La triste storia della dama velata

Di Michele Tosca

La storia della città di Torino è piena di fatti misteriosi e magici, di strani fenomeni paranormali, ma anche di “fantasmi”, come lo spirito di una bimba che aleggia nel Palazzo Saluzzo Paesana, in via della Consolata, dove nel 1902, all’interno delle cantine, venne ritrovato il corpo di una bambina scomparsa da mesi.

Oppure il fantasma di Elena Matilde Provana di Druent, che si aggira lamentandosi a Palazzo Barolo. La storia risale al 1695 quando, Elena, figlia del padrone del palazzo, sposò Gerolamo Gabriele Faletti di Barolo. Si narra di un cattivo auspicio: poco prima dei festeggiamenti, alcune scosse sismiche fecero crollare le pareti del salone principale. Poco dopo, abbandonata dal marito, la giovane sposa si suicidò.

Ma sicuramente la più avvincente e triste storia è quella di Barbara Beloselskij, una bellissima donna russa morta nella nostra città nel 1792, a soli 28 anni.

La principessa Barbara Jakovlevna Tatisjtjeva, nata a Mosca nel 1764, da una ricca e potente famiglia imparentata con gli Zar, si era trasferita a Torino per seguire il marito Aleksandr Michajlovi Beloselskij (1), ambasciatore della zarina Caterina di Russia, alla corte dei Savoia.

La nobildonna, era appena arrivata a Torino da Ginevra per riunirsi al marito, quando il 25 novembre 1792, morì, lasciando il suo consorte nella disperazione più totale. I coniugi avevano tre figlie: Maddalena di otto anni, Zinaida di tre e Natalia di due, che morì poco dopo. Non si sa con esattezza la causa della morte della principessa Barbara, anche se probabilmente, a seguito di un aborto, fu colpita dalla setticemia (2).

La bellissima principessa russa, essendo di fede ortodossa, fu sepolta nel Cimitero di San Lazzaro in una cappella donata dal re Vittorio Amedeo III di Savoia (3). Per poter ricordare e celebrare la sua giovane consorte attraverso un degno monumento da posizionare ad ornamento della sua tomba, il marito Aleksandr commissionò a Innocenzo Spinazzi una scultura raffigurante una donna velata, simbolo della Fede e della fiducia nella religione anche nei momenti più bui della vita (4).

La statua fu eretta da Spinazzi nel 1794, e rappresentava una donna, simbolo della Religione, con un velo aderente sul volto, così aderente da lasciar scorgere i lineamenti del viso (5), nella mano destra teneva un calice, la statua era accompagnata da due puttini che reggevano un ritratto in rilevo della principessa. Vi era inoltre una toccante epigrafe in oro, dettata direttamente dal principe, in francese, che così recitava:

Oh, sentimento! Sentimento! Dolce vita dell’anima. Quale cuore non hai mai colpito?

Qual è lo sfortunato mortale cui non hai mai offerto il dolce piacer di versar lacrime, e qual è l’anima crudele che, dinanzi a questo monumento così semplice e pietoso, non si raccolga con malinconia e non condoni generosamente i difetti allo sposo che l’ha innalzato?”.

Il monumento fu posizionato a ridosso di una parete affrescata con un paesaggio boschivo, non si sa chi è l’autore dell’affresco, certamente non Spinazzi che rimase a Firenze e non venne mai a Torino. La statua della Religione fu infatti spedita e non realizzata in loco.

Subito dopo la collocazione della statua, iniziarono misteriosi fatti.

Molti furono, infatti, quelli che dissero di aver udito gemiti e sospiri di dolore giungere dall’interno della scultura, altri giurarono di aver veduto una giovane e bellissima donna, dai capelli come il grano e il volto angelico, aggirarsi triste tra le tombe. Molti altri dissero di aver visto una donna straordinariamente bella, dallo sguardo inconsolabile, passeggiare solitaria lungo le sponde del fiume, sparendo poi improvvisamente, come inghiottita dalle acque.

E qui si passa dalla storia al mito e comincia la leggenda di Barbara Bieloselskij ribattezzata Varvara (forma russa del nome Barbara.) dagli spiritisti.

La leggenda vuole che di notte il suo fantasma passeggi intorno al cimitero, e che qui conduca i suoi inconsapevoli innamorati per poi scomparire.

