Da Los Caídos

Quella Croce a braccia tese sull’Europa (di Aldo A. Mola)

In principio era la Croce

“Orribil furon li peccata miei. / Ma la bontà infinita ha sì gran braccia/, che prende ciò che si rivolge a lei/, piangendo, a quei che volentier perdona”. Così Dante Alighieri all'inizio del III Canto del Purgatorio evoca la “resa” di Manfredi a Dio padre onnipotente. Mentre sta per cadere nella battaglia di Benevento (1266) travolto dagli uomini di Carlo I d'Angiò, confessa le sue colpe, chiede perdono, scampa le pene dell'Inferno e viene tratto in Purgatorio. Tutto in pochi attimi. La spada nemica sta per calare sul suo volto. Il dramma è racchiuso nella possente immagine che sovrasta la morte sul campo del figlio di Federico II di Svevia, l'imperatore ghibellino che soleva assistere alla Messa avvolto nella dalmatica, libri profani alla mano. Per Dante la “bontà infinita” è la Croce, quella di Costantino il Grande, “invenuta” da sua madre, Elèna, nel 339 d. Cr., elevata a simbolo universale della Cristianità (lo rimane nella Chiesa di Oriente) e ritratta da Piero della Francesca nel celebre ciclo pittorico di Arezzo. “Clemente e misericordiosa” seicento anni prima che Maometto dettasse il Corano e che Leone III l'Isaurico scatenasse l’iconoclastia (726-766) per arginare l'avanzata dell'islam, contrario alla “personificazione di Dio”, e le critiche degli ebrei che accusavano i cattolici di continuare l'idolatria attraverso il culto di santi la Croce rimase indiscussa. Anche nei momenti più bui della sanguinosa “distruzione delle immagini” (nulla a che vedere con la infantile “cancel culture” odierna). Sin dal Cristianesimo delle origini, in Oriente, da dove tutto nasce e ove tutto torna, esso fu la Muraglia insuperabile tra la fede verace e le eresie che serpeggiarono nei secoli come fiumi carsici: gnostici, pelagiani, bogomili, càtari, ... tutti all'insegna del dualismo Bene/Male, che risale all'infelice Mani. La loro croce, lontanissima da quella patriarcale o dalla “latina” innalzata a fondamento della riscossa romanica e che ispirò Jacopone da Todi, tutt'al più era il Tau, riscoperto e indossato qualche decennio addietro da tanti adolescenti inconsapevoli.

La Croce, dunque, sintesi possente del cristianesimo trinitario, incardinato sulla Rivelazione, sul Mistero del Verbo che si fa carne e si immola per redimere i peccatori, incapaci di comprenderne il Sacrificio. Quest'ultimo sfugge a quanti, celebranti e “fedeli”, a messa continuano a biascicare che l'“Agnello di Dio toglie i peccati dal mondo” anziché dire correttamente che egli li “prende su di sé” e si consegna ai carnefici, capro espiatorio per purificare l'Universo dalla sua colpevolezza, radicata nell'ignoranza e nella beata irresponsabilità, sul rifiuto della scienza. Solo chi ha molto peccato intende appieno il messaggio terrifico della Croce: quella che “ha sì gran braccia” e “volentier perdona”. La sua grandiosità ha trovato espressioni sublimi nelle arti, dal Giudizio Finale di Michelangelo nella Cappella Sistina sino al “Requiem” del massone Wolfgang Mozart, a sua volta “resa” e “invocazione” quando incombe la Grande Visitatrice. La riecheggiò Giosue Carducci, cantore inarrivabile del Sole Invitto, ultimo pagano e primo tra i cristiani.

 

La Croce de los Caìdos non è “franchista”  

Massima raffigurazione del suo significato ultimo è la Croce che sormonta il Mausoleo fatto erigere da Francisco Franco y Bahamonde nel Valle de los Caídos, per conciliare almeno da morti i caduti nella nella guerra civile spagnola del 1936-1939, la più feroce dell'Europa occidentale nella prima metà del Novecento: conflitto interno e internazionale, profezia della seconda guerra mondiale, di mezzo secolo di guerra fredda e di quella ora in corso nella sua landa orientale, ove si contrappongono anche due forme di cristianesimo. La storia dirà qual è più vicina all'origine e quale meno.

