Il «Vescovo di Viù»

Ricordo di Nicolao Milone (di Alessandro Mella)

Le Valli di Lanzo, abitate da tempi immemorabili, possono raccontare pagine di storia di raro interesse. Ospitarono, infatti, grandi personaggi storici ma diedero anche nomi importanti alla Storia locale e nazionale del nostro paese.

Tra loro val la pena ricordare Nicolao Milone, uomo di fede e Vescovo di Alessandria.

Egli nacque a Viù (Torino) il 5 ottobre del 1872 da nota famiglia del posto. A quel tempo le possibilità erano assai limitate per tutti i giovani. L’Italia era nata politicamente da molto poco ed aveva faticosamente raggiunto la sua ambita capitale solo da due anni.

Si poteva decidere di restare in valle e fare l’artigiano o il pastore dedicandosi ad una vita di fatica e famiglia oppure partire alla scoperta delle possibilità che il mondo a valle offriva. Ma anche in questo caso le alternative erano, in verità, assai ridotte.

Così se alcuni sceglievano, ad esempio, la carriera militare; altri preferivano dedicare la propria vita al servizio della fede. Fu così per il nostro giovane Nicolao che avvertì questa vocazione e si recò a studiare nei seminari di Giaveno, Chieri ed infine Torino.

Venne consacrato sacerdote il 13 aprile del 1895 ed inviato a Volpiano quale coadiutore in quella parrocchia ove si trattenne per dieci anni. Furono certamente tempi difficili quelli che il sacerdote visse poiché la nazione attraversava gravi momenti. Tensioni sociali e politiche, rivendicazioni popolari, moti e scioperi e molte difficoltà percorsero tutta l’Italia per molto tempo. Alleviate solo dalla saggezza politica di Giovanni Giolitti che per primo intuì l’inutilità del soffocare con la forza le aspirazioni delle grandi masse.

Quante volte il nostro sacerdote fu chiamato a mediare in situazioni difficili od a cercare di portare parole di saggezza dove regnavano ira e rancore? Nessuno potrà mai dircelo forse.

Nel 1906 egli venne nominato Vicario Generale di Favria Canavese. Anche qui il nostro dovette vivere tanti momenti difficili. Con i contadini e gli operai partiti per la guerra in Libia nel 1911 e 1912, ed i molti di più partiti per la guerra del 1915-1918. Le famiglie da confortare, le tensioni sociali non stemperate dalla faticosa ma pur brillante vittoria, la protesta montante nel “biennio rosso” del 1919-1920. Quanti momenti di angoscia egli portò nel suo cuore?

Tuttavia, tanti anni di fatiche e di impegno nelle comunità rurali e di provincia vennero premiati con la nomina a Vescovo del 5 novembre 1921. Ebbe la consacrazione episcopale, a Torino, il 22 aprile 1922 dal Cardinale Arcivescovo Richelmy e quel giorno stesso raggiunse Alessandria per farvi il suo solenne ingresso. Il volume “Fatti di costume” di Donatella Cane e Milo Julini ci dice che egli andò a sostituire il Monsignor Castrale. Fu una caratteristica della sua generazione il dover affrontare, quasi tutta la vita, periodi davvero difficili.

Pochi mesi dopo lo stato liberale, figlio della tradizione risorgimentale, iniziò a mostrare i segni evidenti della sua crescente crisi. Alle tensioni sociali, alle rivendicazioni popolari talvolta espresse con trasversale violenza, s’aggiunsero l’egoismo e l’impotenza dei partiti politici finché il sistema implose.

Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione ancora con una parvenza di costituzionalità ma dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti fu presa la via del regime. Una via che condusse a grandi lutti e grandi sofferenze comuni. Dopo l’ubriacatura “imperiale” la guerra riportò le coscienze alla realtà, amara e dolorosa.

Ma intanto il Vescovo Milone era già riuscito a ottenere molti importanti risultati. Non solo nel suo nobile apostolato ma anche negli aspetti più pratici come il restauro del Duomo dopo il disastroso incendio del 1925.

Certo mentre contemplava le pianure piemontesi, il Vescovo pensava a Viù. Alle sue montagne, al contorno tagliente del Civrari, al Rocciamelone che poteva scorgere quando passeggiava. Al massiccio degli Asciutti che nulla aveva da invidiare alle più blasonate Dolomiti, al trionfo del liberty ai Tornetti.

E l’estate vi tornava volentieri come ci testimonia “La Stampa” del 10 agosto 1930 in cui, tra l’altro, parlando dell’arrivo del cattolicissimo principe Umberto di Savoia a Viù, si legge:

«Alle ore 17 precise, ricevuto all’entrata del paese dal commissario prefettizio conte Luigi Cibrario, è giunto il Principe Ereditario. Ad attenderlo erano convenuti colle autorità locali monsignor Nicolao Milone vescovo di Alessandria col clero, il vice prefetto di Torino marchese Di Suni, i generali Casoli, D’Espinosa e Papa, il seniore Marchis per la milizia, l’avv. Enrico per la Magistratura, un gruppo di Madri e Vedove dei Caduti, una rappresentanza dei Mutilati con a capo il grande mutilato Gabriele Domenico di Lemie, ecc..».

