Effetto bianco. Il camice nel rapporto medico-paziente

Il recente volume, a firma di Gianna Pamich, racconta i chiari-scuri di questo importante capo di abbigliamento, simbolo di una missione portata avanti da chi sceglie di indossarlo

È stato pubblicato di recente dalla nota Casa editrice medico scientifica EDRA il libro Effetto bianco. Il camice nel rapporto medico-paziente, a firma di Gianna Pamich, che esamina questo capo di vestiario professionale, di solito non particolarmente considerato dal medico, al fine di analizzare il ruolo che può svolgere nel rapporto così stretto e complesso come quello tra lui e il paziente.

Storicamente ritenuto l’emblema della medicina, e della scienza in senso più ampio, secondo recentissime ricerche il professionista che veste il camice ancora oggi infonde nel paziente una maggiore sicurezza e trasmette un’idea di competenza superiore rispetto al professionista che non lo indossa, a conferma della resistenza nell’immaginario comune di un simbolo costruito nei secoli, anche con il contributo della pittura, del cinema, della televisione, del marketing.

La fiducia nelle conoscenze e nell’esperienza di chi lo indossa, la speranza di ricevere aiuto da chi opera in trasparenza sulla base del sapere e del saper fare, la purezza che si esprime nel colore e la compassione della figura medica, hanno reso e continuano a rendere il camice “bianco”, e chi lo veste, depositari di valori incrollabili.

Parimenti, però, il camice bianco può infondere anche timore, soggezione, nervosismo, agitazione, innescando nel paziente paure profonde e irrazionali, senza per questo mettere in discussione la competenza del professionista a cui ci si affida.

Il volume, tramite interviste, riflessioni e memorie, racconta i chiari-scuri di questo importante capo di abbigliamento, simbolo di una missione portata avanti da chi sceglie di indossarlo.

Ho rivolto alcune domande all’Autrice per approfondire il suo approccio alle tematiche di questo libro, al quale, con alcuni qualificati colleghi ho fornito un piccolo contributo riguardante l’uso del camice nella medicina veterinaria.

 

Signora Gianna Pamich, Lei in una circostanza disse che il medico, concede in genere al camice la stessa attenzione che dà ad un laccio da scarpe. È vero?

Per rispondere correttamente è necessario considerare come il camice, negli ultimi anni, abbia inevitabilmente seguito il trend legato all’abbigliamento, ovvero meno formale e più confortevole.  A questa premessa è necessario unire altri tre fattori: la necessità di contenimento dei costi, la generale tendenza a sottovalutare l’importanza della propria immagine esteriore, nonché l’assenza a livello universitario nel sottolineare l’importanza del camice come strettamente legata al ruolo del medico. Ecco che inevitabilmente il camice è ad oggi considerato come un obbligo, e come tale vissuto con scarsissima attenzione, pari appunto ad un laccio da scarpe.

 

Come mai su questo “laccio da scarpe” le è venuta in mente l’idea di fare un libro?

Il libro in realtà nasce dalla nostra filosofia in quanto, essendo produttori di camici da quasi 50 anni, abbiamo da sempre cercato di evidenziare come questo “dispositivo di protezione” rivesta in realtà un significato molto più ampio e possa essere identificato come un vero e proprio abito (dal lat. Habitus).  Sapendo che tra le convinzioni e la realtà si possono annidare delle sorprese, ho felicemente accolto l’idea di farne un libro dove a parlare fossero i diretti interessati e non una semplice azienda produttrice. 

 

Immaginava che dietro quel capo di vestiario si nascondessero tanti ed impensabili contenuti? Quale ritiene sia quello dominante?

È stata una piacevole conferma in realtà, perché le interviste, realizzate in modo eccelso dal dottor Massimo Boccaletti, hanno avuto il potere di sollevare un “problema nascosto” e far sì che il risultato non fosse banale. Personalmente amo il concetto di “simbolo del saper fare” perché il compito di qualsiasi medico è non solo curare ma anche conquistare e mantenere la fiducia del paziente, che, come si sa, è fondamentale nella riuscita di una cura.

 

Il libro, come dice il sottotitolo, riguarda sia il medico sia il paziente. Anche lui dà al camice il peso che dà ad un laccio da scarpe?

Come accennato prima, e da quanto emerge all’interno del libro con la presentazione di alcune indagini significative (che abbiamo voluto inserire come esempio poiché in realtà sono innumerevoli, e con risultati sempre simili), emerge come l’aspetto del camice sia fondamentale, nell’immaginario del paziente, per stabilire la competenza del professionista.

Ho specificato volutamente nell’immaginario del paziente perché i condizionamenti a cui siamo soggetti influenzano inevitabilmente i nostri giudizi. Proprio per questo motivo ho voluto all’interno anche una prima fase di uno studio sui portatori di handicap, che, non essendo condizionabili, potevano veramente fornirci una comparazione adeguata dei risultati.

 

Quale potrebbe essere l’atteggiamento del medico dopo aver letto il libro? E quello del paziente?

A distanza di tre mesi dalla presentazione del libro ho personalmente ricevuto commenti estremamente favorevoli da parte della classe medica. Il libro è servito a far riconsiderare non solo il camice in sé, ma anche tutte le emozioni ad esso legate e, conseguentemente, a riportarne in auge l’importanza come strumento di comunicazione.

Essendo distribuito da Edra, una casa editrice specializzata nella formazione medica, non ho al momento recensioni da parte del pubblico, che ritengo sarà però limitato nei numeri, essendo questo testo visto come un testo specialistico, sebbene potrebbe essere uno stimolo per quanti si interessino di psicologia e comunicazione.

 

Gianna Pamich

Effetto bianco: Il camice nel rapporto medico-paziente

Edra, 2022 - pp. 80.

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Articolo pubblicato il 24/09/2022