Lo storico inglese Paul Preston (ma non lui solo: tra gli spagnoli meritano memoria María Dolores Gómez Molleda e Fernando García de Cortázar) ha insegnato da decenni che la lotta fratricida non fu tra due ma fra tre Spagne. Inizialmente i “rossi” non erano affatto stalinisti. La Terza internazionale di Mosca impose la sua egemonia sulle sinistre spagnole dopo anni di scontri feroci al suo interno e lo sterminio degli anarchici per mano dei comunisti. Anche i nazionalisti erano variegati. Franco primeggiò perché Jorge Sanjurco ed Emilio Mola, che valevano il triplo di lui, morirono in incidenti aerei. Gli altri generali del suo “bando” si battevano bene (cioè con ferocia spietata) ma poco capivano di “politica” e delle sue spire. Con un fratello massone nelle file dei repubblicani, Ramòn, e un padre che non lo apprezzava affatto, Franco si mosse in Spagna come sull'Atlante marocchino nelle guerre coloniali. Fu paziente. Fece durare la guerra sino a quando le “democrazie” (Gran Bretagna, Francia e persino gli Stati Uniti d'America) lo riconobbero vittorioso, molto prima che entrasse a Madrid per la sfilata narrata da Edgardo Sogno, che si batté a fianco dei nazionalisti perché già gli era chiaro che lì, nella terra di Carlo V e Filippo II, era in corso il conflitto tra l'Occidente e l'Unione Sovietica di Stalin (con seguito di Palmiro Togliatti, Luigi Longo e altri...).

Fra quanti vennero uccisi dai “rossi” vi fu il fondatore della Falange, José Antonio Primo de Rivera, figlio di Miguel, pioniere della modernizzazione della Spagna dopo la Grande Guerra. Caduto prigioniero, fu preso dalla cella e fucilato, a freddo. Per gli estremisti fanatici non esistono avversari ma solo nemici, da annientare fisicamente, senza processo alcuno. La loro colpa è di esistere. Di essere seme di un futuro possibile.

Quando fece erigere il mausoleo del Valle de los Caídos Franco volle che al centro venisse tumulata la sua salma. “José Antonio” era stato il profeta. Aveva predicato nel deserto. Lui ne aveva tratta la lezione e creava la Nuova Spagna: antica e proiettata oltre la guerra mondiale, come poi si vide con i tecnocrati dell'Opus Dei e nella Transizione.

 

Sànchez l'iconoclasta

A metà luglio del 2022, un mese, fa la “Camera Bassa” a Madrid ha approvato la legge della “memoria storica democratica”, risibile sin dal suo “titolo” perché la “democrazia” cambia a ogni stormir di schede nelle urne e così dovrebbe anche mutare la “memoria”. Essa conferisce la cittadinanza spagnola ai discendenti degli esuli costretti a lasciare la Spagna durante e al termine della guerra civile, riparati in Francia e soprattutto in Venezuela e in Messico. Non riconosce però risarcimenti economici, difficili da quantificare e che potrebbero ammontare a somme astronomiche. È insomma un risarcimento morale a basso costo, ma di grande effetto “di immagine”, come amano fare certe “sinistre” dalle gote perennemente gonfie di retorica. La legge prevede la ricerca delle vittime dei nazionalisti e l'esplorazione delle fosse comuni per identificarne i resti e confrontarli con i discendenti: una “operazione” che prevede una massiccia ricerca del Dna dei morti e dei vivi per accertare il diritto alla memoria personale. Nulla di nuovo nella Spagna profonda che nei luoghi più reconditi conserva reliquie di martiri e di persone che si macerano coi “supplizi” per espiare peccati di pensieri, azioni e omissioni sia propri (o mai commessi) sia di chissà chi altri: a conferma che la Spagna non è divenuta “la tomba della religione”.