Che l’abitudine di monsignor Milone di passare il periodo estivo a Viù fosse consolidata ci viene confermato ancora alcuni anni dopo. Ritrovava i suoi paesaggi, la sua gente, il suo mondo piccolo. E certo la popolazione doveva essere ben felice di ospitare questo suo prodigioso e virtuoso figlio.

Tanto che “La Stampa” sottolineò la notizia il 30 luglio 1937:

«Il Vescovo di Alessandria a Viù. È giunto a Torino per recarsi a trascorrere il periodo delle ferie estive a Viù suo paese natale, Mons. Nicolao Milone Vescovo di Alessandria e ricordato a Torino per l’opera a lungo svolta nella nostra diocesi prima di essere eletto vescovo».

In quegli anni, dicono le cronache, egli seppe guadagnarsi l’affetto, la stima e la simpatia anche dei fedeli dell’alessandrino prodigandosi in molte opere ed esponendosi sempre in prima persona.

Poi, nel 1940, venne la più terribile delle guerre. E quanti morti pianse, come tutte in Italia, quella provincia. Già nei primi giorni diversi giovani vigili del fuoco furono uccisi a Spinetta Marengo da una bomba inesplosa e fu solo l’inizio perché Alessandria fu più volte bombardata e ferita nelle sue costruzioni e nel suo spirito. E quanti fedeli erano già stati messi in grigioverde e sparpagliati sui vari fronti? Ma il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. Al voto del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 seguì l’armistizio dell’8 settembre e la guerra assunse un carattere ancora più violento e terribilmente fratricida. L’odio percorse le vie delle città, dei paesi, delle campagne lasciando lutti e devastazione. La contrapposizione tra combattenti patrioti partigiani e tra i disperati militi della Repubblica Sociale Italiana toccò vette di violenza impensabile. Tutto il nord Italia crollò sotto una cupa e disperata atmosfera.

Le fucilazioni, le rappresaglie, le deportazioni ed ancora le bombe dal cielo, portarono la gente a vivere mesi e mesi di quotidiana angoscia mitigata solo dall’impegno frenetico dei sacerdoti e del vescovo.

Un impregno spossante e difficile eppure urgente e inderogabile. Prodigarsi per salvare vite, portare speranza e conforto, tenere vivi i cuori dei derelitti, tentare di sfamare gli affamati. Ai primi di marzo del 1945, quando il sole della libertà pareva ancora lontano pur essendo prossimo a sorgere, egli prese a sentire sempre più il peso di quell’opera prodigiosa.

Visitato più volte dai medici in apprensione, non volle saperne di fermarsi e riposare come esplicitamente spiegò il giornale “Il Piccolo” di Alessandria di venerdì 16 marzo 1945.

Il giorno 9 egli, sconsigliato, lasciò il letto per sbrigare almeno le faccende più urgenti. Il 10 e l’11 fu visitato dal dottor Manai che si mostrò alquanto in pena. Alle 13.15 di domenica 11 il suo cuore, colmo di dolore e così affaticato, cessò di battere ed egli chiuse gli occhi un’ultima volta all’età di 72 anni.

L’autorità ecclesiastica non poté impedire alle autorità fasciste repubblicane di visitare la salma nella camera ardente e qualche zelante giornalista, nel trafiletto comparso su “La Stampa” il 12 marzo 1945 per annunciarne la morte, giunse a scrivere perfino una bufala propagandistica che pare non casuale.

Parlando dei lavori del restauro del Duomo si scrisse, a Torino, non dell’incendio del 1925 ma solo di danni prodotti dalle incursioni aeree nemiche. Una sciocchezza di tali dimensioni da raggiungere difficilmente il suo scopo.

Il funerale di Mons. Milone fu sobrio, con un corteo ridotto perché le autorità fasciste impedivano i grossi assembramenti per paura di azioni da parte dei combattenti della Resistenza, ma in Duomo si raccolsero a migliaia per l’ultimo saluto a quel generoso benefattore.

Nicolao Milone, per poche settimane, non fece a tempo a vedere le colonne tedesche ritirarsi, i patrioti scendere in città, la guerra finire, i sanguinari regolamenti di conti ed infine il sospirato ritorno della pace e della libertà.

Dopo tanta pena, dopo aver visto le macerie delle bombe, la devastazione della Sinagoga, le deportazioni a Fossoli, i lutti e le sciagure, egli avrebbe certo meritato di vivere l’entusiasmo del dopoguerra.

Ma i disegni della Provvidenza decisero diversamente. Il tempo passa e l’oblio si porta spesso via nomi e ricordi. Ma Alessandria non dimentica quel buon padre generoso e Viù quel suo figlio di cui può, ancor oggi, andar ben fiera.

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 08/08/2022