dei quali con carabina caricata a salve, presenti moltissimi giornalisti tra cui Giorgio Bocca.

Per la sua efferatezza e il resto, la strage di Villarlbasse è ben rintracciabile sul Web, romanzata in più di un libro noir, riportata dal giornalista Gianfranco Vernè nel libro: “Vola colomba” ed è stata oggetto di altrettanti filmati rintracciabili su YouTube, tra cui:

https://www.youtube.com/watch?v=fYaRMQ9t6mA

L’eco di quella strage è ancora vivo tra le colline della bassa Val Sangone. Nel corso di una cerimonia alla memoria presso la cascina Simonetto, avvenuta nel 2021, sul luogo del delitto è stata riposizionata la pietra originale che copriva la cisterna.

Ma c’è  sempre un però: a guerra finita, dopo la mattanza di esecuzioni del 1945, sancite da iimprovvisati tribunali speciali gestiti da capi partigiani (molti dei quali sarebbero diventati  leader politici), il giorno dopo la fucilazione eseguita a Torino, a La Spezia, il 5 marzo 47, furono giustiziati tre uomini per delitti di stampo fascista risalenti alla guerra e alla Repubblica di Salò. Fatto poco divulgato, legato più al filone ancora in corso della resa dei conti, dopo la terribile guerra civile, piuttosto che alla cronaca, ma in termini di tempo, sarebbe quella da valutare come l’ultima esecuzione. 

Documentazione fotografica del Web, sulla cronaca dei fatti

 

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Articolo pubblicato il 04/08/2022