La Spagna di Pedro Sánchez e dei suoi complici di governo condanna la legge “di amnistia” del 1977 perché, a detta sua, si risolse in legge dell'oblio e di perdono dei “crimini franchisti”. Del pari ritiene arretrata la legislazione tanti anni addietro varata dal socialista Zapatero, che si sostanziò nella rimozione di monumenti sfacciatamente franchisti e nella sostituzione dei dedicatari di istituti pubblici, vie, piazze e scuole, ma non andò al dunque. La nuova legge compie il salto in avanti: apre a tutti cittadini la consultazione dei documenti dell'età di Franco (morto nel suo letto il 20 novembre 1975) e chiede di investigare sui crimini commessi dallo Stato (cioè dai governi) anche durante la Transizione e il varo della Costituzione, sino almeno al 1983. Vuol dire, in sostanza, “si scopran le tombe”: essa consentirà di indagare, per esempio, sui “bambini rubati” con la complicità di ecclesiastici e sulle “malefatte” dei pubblici poteri nella lotta contro i terroristi dell'ETA, spesso criminali spietati ma oggi da qualcuno additati quali cavalieri della libertà. In sostanza la legge Sánchez mentre pretende un atto di contrizione generale rimette in circolo gli spiriti maligni della guerra civile.

Ad andarci di mezzo è ancora una volta la Terza Spagna, né di estrema sinistra né di estrema destra, né Podemos né Vox. La vittima vera della pretesa “memoria democratica” è la Spagna odierna: laboriosa, serena, consapevole della Storia, fiera del passato (senza Isabella la Cattolica e Ferdinando di Aragona l'Almirante Cristoforo Colombo non avrebbe solcato l'Atlantico e non sappiamo come sarebbe stata la storia d'Europa) e contenta di avere un regime istituzionale, la monarchia costituzionale di Felipe VI, indigesto solo per repubblicani fanatici e separatisti (come i catalani, qualche basco, un po' di galleghi...) senza futuro in un'Europa che di tutto ha bisogno tranne che di frantumare gli Stati esistenti. Vale per la Spagna come per l'Italia, la Francia e la stessa Gran Bretagna alle prese con la questione irlandese e con le spinte centrifughe degli scozzesi.

Culmine della campagna di odio coltivata e propiziata dalla legge sulla memoria democratica sono obiettivi quali la ridenominazione di Valle de los Caídos in Valle de Cuelgamuros, riservata ai soli caduti nella guerra civile, e la conseguente estumulazione e sepoltura chissà dove di José Antonio Primo de Rivera perché non morì in combattimento, ma venne assassinato dei “rojos”. Malgrado la sua pretesa “modernità”, quella ingaggiata in nome della presunta “memoria democratica” è una guerra medievale. Meriterebbe il pennello di El Greco, specialista di mortori.

Non bastasse, la legge impone di eliminare i simboli “contrari alla memoria democratica” anche in edifici religiosi o privati ma che si proiettino “sullo spazio pubblico”. Pensiamo a quanto potrebbe accadere in Italia ad affreschi, altorilievi, statue ed emblemi che hanno arricchito e decorato l'esterno di edifici storici o anche delle dimore più modeste, con i ritratti di santi impegnati nei secoli a guarire le piaghe e malattie (dalla peste in là, come faceva San Rocco) non per costringerli a quarantene interminabili ma per rimetterli in cammino appena possibile.

