Una vita guidata da un pilota automatico …

… verso uno schianto inevitabile, doloroso ma utile!

Quanto segue si riferisce all’incontro n° 64 del 23.11.2021 che è stato suddiviso in 10 articoli. Questo è il n°8.

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Molti di noi sono quasi del tutto convinti che si possa creare nel mondo una situazione stabile intorno a principi condivisi e giusti.

 

E molti si sforzano in tal senso per ottenerla. Questi sforzi però risultano pressoché vani in quanto non tengono in considerazione che la vita è un cambiamento continuo sulla base della legge di attrazione polare inversa e quindi una condizione stabile di qualunque tipo non è possibile, a meno di provocare conseguenze inevitabilmente disastrose nel processo vitale di ogni cosa o essere vivente. Cambiando le condizioni al contorno di qualsiasi cosa o situazione sono di conseguenza costrette a cambiare anche le relazioni con e tra chi vive in tale ambiente ed infine, volente o nolente, anche l’essere umano, in modo da permettere a ciascun essere vivente di adattarsi, cambiare totalmente oppure scomparire. Infatti, se ciò non avviene queste modalità di intervento diventeranno sempre più pressanti fino a risultare inutili. Allora le entità che non avranno risposto coerentemente saranno disgregate nei loro componenti elementari e riassorbite, insieme alla loro energia residua, nell’ambiente o nel non ancora manifestato, indistinto, facendo posto ad altro, che potrà essere realizzato a partire da quelle energie e materiali nuovamente disponibili, come è possibile osservare in tutti i processi naturali di trasformazione.

 

Questa ultima parte … perché dicevi … legata alla pandemia, per il cambiamento delle abitudini?

 

Sì, anche! Perché è stato imposto uno stop ad una serie di meccanismi automatici, ad abitudini consolidate, ritenute intoccabili, che governano la nostra vita. Un po’ come se noi, essendo piloti di un aereo (su cui viaggia la nostra esistenza), dal pilota automatico a cui avevamo lasciato i comandi per decenni, dovessimo di colpo passare ai comandi manuali per scendere sulla pista di atterraggio di un aeroporto sconosciuto e dovessimo affrontare tutte le operazioni necessarie per riacquistare la padronanza del mezzo, rispolverando quelle facoltà quasi del tutto dimenticate a causa della prolungata delega al pilota automatico, rischiando di non ricordarcene più bene o addirittura di essercene completamente dimenticati.

 

Siamo costretti a ritornare alla realtà, sostanzialmente!

 

Siamo costretti a riprendere il controllo del sistema che avevamo mandato in abbrivio perché ci andava bene così. No?

 

Ancora un dettaglio relativo al desiderio fugace. Che è un po’ la base dell’occidente. Cosa è che ci fa pensare che non sia anch’esso un bisogno? Mi spiego meglio. Che non sia anch’esso uno scopo, ecco.

 

“Forse che sia anch’esso uno strumento, non uno scopo”.