Si dice che appaia preferibilmente ai giovani uomini, che forse scambia per il suo amato sposo, dal quale è stata così crudelmente separata, e che li seduca e conduca al cimitero dove riposano le sue spoglie mortali per poi, una volta averli portati lì, sparire di fronte ai giovani increduli. A questo proposito vi è la testimonianza di Enrico Biandrà, tenente d’artiglieria d’epoca napoleonica, che racconta di averla vista spesso e di essersene innamorato per la sua eterea bellezza.

Era il novembre del 1797, quando il giovane tenente d’artiglieria, Enrico Biandrà, sta tornando a casa dopo aver terminato il suo lavoro al reggimento. Come capitava spesso in questo periodo dell’anno, una fitta nebbia avvolgeva Torino. Ed ecco che una giovane donna, col volto semi-coperto da un leggero velo nero, lo ferma per strada, e gli chiede di accompagnarla verso casa, per paura della nebbia. Il giovane accetta volentieri la proposta e così camminando i due intraprendono una piacevole conversazione, ma arrivati ad un angolo, la donna dice all’uomo che era necessario separare le loro strade in quel punto, ma lo salutò con un “a presto”. Per il giovane, che era rimasto affascinato dai modi eleganti e delicati, e dalla bellezza che intravedeva dal velo della giovane donna, quello fu il primo di una lunga serie di incontri e passeggiate che ebbe, con la misteriosa signora, per molti giorni.

Ma un pomeriggio, spinto dal desiderio di sapere, il giovane tenente volle scoprire qualcosa di più della bella dama, e decise, così, di andare a vedere dove portava la strada che la donna voleva sempre percorrere in solitaria. Giunto al termine della via, il giovane restò turbato: davanti a lui c’era l’ingresso di un cimitero. Spinto dalla curiosità decise di entrare. Dopo qualche passo all’interno del campo santo, la sua attenzione venne attirata da una statua rappresentante una giovane donna col volto coperto da un velo che ne lasciava intuire i lineamenti. Il cuore del giovane ebbe un sussulto quando riconobbe, nella statua, la donna misteriosa di quei giorni e della quale si era innamorato. Da allora non incontrò più la bella dama, ma Enrico Biandrà non fu l’unica “vittima” del fantasma della Donna Velata. Nel corso dei decenni sono state molte le testimonianze di uomini che giurano di aver visto il fantasma di Barbara Beloselskij camminare sulle rive del Po o nei dintorni del cimitero.

Nel 1851 la figlia Zinaida (6) tornò a Torino per rivedere la tomba della madre e chiese ed ottenne che il monumento fosse spostato in un locale vicino alla sagrestia del cimitero. Ma dopo la chiusura, nel 1862, del cimitero di San Lazzaro, iniziò una vera e propria odissea per la principessa e per la sua tomba, prima vennero trasferiti sul Lungo Dora, dietro l’ospedale Cottolengo, poi in seguito a vari spostamenti, nel 1866, la salma fu traslata nella cappella funeraria all’ingresso del cimitero di San Pietro in Vincoli, con al seguito il suo bellissimo monumento funebre. Ma quando questo cimitero fu definitivamente chiuso, iniziò ad essere teatro di messe nere, atti vandalici e ruberie varie, e anche la tomba di Barbara venne devastata: sparirono l’epigrafe e il medaglione con i puttini, vennero amputate le mani della Velata e spaccato il libro sorretto dalla destra. Molto probabilmente furono trafugate anche le povere spoglie della principessa.

Alla fine, rimase solo la statua, privata di una mano e del libro che reggeva con la destra,

Malgrado ciò ancora oggi, durante le sere in cui la nebbia è fitta, c’è gente che giura di aver incontrato il fantasma della “Donna Velata” che vaga attorno al cimitero di San Pietro in Vincoli o lungo le rive del Po alla ricerca della pace e, forse, della vita perduta a soli 28 anni.

Negli anni ‘70 il Comune di Torino decise il trasferimento della Velata presso i magazzini sotterranei della Mole Antonelliana.

Venne poi esposta temporaneamente alla GAM. Giunse in seguito al Cimitero Monumentale, dove fu conservata fino al definitivo ingresso presso la Galleria di Arte Moderna, dove si può ammirare ancor oggi (7).