Amputare i bracci della Croce

Ed ecco, infine, il capolavoro della “memoria democratica”: la richiesta imperiosa di mozzare i bracci della croce che si erge sul mausoleo del Valle de los Caídos. Potrà rimanerne in piedi solo un “palo”, come fosse un dito alzato verso il cielo, un anonimo disadorno obelisco, un nulla, ma con braccia mozzate perché “le croci non sono storia ma propaganda” a detta di Miguel Angel del Arco Blanco, uno dei tanti docenti superflui di storia contemporanea. Già. Sennonché, anche se la “renconquista” cristiana terminò solo con l'espugnazione di Granada nel 1492, la Spagna non è poi tanto diversa dagli altri Paesi dell'Europa più o meno cristianizzata. Quando si percorrono chilometri di “campos” e s'intravvede un campanile vuol dire che lì vi è un villaggio o almeno un Cortijo de los Frailes, come lungo il “sendero” che attraversa il Parco naturale di Cabo de Gata. Lì vi è un germe di civiltà. Lo scrisse il già citato Carducci.

Salvaguardare così come è la Croce del Valle de los Caìdos è non solo della Spagna, ma dell’Europa intera, o di quel che ancora ne rimane, poiché evoca la storia e insegna a rispettarla, come fecero i “reyes católicos” tutelando i monumenti della civiltà islamica a Granada, Siviglia, Cordova.

 

Quando l'Italia si dette un emblema

Ma questa Italia di invasati ha poche lezioni da impartire alla Spagna di Rubalcaba, Zapatero e Sánchez, altra cosa rispetto a Felipe González, il socialista oggi esterrefatto dinnanzi a quanto accade nel Paese che egli guidò dall'isolamento all'integrazione nell'Europa, di concerto con re Juan Carlos di Borbone. Nel remoto e vicinissimo 1946 il referendum sulla forma dello Stato eliminò lo scudo sabaudo come emblema dell'Italia. E va bene. Furono cancellati dalla memoria democratico-repubblicana i versi poco satanici di Carducci: “Bianca croce di Savoia/nostra gloria e nostra gioia/ Dio ti salvi e salvi il re”. Poi però lo Stato ebbe bisogno di darsene uno nuovo. Pensa che ti ripensa, dopo due concorsi molto sospetti e dall'esito predefinito, e dopo rimaneggiamenti vari venne sgrossato il bozzetto due volte vincitore, opera del valdese Paolo Paschetto. Se ne cavò l'emblema vigente, che tutto doveva comprendere tranne che una croce, come venne detto nel frettoloso dibattito alla Costituente. E infatti è quel che è: un guazzabuglio di figure geometriche, di arbusti e cartigli dai colori posticci, del tutto estranei alla millenaria Storia d'Italia. Al centro ha una Stella, polivalente (massonica, militare, mariana, sovietica…). La repubblica non volle alcuna croce (lo è essa stessa, pesante, sulle spalle de cittadini, che infatti ora disertano le urne) ma neppure alcun riferimento all'età dei Comuni e delle Signorie, all'“ora et labora” dei Benedettini (ancora presenti e officianti nel Valle de los Caídos) e men che meno a quella dei Cesari, dei Consoli dei primi re di Roma.

Alcuni dicono che si uscirà dal disastro incombente non con il voto del 25 settembre ma solo quando venisse eletta e messa all'opera una nuova Costituente. Non se ne sente il bisogno perché quando si sta per affogare anziché discutere bisogna nuotare verso la prima riva sicura. Di certo occorrerà ritrovare la cognizione del passato: recuperare le ragioni profonde dell'unificazione nazionale e della costruzione dello Stato, un cantiere sempre aperto: non per tinteggiare i muri ma per erigerli e consolidarli, come raccomandava Giuseppe Garibaldi, che unì “Italia e Vittorio Emanuele” e “Sol dell'Avvenire”. Nel frattempo tocca ai pagani, che hanno subito millenni di persecuzioni, insegnare il valore della tolleranza ai nuovi barbari e tenere in vita quanto rimane della cristianità anche per rendere più splendenti e pedagogici i monumenti delle civiltà precristiane a loro tempo spazzati via in massima parte da chi volle cancellare la città dell'Uomo in nome di quella di Dio, salvo ridurla a sentina dei velenosi serpenti scatenati nelle guerre di religione.

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 21/08/2022