Ed è proprio così! Nulla avviene a caso. Non c’è distinzione tra virus e vaccini: entrambi contribuiscono allo stesso scopo (anche se ci sfugge il nesso). In qualunque modo oggi l’essere umano agisca lo deve fare mettendoci del suo, prendendosi la propria responsabilità di farlo e nel farlo, accettandone le conseguenze senza delegare ad altri o cercare di evitarlo. Anche il fatto più insignificante tale non è nell’economia generale del piano originale. A questa situazione siamo arrivati tutti insieme attraverso un insieme di meccanismi volti a scaricare la nostra coscienza e farci vivere una vita beata in un modo incosciente, scaricando il peso del nostro mancato lavoro sugli altri. E nel migliore dei casi delegando ad altri i nostri compiti, funzioni naturali e dignità. Facciamo un esempio classico. Noi siamo assicurati per i danni che possiamo provocare o subire durante la guida dell’automobile. Siamo assicurati sui danni che possiamo provocare con la gestione della nostra casa, contro gli infortuni, contro ogni forma di danni che possiamo riportare o infliggere anche per il più astruso e impensabile frangente. Per qualsiasi di questi eventi qualcuno pagherà i danni. Ma siamo sicuri che questo sia un modo corretto di agire? Qualcuno ci restituirà l’occhio andato perduto, o la nostra capacità di vedere, a causa della nostra o altrui dabbenaggine? E, soprattutto, quando l’occhio è perduto la nostra vita subirà un cambiamento talmente radicale da non farci ricordare che abbiamo ancora tutto il resto a disposizione perfettamente funzionante? Allora man mano che andiamo avanti negli anni e diventiamo meno adatti ad una vita di sport attivo, cerchiamo di fare altro di più adatto alla situazione corrente, no?  Non però quando qualcuno ci fa notare che siamo invecchiati. Allora scatta il trip; devi dimostrare di non essere invecchiato. E, facendo di tutto per ritornare come giovane, ti rompi. Storia finita. Dobbiamo nuovamente prenderci la responsabilità di fare le cose necessarie, come devono essere fatte, come ci vengono richieste, in prima persona e in piena consapevolezza di cosa ciò comporti. È l’unico modo per rientrare attivamente all’interno del contesto di cui facciamo parte e quindi, volenti o nolenti, dovendoci adattare, cambiamo. E se cambia un elemento dell’insieme, cambia anche l’insieme e il sistema. Noi abbiamo costantemente questa possibilità. Ma evitiamo di praticarla perché riteniamo che abbia un costo per noi. Così adesso cosa ci ritroviamo a fare? Usiamo tutti gli incentivi possibili, che ci vengono messi a disposizione, come fossero veramente gratuiti. Ma chi li paga? Lo stato! Ma chi è lo stato? Siamo noi! Mica altri, il conto viene sempre recapitato a noi (ovviamente moltiplicato per passaggi di mano varie ed interessi relativi non sempre così trasparenti, fino a 5, 6, 7 volte il loro valore reale o anche di più, come nel caso dei vaccini la cui ricerca è stata pagata dagli stati – leggi noi – e le cui dosi commerciali gratuite sono state pagate dagli stati – sempre noi – strano no?). Però è comodo no? Decidano gli altri cosa noi dobbiamo fare e pagare. Però solo dopo che tutti abbiano guadagnato qualcosa e lascino a noi il conto da pagare. Un po’ di tempo fa circolava una storiella che abbrevio per pietà. Un signore stava coltivando un pomodoro per sé quando un altro lo vide. Gli propose quindi di usare meglio il suo tempo e le risorse coltivandone di più per venderli ad altri in modo da guadagnare. Dopo una lunga discussione circa i vantaggi che ne avrebbe tratto da tale modo di operare la conclusione fu che quello che serviva a quel signore era solo e sempre un pomodoro. Il resto poteva evitarselo guadagnandoci in salute e fatica. Noi invece seguiamo il consiglio e per giustificare la nostra fatica e perdita di salute diciamo che è necessario farlo per gli altri, altrimenti è egoismo. Tutte bugie, mentire sapendo di mentire. Per vivere non serve quello che diciamo che serve, ma solo cibo sufficiente e adeguata protezione dalle intemperie. Il resto può anche servire a migliorare la situazione, ma non per sostenerla essenzialmente. Poiché in fondo siamo animali e gli animali ce lo insegnano. Quello che serve alla vita è essenziale. Il resto è in subordine di importanza. Ma noi non ci chiediamo cosa serve davvero; brighiamo solo per quello che ci piace avere. Ci chiediamo come poter soddisfare ogni nostro desiderio. E sappiamo da dove arrivano i nostri desideri. Derivano da impulsi che ci usano come strumenti. Ecco perché dicevo che fino a che non si acquisisce il senso capace di leggere quale è lo scopo della vita e cosa serve per questo, continueremo a trastullarci in ogni modo immaginabile senza fare mai l’unica cosa che dobbiamo fare.

 

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prosegue nei prossimi articoli …

 

foto e testo

pietro cartella

 

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Articolo pubblicato il 09/08/2022