La statua, imponente e misteriosa scruta i visitatori dall’alto del suo piedistallo, totalmente coperta da un velo, che, aderendo al suo corpo, ne mette in risalto le curve, lasciandone intravedere i tratti del volto. La bellissima opera è purtroppo decontestualizzata (sarebbe molto più suggestiva nell’ambiente per cui è stata pensata, un cimitero) e non c’è nemmeno una dicitura od una didascalia che ci permetta di ricordare la triste storia della principessa Barbara Jakovlevna Tatisjtjeva.

Michele Tosca

Note

(1) L’ambasciatore piemontese a San Pietroburgo, il conte Zappata di Ponchy, lo descriveva così: Uomo basso di statura, di carattere dolce, amante delle scienze e delle arti, autore di un’operetta sulla musica, assai ricco per conto proprio, sposato a una Tatichef che lo segue nelle missioni diplomatiche, ereditiera di circa quindicimila rubli di rendita.

(2) Secondo un’altra versione, la principessa si sentì male sulle sponde del Po, mentre osservava il fiume. E pochi mesi dopo, morì di tubercolosi polmonare, tisi, provocata con tutta probabilità dall’aria malarica che risaliva il fiume.

(3) Scrive il giornalista Michele Florio che il re Vittorio Amedeo di Savoia donò al vedovo: una cappella che si costruiva vicino al Po, e il principe vi fece erigere un cenotafio, che si incaricò di tenere in ordine, destinando il sotterraneo della cappella a luogo di sepoltura per i cattolici di rito greco. (...) Essendo la compianta Barbara di fede ortodossa, era stata sepolta in luogo non consacrato, anche se la cappella donata dal sovrano al vedovo si trovava nell’area del camposanto, verosimilmente entrando sulla destra.

(4) La statua non rappresenta affatto la morta, com’è riportato in molti testi, ma la Religione in quanto Spinazzi replicò una scultura da lui realizzata nel 1781 per la Chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze, luogo in cui è conservata a tutt’oggi.

(5) Il tema della donna velata era molto apprezzato a quel tempo grazie alle opere di Antonio Corradini, di cui Spinazzi era stato allievo, conosciuto per le sculture realizzate nella Cappella di San Severo a Napoli. Antonio Corradini aveva lavorato anche a Dresda, Vienna e San Pietroburgo ed è pertanto è probabile che il principe Beloselskij avesse visto le sue opere.

(6) Volkonskaja, Zinaida Aleksandrovna - Principessa russa (1792 - 1862); nel suo salotto di Mosca si davano convegno i più noti letterati del tempo come V. A. Zukovskij, A. S. Puskin, E. A. Baratynskij, A. Mickiewicz, ecc. Trasferitasi a Roma (1829), si convertì al cattolicesimo. Donna affascinante e colta, si occupò di antichità slave e si cimentò anche nella narrativa. A Roma nella Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, in cui per tradizione si conservavano le urne con il cuore dei papi defunti e che vanta una delle facciate barocche più belle di Roma, è visibile una grande iscrizione commemorativa in latino che ricorda la principessa Volkonskaja. All’entrata della chiesa, nella prima cappella a destra, quella dell’Addolorata, sono conservati i resti della principessa, quelli del marito Nikita Grigorevic e della sorella Marija Aleksandrovna.

(7) Dal 2013 per poterla vedere, basta recarsi a visitare la GAM, in Via Magenta 31 Si potrà così ammirare la Religione, la statua eseguita in marmo bianco dallo scultore romano Innocenzo Spinazzi nel 1794, nota come la Dama Velata.

(8) Una scultura magica e conturbante come poche altre, così descritta dallo scrittore Guido Ceronetti: “Ha un ondeggiare di pieghe e uno slancio che pare la Nike di Samotracia e un’anima forse più profonda, accesa dal fuoco sotterraneo che illumina il dolore delle ombre. Il velo è così premuto sul volto da formarne i tratti... inseparabile dalla bocca, fatta di una delle sue pieghe, è l’alito troppo debole per agitarlo che sale dai fianchi glaciali ...”.

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Articolo pubblicato il 20/08/2022